Lobos de Arga

Lobos de Arga

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Con Lobos de Arga Juan Martínez Moreno traccia le coordinate per una commedia licantropica spassosa, a tratti irrefrenabile, e dalla risata contagiosa. Alla rassegna Cinema Spagna del 2012.

La pelosa maledizione dei Mariño

Dopo quindici anni di assenza Tomas, uno scrittore di mediocre successo, fa ritorno nel paesino della Galizia dal quale proviene la sua famiglia. Il ragazzo pensa di dover ricevere un premio dal sindaco per la sua carriera, ma non sa che la vera ragione per cui si trova lì risiede in un’antica e oscura leggenda: solo lui, infatti, può mettere fine alla maledizione che ha colpito il villaggio nell’ultimo secolo… [sinossi]
Com’è che al tuo amico piacciono tanto le pecore?
Da Lobos de Arga
Chissà se Juan Martínez Moreno, il regista iberico di Lobos de Arga, ha mai avuto modo nel corso della sua vita di porre uno sguardo a La croce delle sette pietre (anche conosciuto come Il lupo mannaro contro la camorra), licantropico horror a pochi passi dall’amatoriale diretto nel 1987 da Eddy Endolf, nome di battaglia del cineasta napoletano Marco Antonio Andolfi. I pelosi bestioni mannari che infestano il paesino di Arga, nel cuore della Galizia (la regione più occidentale della Spagna), possiedono infatti non pochi punti in comune con Aborym, il mostruoso demone protagonista del film di Andolfi e del suo seguito del 2007 Riecco Aborym: più che a dei lupi assomigliano a degli scimmioni e camminano solo su due zampe compiendo grotteschi balzi. A parte la curiosi similitudine con il trash-cult nostrano, Lobos de Arga si è segnalato come una delle visioni più sorprendenti e piacevoli di CinemaSpagna, l’annuale rassegna romana dedicata alle opere più interessanti prodotte a Madrid e dintorni.
E proprio dalla capitale parte la (dis)avventura di Tomas, giovane scrittore di (poco) successo che è stato richiamato nella terra dei suoi avi per ricevere un premio dal sindaco di Arga, paesotto disperso nelle campagne galiziane: il ragazzo ignora però che dietro la facciata ufficiale si nasconda un’antica maledizione, di cui la sua famiglia è colpevole e principale vittima. Fin dall’incipit, che mostra il progressivo avvicinamento di Tomas ad Arga, accompagnato dal fedele cagnolino Vito – memorabile la performance del piccolo animale in almeno un paio di sequenze – appare chiaro come Moreno conosca a menadito tutti i cliché del genere: un microcosmo cinematografico che dal perduto The Werewolf di Henry MacRae (1913) fino al recente cortometraggio Versipellis di Donatello Della Pepa si è sviluppato seguendo regole ben precise e circoscrivibili. La luna piena, l’intolleranza all’argento, la belluina incapacità a ragionare dopo la trasformazione, il morso come veicolo del morbo, tutti elementi tipici dell’interpretazione del licantropismo che trovano nuova linfa in Lobos de Arga, che pure non ha alcuna voglia di prendersi troppo sul serio: al di là della veste horror, tracciata con gusto e consapevolezza, Moreno firma una commedia salace, ricolma di intuizioni brillanti e di gag dall’eccellente impatto comico. Tutto questo grazie in primo luogo a una sceneggiatura dal ritmo sincopato e travolgente, tratta dall’omonimo comic-book che in Spagna ha trovato consensi pressoché unanimi, e in seconda istanza a uno stuolo di attori di primissimo livello: i nomi di Gorka Otxcoa, Carlos Areces e Secun de la Rosa (il terzetto di protagonisti pronti a lottare contro un’intera cittadina di lupi mannari) potranno anche essere sconosciuti al grande pubblico, ma le loro interpretazioni si imprimono nella memoria, aggiungendo un’appendice a quella pratica del grottesco che in Spagna ha sempre trovato terreno fertile, come insegna l’esperienza autoriale di Álex de la Iglesia.

Ma sarebbe anche eccessivamente semplicista ascrivere Lobos de Arga al genere dell’horror demenziale: nascosta tra le pieghe di un racconto divertito, che attacca senza alcun ricorso all’autocensura tutti i dogmi della letteratura e del cinema del terrore, è possibile rintracciare una riflessione consapevole tanto sulla macchina/cinema (dedita a uno sfrenato utilizzo della macchina da presa e a una predilezione per la deformazione della realtà) quanto sulla società spagnola. Non era forse la Galizia la terra di nascita di Francisco Franco, che con la sua dittatura fascista rese la Spagna terra “maledetta” per quasi quarant’anni? E l’ottusa popolazione di Arga non potrebbe essere interpretata come una metafora dell’atteggiamento bigotto e reazionario che permise a Franco di rimanere al comando per interi decenni? Al di là di tutto, comunque, Lobos de Arga mette sagacemente alla berlina tutti i punti fermi della cultura spagnola, ridicolizzandoli a colpi di ululati. Un piccolo gioiello di pura essenza popolare, che sarebbe auspicabile veder approdare sugli schermi italiani.

Info
Il trailer di Lobos de Arga.
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