Queen of the Desert

Queen of the Desert

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Tanto deserto ma poco Herzog: per una volta non è una contraddizione in termini, perché Queen of the Desert – in concorso alla 65esima edizione della Berlinale – è un film quasi-addomesticato.

No apocalissi nel deserto

Gertrude Bell (1868-1926), archeologa, storica, scrittrice e membro del servizio segreto britannico, giocò un ruolo decisivo nel corso degli anni Venti nel definire il nuovo ordine politico del Medio Oriente alla luce del tracollo dell’Impero Ottomano. [sinossi]

Ebbene sì, persino Werner Herzog può deludere, almeno per una volta. È capitato qui alla Berlinale in cui il nuovo film del cineasta tedesco, Queen of the Desert, è stato selezionato per il concorso principale. La vicenda dell’archeologa, storica e agente segreto Gertrude Bell – interpretata da una volenterosa ma inane Nicole Kidman – scorre infatti, a parte alcune deviazioni, in modo abbastanza classico, seguendo più o meno lo schema di un rispettabile biopic.
Eppure, potenzialmente, c’erano tutte le premesse per un lavorio interno del discorso, per uno scavo brutale della norma. Basti pensare a due titoli come Rescue Dawn e Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans dove, di fronte alla superficie di produzioni americane ontologicamente iper-controllate, Herzog era riuscito comunque a imporre la sua personalità autoriale reinventando le icone attoriali di Christian Bale (Rescue Dawn) e di Nicolas Cage (Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans) e inserendo tutta una serie di elementi che scardinavano la cornice del racconto e dello sguardo.

Queen of the Desert invece finisce per rimanere sostanzialmente prigioniero del canone del racconto esotico con star abbigliate in modo eccentrico. Prigioniero perché a tratti si riconosce il vero Herzog, anche se nascosto nei dettagli, come il diavolo. Si pensi ad esempio agli straordinari titoli di testa, dei campi lunghi a mostrare il deserto attraversato da una carovana che pian piano sparisce tra le sabbie: gioco ottico e insieme riflessione sull’onnipotenza della Natura che rimanda a Fata morgana e ad Apocalisse nel deserto e che però non trova poi seguito in Queen of the Desert.
Come in un classico biopic, infatti, ci si concentra sull’educazione sentimentale di Gertrud Bell/Nicole Kidman e sulla sua relazione con il diplomatico maudit interpretato da James Franco: un rapporto travagliato che poi spingerà la donna a dedicarsi in maniera totalizzante alla passione per il Medio Oriente. Ed è nel momento in cui la Bell parte nei suoi viaggi per il deserto che ci si immagina che finirà per esplodere tutta la fantasia anarchica e feroce di Herzog. Invece non è così: l’incontro della protagonista con una serie di popoli arabi è gestito sempre in maniera piana e semplicistica, governato da una immediata quanto frettolosa comprensione reciproca. Si susseguono dunque situazioni e luoghi in cui la Kidman non appare davvero mai in pericolo – laddove nessuno prima di lei si era avventurato, se non con conseguenze catastrofiche (come la avverte più di un personaggio) – e, anzi, la donna pare gestire ogni rapporto con una sicumera da maestrina.

Va a finire che la prima parte di Queen of the Desert, quella “casalinga” e sentimentale, tutta vissuta nella trepidante attesa di chissà quale catastrofe ambientale nel momento in cui la Kidman si troverà ad esperire il deserto, si fa preferire alla seconda, quando ormai si è costretti a certificare definitivamente la delusione. Questo accade anche perché è soprattutto in questa prima porzione di film che Herzog concentra alcuni diabolici guizzi: l’apparizione dell’avvoltoio mentre la Kidman e Franco si stanno per baciare per la prima volta, la rivalità – tutta giocata sull’abissale differenza d’altezza – tra la Kidman e la bassina e piagnucolosa figlia di un ambasciatore, anche lei innamorata di Franco, i dialoghi tra i potenti che si spartiscono le ceneri dell’Impero Ottomano, ecc.
Anche la regia appare in questa fase più libera, anzi, forse Herzog mai prima d’ora, a parte la notevole eccezione di Cave of Forgotten Dreams, si era così tanto sbizzarrito con la steadycam, che qui volteggia nell’aere in vorticose evoluzioni, quasi incurante dei movimenti dei personaggi. Se aggiungiamo che non poche volte la macchina da presa è stata montata anche su un drone, capace ad esempio di risalire virtuosisticamente un canyon, ecco allora che si fa strada l’ipotesi che Herzog, di fronte a una storia e ad una produzione che evidentemente gli permettevano poche libertà, abbia preso questo film come un esercizio.

Infatti, se si deve riflettere sui nuclei del discorso, appare evidente come tutto resti vago e impreciso. Herzog non prende posizione sulla figura di Gertrud Bell, non giudica e non parteggia per la sua protagonista, anzi la osserva quasi con curiosità, come si può osservare uno strano ed inesplicabile oggetto, che non diventa mai oggetto del desiderio. La Kidman, di conseguenza (al pari però di James Franco e del simpaticamente improbabile Robert Pattinson, qui nei panni di Lawrence d’Arabia), si muove sullo schermo anche con un certo piglio, ma seguendo una direzione tutta sua che, per primo, lascia indifferente il regista stesso.
E, se inoltre si volesse dare un giudizio storico su Queen of the Desert e sulla sua pseudo-riflessione tra occidente e mondo arabo, allora – soprattutto di questi tempi – il film appare decisamente arretrato, se non reazionario. Non è un mistero, infatti, come insegna Edward Saïd, che l’orientalismo sia stata un’invenzione tutta europea, tesa ad assoggettare culturalmente, economicamente e politicamente il Medio Oriente. E dunque anche gli studiosi europei del mondo arabo – per di più gli studiosi con un incarico addirittura politico, come l’ebbe Gertrude Bell – rientravano pienamente in questa logica imperialista. Sotto questo aspetto perciò Queen of the Desert è tutt’altro che un film illuminato, tanto più che descrive gli arabi come una popolazione addomesticata e sostanzialmente assoggettata, se non ai maschi occidentali, quantomeno a questa vichinga che accolgono come un’apparizione benevola. Ma in fin dei conti è Herzog stesso ad apparire addomesticato in Queen of the Desert, leone in gabbia, animale in cattività impossibilitato a graffiare.

Info
La scheda di Queen of the Desert sul sito della Berlinale.
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