Bucking Fastard

Bucking Fastard

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Ritorno di Werner Herzog al cosiddetto cinema di fiction, Bucking Fastard rimescola le tematiche più classiche del cineasta tedesco, la visione ottocentesca delle vicende delle due gemelle, che pure alcuni indizi fissano come contemporanee, la grande impresa titanica, l’esplorazione di grandi spazi ignoti nelle viscere del sottosuolo. Lo fa con un, a tratti, inedito stile grottesco venato di humor. In concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia.

Necondo satura

Due sorelle, Jean e Joan Holbrooke, sono così unite da parlare all’unisono, amare lo stesso uomo e condividere gli stessi sogni. Persino i loro lapsus sono identici e pronunciati in contemporanea. Non possiamo vedere il mondo attraverso i loro occhi, ma possiamo osservare il modo in cui il mondo reagisce a loro: attraverso i tribunali e la stampa, attraverso coloro che cercano di aiutarle e coloro che vogliono sfruttarle, attraverso lo sguardo di animali domestici e selvatici, e persino attraverso l’eco delle loro stesse vite nelle profondità della terra. [sinossi]

Dedicato a David Lynch: con questa scritta dedicata al collega recentemente scomparso, inizia l’ultima opera di Werner Herzog, Bucking Fastard, in concorso a Venezia 83. Herzog ritorna a ciò che la vulgata considera fiction, ovvero film di messinscena interpretati da attori recitanti. In realtà, come più volte dichiarato dallo stesso cineasta, non c’è una distinzione nel suo cinema tra documentario e finzione. Questo film parte in effetti da qualcosa che il regista avrebbe potuto facilmente sviluppare anche come cinema del reale, ovvero un caso di eccezionale rilievo psicologico-medico, quello delle gemelle inglesi di York Freda e Greta Chaplin, divenute celebri per compiere qualsiasi azione in simultanea, parlare all’unisono, addirittura avere lo stesso partner sessuale. Un caso di studio della gemellologia, una rarità comportamentale da indagare scientificamente. Un nuovo enigma dopo quello di Kaspar Hauser. Le due, infatti, sono arrivate clamorosamente in tribunale a esclamare contemporaneamente il gioco di parole “Bucking Fastard”, una scena riprodotta nel film, da cui prende il titolo che conferisce un tono leggero, canzonatorio. Sarebbe un soggetto perfetto per uno di quei documentari sulle teratologie o malformazioni fisiche come Paese del silenzio e dell’oscurità o Futuro impedito, o sulle aberrazioni psichiatriche dei detenuti nel braccio della morte di On Death Row. L’inizio del film è proprio il processo alle sorelle Jean e Joan Holbrooke, in un tribunale irlandese. Una cerimonia pomposa con il giudice in ermellino e parrucca come nello stile britannico. Sembra portarci indietro nel tempo, con le figure tipiche herzoghiane, di quegli scribani o notabili ottocenteschi grigi e ingessati di tanti film del regista ambientati nel passato. Il mondo ritratto nel film è fuori dal tempo, o dimenticato dal tempo, anche se alcune battute, che alludono ai social, indicano che il film è contemporaneo. Nessuna di quelle nuove tecnologie tuttavia appare mai.

Nel mockumentary Incident at Loch Ness (diretto da Zach Penn), Herzog voleva interrogarsi su come mai in un’era governata dalla razionalità scientifica positivista, la gente voglia credere all’irrazionale presenza di una creatura preistorica lacustre. Quell’affermazione sarebbe in realtà da ribaltare: è Herzog a essere un uomo dell’Ottocento romantico a vivere in un mondo a lui anacronistico. È Herzog che racconta la storia delle sorelle Holbrooke seguendo un immaginario romanzesco e calligrafico, sospeso fra il romanzo sentimentale di Jane Austen e il gotico delle sorelle Brontë, rielaborando il concetto di sorellanza e amore della prima, cancellando la possibilità di concezioni diverse dell’amore e concependo due sorelle nelle quali ragione, sentimento, orgoglio, pregiudizio, desiderio e identità siano diventati indistinguibili. Il tutto all’interno di un paesaggio che funziona come via di fuga, come la brughiera di Cime tempestose, dove una nuova Jane Austen, sdoppiata in due, cerca la propria identità e l’amore vero. Le gemelle del film sono nella costante ricerca di una “terra immaginaria dove il vero amore è possibile”, esacerbando quel conflitto tra natura e cultura che governa tutto il cinema di Herzog. E da qui si innesta una nuova avventura in un altro ignoto spazio profondo, nelle viscere della terra ancora inesplorate. Si parte dall’ingresso di una caverna che guarda su un verde paesaggio irlandese maestoso, spesso contemplato nel film come l’indovino di Cuore di vetro – film che peraltro finisce con le immagini leggendarie di due isolotti irlandesi – contemplava i boschi bavaresi. E si arriva alle Grotte di Postumia in Slovenia, poco distanti da Trieste, incredibile reticolo carsico, un regno sotterraneo, tutto grondante di stalattiti e stalagmiti, di quasi 21 km di caverne e gallerie a oggi conosciute, ma presumibilmente c’è ancora molto da esplorare. Herzog le mostra nella versione già antropizzata, con i corrimani, il trenino e il negozio di souvenir, a uso e consumo dei visitatori turisti. Ma anche questo fa parte di una concezione ottocentesca della natura da domare, asservire. Le grotte furono in effetti scoperte nel 1818 e già nell’anno successivo furono aperte al turismo con l’arciduca Ferdinando, erede al trono austriaco, a fare da apripista. E a fine Ottocento risale la realizzazione della ferrovia e dell’illuminazione elettrica, con quel grottesco lampadario di cristallo che Herzog non manca di riprendere. E ancora si parla dell’animale simbolo di quelle caverne, il proteo, quell’anfibio cieco che vive in ambienti sotterranei, avendo sviluppato tutti gli altri sensi. Una creatura perfetta per Herzog.

Info
Bucking Fastard sul sito della Biennale.

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