Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin

Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin

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Con Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin, Werner Herzog ripercorre le tracce degli incontri, “reali” e fatti di affinità elettive, avuti con l’amico, il viaggiatore, il narratore Bruce Chatwin, in un rincorrersi “affettuoso e distante” nel nome dell’esperienza del viaggio, rigorosamente a piedi. Un documentario targato BBC presentato alla Festa del Cinema di Roma 2019 e a Doclisboa.

Camminatore che vai, cercando la pace al crepuscolo

Quando lo scrittore e viaggiatore Bruce Chatwin stava morendo, mandò a chiamare il suo amico Werner Herzog, chiedendogli di vedere il suo recente film sulle tribù del Sahara e, in cambio, come dono d’addio gli regalò lo zaino che aveva portato con sé nei suoi viaggi per il mondo. Trenta’anni dopo, prendendo con sé lo zaino di Chatwin, Herzog compie un viaggio ispirato dalla loro comune passione per la vita nomade. [sinossi]

«È un compendio di contraddizioni: duro e vulnerabile, affettuoso e distante, austero e sensuale, non particolarmente adatto alle tensioni della vita quotidiana, ma perfetto in condizioni estreme» , difficile immaginare una descrizione più calzante ed esaustiva del regista teutonico-apolide Werner Herzog. Queste parole così esatte sono d’altronde del romanziere e narratore di viaggi Bruce Chatwin e le troviamo riportate verso la fine di Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin, documentario attraverso il quale Herzog ripercorre gli incontri, “reali” e fatti di affinità elettive, con il compagno di viaggio e d’esperienza, nomadismo e storytelling, Bruce Chatwin.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2019 e prodotto dalle BBC, Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin è di fatto di un lavoro a due voci che, sebbene inizialmente non appaia troppo convincente, per via dell’utilizzo di una voice over di Chatwin posticcia e di un certo abuso di drone svolazzante (che fa temere eccessive concessioni allo stile BBC), riesce poi a trovare una sua chiave di lettura potente, filosofica ed emotiva al punto che, verso la fine della visione, viene da chiedersi chi davvero dei due, tra Herzog e Chatwin, abbia fatto un documentario sull’altro.

Diviso in otto capitoli, Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin lascia che gli eventi biografici di Chatwin – origini familiari, studi giovanili, matrimonio, partenze, contagio con il virus dell’AIDS, morte – emergano in maniera mai scissa dal percorso personale/professionale del viaggiatore o da quello dello stesso Werner Herzog. Si parte dalla Patagonia, luogo esplorativo d’elezione di Chatwin, e in particolare dalla grotta in cui un suo antenato credette di rinvenire la pelle di un brontosauro, successivamente identificata come appartenente a un, altrettanto estinto, Milodonte. Qui Herzog, oltre a intervistare storici e antropologi, si sofferma sui turisti, acerrimi nemici dei viaggiatori in quanto fautori di una disneyficazione della Storia. Non va meglio in Inghilterra dove, mentre Herzog intervista Elizabeth Chatwin, vedova del sodale viaggiatore, è possibile osservare come il magnetismo delle pietre del sito archeologico del Neolitico di Avebury, abbia attratto dei turisti mistici, intenti a ondeggiare bendati tra le sacre pietre, o a tenere tra le mani bastoncini di rame, per vedere come il magnetismo li faccia, inevitabilmente e ripetutamente, intersecare.

Ma la chiave di lettura biografica e autobiografica proposta da Werner Herzog in questo suo lavoro emerge con forza poi nell’Outcast australiano, luogo che ispirò a Chatwin Le vie dei canti, indagine e racconto di come i percorsi a piedi degli aborigeni fossero accompagnati da canti rituali che rappresentavano sia una forma di orientamento che di riscrittura del territorio. Perché senza l’uomo e la sua musica il paesaggio non esisteva affatto per sé, proprio come, nella filosofia nietzschiana, la realtà non è che un’umana rappresentazione. Da qui in poi il film inizia a respirare a pieni polmoni e il progetto herzoghiano si fa chiaro: la ricerca di un legame con la sua materia d’elezione, legame che oltrettutto è stato personale in vita, si traduce in una forma di autobiografismo che porta Herzog, come spesso già accaduto nei suoi lavori, a leggere “l’altro” attraverso se stesso. Perché per lui non esiste altro modo possibile, né eticamente corretto.

Per cui ecco che gli elementi “autobiografici” del regista teutonico entrano in gioco e, dal momento che per Herzog l’unica forma di autobiografismo possibile è attraverso il cinema, ecco che entra in gioco il suo cinema del passato, specchio e “diario di viaggio” della sua esperienza di vita. Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin non è dunque certo un documentario biografico, bensì la messa in forma di una lettura e autolettura, di Herzog e Chatwin, attraverso le rispettive opere. Sono queste d’altronde l’unica cosa che conta, che sopravvive alle umane spoglie.

L’Outcast de Le vie dei canti di Chatwin diventa dunque nel film quello di Dove sognano le formiche verdi (1984), mentre il discorso su quel libro segreto degli aborigeni che non si può mostrare, che si consuma quando si viene a conoscenza del suo contenuto, riporta alla mente da un lato la caverna inviolabile non-vista in Il diamante bianco (2004) e dall’altro Ten Thousand Years Older (episodio contenuto in Ten Minutes Older: The Trumpet, 2002) dove Herzog postulava che il suo incontro o, meglio, l’incontro del cinema con una tribù di indigeni brasiliana li avesse fatti “invecchiare” di cent’anni in pochi minuti, innestando in loro il germe inestirpabile dell’estinzione. E poi naturalmente, ecco le immagini di Cobra verde (1987), tratto dal romanzo Il viceré di Ouidah di Chatwin, il quale, nonostante l’avanzare della malattia, visitò il set dell’amico e riempì di annotazioni una copia della sceneggiatura, che qui Herzog vede per la prima volta.

E allora ecco che, con lo scorrere del film, apprendiamo, ancora una volta, come dire solo una parte della “verità” (cosa di cui Chatwin è stato accusato da numerosi studiosi di antropologia), secondo Herzog, sia l’unico modo per preservarla. E non solo dunque la tecnologia distrugge oggi l’umanità, ma da sempre anche quella conoscenza che non proviene dall’esperienza personale, si può tramutare in una forma di colonialismo culturale che anziché aprire una finestra sull’altro, ne provoca l’estinzione.

E in tal senso Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin tocca le corde di una profonda commozione nel momento in cui Herzog racconta di quando, chiamato dalla moglie Elizabeth, visitò per l’ultima volta Bruce Chatwin, ormai consapevole dell’imminenza dalla morte. In quell’occasione, l’amico gli domandò di porre fine alle sue sofferenze, ma Herzog preferì invece mostrargli alcune immagini del suo nuovo lavoro Wodaabe – I pastori del sole (1989), dedicato alla tribù nomade sub sahariana. Sono forse state proprio quelle immagini a porre fine all’umana esistenza di Chatwin? Di certo, a Werner Herzog piace pensare che sia stato il cinema a ucciderlo, e non un volgare, umano virus.

Con questo perpetuo intersecarsi di vita e opere tra Chatwin e Herzog, viene certo anche da pensare che Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin sia a tratti un lavoro un po’ autocelebrativo, eppure questo documento di esperienze riesce miracolosamente a restare in un equilibrio filosoficamente perfetto, nel suo ribadire che non c’è realtà se non filtrata dallo sguardo dell’uomo e uno sguardo personale e sentito sulla di essa non è affatto un suo tradimento, ma un atto di coerenza e fede in se stessi. E allora, forse in maniera ancora più netta che in passato, con Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin si fa chiaro che Werner Herzog, da diversi anni, sta redigendo con cura la nostra autopsia da vivi.

Info:
Il trailer di Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin.

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