15/18
di Cédric Kahn
Cédric Kahn torna alla regia per raccontare la vita in un reparto psichiatrico per adolescenti: 15/18 è uno sguardo sentito e sincero su quello che, dicono i dati, è un fenomeno in aumento negli ultimi lustri. E di cui la società non pare occuparsi con grande interesse. In concorso a Venezia 2026.
Entre les murs
Lucia viene portata nuovamente nel reparto psichiatrico per adolescenti da cui entra ed esce: l’aggressiva diciassettenne è di casa e conosce bene sia gli operatori sanitari che alcuni ospiti, come la timida Eloïse. Ma sono molte le storie e i dolori che vivono tra le mura di questo centro ospedaliero francese. [sinossi]
“15/18” sono i limiti minimi e massimi di età per essere accolti nei reparti psichiatrici dedicati agli adolescenti: superata la maggiore età si va con gli adulti e, in alcuni casi, forse si finisce anche in galera; fino ai 14 anni ci si rivolge alle strutture 11/14. I protagonisti del nuovo film di Cédric Kahn, 15/18 appunto, sono quindi ragazzini di questa specifica età che per varie ragioni hanno bisogno di un supporto psichiatrico ospedaliero: per realizzare questo lavoro, cui il regista francese ha dichiarato di tenere molto, lui e la sceneggiatrice Kahina Le Querrec hanno raccolto negli ospedali storie e vicende di giovani e famiglie. Alla fine dei titoli di coda leggiamo che i racconti in scena sono inventati per lo schermo, ma è chiaro che i mesi trascorsi a contatto con medici, operatori sanitari, pazienti e genitori siano stati fondamentali per immergersi negli umori che 15/18 restituisce con sensibilità ed efficacia. Forse senza quel tocco in grado di rendere il lavoro di Kahn un grande film, ma senz’altro con la capacità di affrontare la malattia mentale e il disagio giovanile con precisione e intelligenza. Viene in mente La classe di Laurent Cantet, guardando questo lavoro di Kahn che con la Palma d’Oro 2008 condivide una ricostruzione para-documentaristica che però è sceneggiata, girata e interpretata: La classe,oltre che per lo stile naturalistico e da “falsa” presa diretta, risuona soprattutto poi, qui, per la centralità dei ragazzini, protagonisti all’interno di un’istituzione (in quel caso, la scuola, ma accanto e assieme al loro insegnante di lettere). 15/18 può così anche ricordare un po’ Giovani madri dei fratelli Dardenne, storia di minorenni ospitate in un centro dei servizi sociali per ragazze madri o in procinto di diventarlo: in questo caso sono sia le età, che l’istituzione di supporto, che la varietà delle vicende dei minori ad avere assonanze col lavoro di Kahn. Il quale, profondamente interessato al “vero” (e lo testimoniano bene anche i precedenti due film del regista, Il caso Goldman e Making of), sceglie un racconto policentrico per il suo spaccato sociale e ospedaliero. Tanto che, nel corteo di colloqui con alcuni ospiti del reparto con i sanitari, c’è quasi uno sguardo “wisemaniano” (High School, Juvenile Court o perfino Welfare), e inizialmente sembra che nessuno dei ragazzi possa avere più centralità di un altro.
Non sarà esattamente così e, sia nelle note più pessimistiche sia per mostrare le possibilità di una via d’uscita, Kahn si concentra su alcuni più che su altri. E fin dall’incipit dove vediamo una sfrontata diciassettenne entrare nuovamente in psichiatria: è un’habitué, una veterana del tentato suicidio e dell’abuso in famiglia, che entra ed esce e conosce tutti. L’intreccio non resta su di lei, Lucia, bensì scandaglia tutto il microcosmo del reparto, dai medici ai ragazzini, con le loro diverse problematiche. Se Lucia è rientrata tra mura ben note, ritrovando la timidissima Eloïse che ormai è la sua amica di reparto, il giovane operatore Jules ha invece da poco iniziato il proprio servizio e deve ancora maturare parecchia esperienza: i giovani, lo consigliano quelli più navigati, possono essere anche naif o gentili, ma sanno esplodere in scoppi di ira e violenza, mordere e colpire. Kahn è proteso a mostrare la varietà con cui si manifestano i disturbi e ad analizzare le ragioni da cui scaturiscono, le quali possono essere estremamente differenti e imprevedibili: la famiglia è quasi sempre coinvolta nella faccenda, ma ci sono episodi psicotici che hanno perché difficili da decrittare. Così come ci sono persone assolutamente recidive e altre che, nella fragilità della loro situazione, sono mosse dalla pulsione di capire e intervenire. E ci sono esseri quasi mitologici, come un tale chiamato “Hannibal”, che nessuno ha mai visto perché, cattivissimo, è da sempre in isolamento. 15/18 è un lavoro ben strutturato, in cui la sceneggiatura restituisce le varietà e la regia è in grado di animarle con vigore pur restando quasi sempre nell’angusto ospedale, tra un colloquio psicologico, un pasto collettivo, un laboratorio teatrale che termina con un reenactment di una violenza sessuale. Kahn, che troviamo significativamente nella parte dello psichiatra caporeparto/regista, osserva i ragazzi (molti dei quali alla loro prima esperienza sullo schermo) con intensità e partecipazione, senza mai giudicarli. Lo spirito “wisemaniano” si può poi ravvisare anche nell’aver ritratto i limiti ma soprattutto i meriti di un servizio pubblico, che ovviamente potrebbe e dovrebbe avere più spazi, più possibilità di accoglienza, più addetti, più risorse, ma ha come obiettivo autentico quello di dedicarsi alla cura e alla riabilitazione di persone ancora estremamente giovani.
Il film ha una bella sequenza finale, inattesa e molto interessante, che squaderna una prospettiva più vasta e non per forza conciliante: l’essere “giovane” è un dato transitorio che accomuna tutti i ragazzi ospiti, ma queste persone – come tutte le persone – alla fine non sono uguali nelle loro capacità di azioni e reazioni. Tra loro, come suggerisce un dialogo, ci sono sia dei “morti viventi” che dei vivi che, momentaneamente, sembrano morti: alcuni di loro faranno delle scelte, altri ne faranno di differenti; alcuni di loro resteranno nella ripetizione, altri avranno desiderio di uscirne. E anche questo desiderio porterà a strade eterogenee. Forse è anche per questo che viene citato sul finale Arancia meccanica, attraverso l’uso di Funeral of Queen Mary di Henry Purcell: esistono la malattia mentale, i disturbi compulsivi, le famiglie violente e indifferenti, il desiderio di morte, la psicosi, ma esistono anche le azioni di cura e quelle che la negano. E se ci sono molti misteri sulla natura umana che sfuggono alla nostra comprensione, ci sono anche le scelte. Sopra il mero cinema “sociale”, un po’ sotto al film che eleva un tema a riflessioni universali, 15/18 è uno sguardo sentito e sincero su quello che, dicono i dati, è un fenomeno in aumento negli ultimi lustri. E di cui la società non pare occuparsi con grande interesse.
Info
La scheda di 15/18 sul sito della Biennale.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: 15/18
- Paese/Anno: Francia | 2026
- Regia: Cédric Kahn
- Sceneggiatura: Cédric Kahn, Kahina Le Querrec
- Fotografia: Patrick Ghiringhelli
- Montaggio: Géraldine Mangenot
- Interpreti: Antoine de Foucauld, Cédric Kahn, Jennifer Decker, Kenji Peyran, Malou Khebizi, Patience Munchenbach, Sophie Guillemin, Zoé Monpart
- Colonna sonora: Gael Rakotondrabe
- Produzione: Ad Vitam, Tropdebonheur Productions
- Distribuzione: I Wonder Pictures
- Durata: 105'



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