L’avion

L’avion

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I buoni propositi di Cédric Kahn permeano gran parte de L’avion e il triangolo ragazzino-padre-aeroplano è gestito con sagace leggiadria e maturità, ma l’atmosfera creata con certosina precisione viene stravolta e contraddetta da una sottotrama inutile e da un personaggio posticcio e stereotipato. Presentato al Torino Film Festival.

L’aereo più sensibile del mondo…sempre più sensibile (e rosso)

Il piccolo Charly, ragazzino sensibile e intelligente, è deluso dal regalo di Natale del padre: un aereo bianco e ingombrante al posto della tanto agognata bicicletta. Ma proprio dopo l’improvvisa e drammatica morte del padre in un incidente, l’aereo comincia a dare segnali di vita! Charly e l’aeroplano diventano inseparabili… [sinossi]

In fin dei conti, L’avion è un film spiazzante. Per diversi motivi. In primis, il regista. Viste le precedenti opere (La noia, Roberto Succo, Luci nella notte), Cédric Kahn non sembrava destinato a dirigere una favola, seppur sui generis. Una scelta (artistica? economica?) interessante, persino stimolante: un cambio di direzione improvviso, magari casuale o isolato, da parte di un regista che tra pregi e difetti cerca di farsi autore. Seppur in un altro contesto, e inevitabilmente annacquato, rimane l’interesse del cineasta francese per il lato oscuro dei personaggi. E per le loro ossessioni.

Ancor più spiazzanti, in un certo senso, sono le scelte narrative. Favola dai ritmi blandi con tanto d’improvvisa sterzata – non che il cambio di ritmo sia così adrenalinico – verso l’improbabile terreno della spy-story. L’intrusione dei militari e degli scienziati prevedibilmente cattivi incrina irrimediabilmente il concetto di verosimiglianza: nonostante gli sforzi stilistici, la favola ricade su se stessa. L’atmosfera creata da Kahn con certosina precisione viene stravolta e contraddetta da una sottotrama inutile e da un personaggio (Xavier, interpretato da Nicolas Briançon) posticcio e tremendamente fastidioso e stereotipato. La parte centrale de L’avion è letteralmente congelata da questa ingombrante parentesi: il flusso emotivo è inutilmente interrotto, costringendo lo spettatore a recuperare in tutta fretta il legame empatico col piccolo Charly – il bravo Roméo Botzaris. E la convincente chiusura finisce per non essere adeguatamente introdotta e sostenuta.

«Richiede molto lavoro ottenere l’illusione della semplicità e mi sono costantemente impegnato a mantenere le cose lineari e chiare. Temevo che l’argomento trattato potesse rendere il film troppo cupo, e volevo trovare un equilibrio tra la leggerezza e la profondità». I buoni propositi del regista francese permeano gran parte del film e il triangolo ragazzino-padre-aeroplano è gestito con sagace leggiadria e maturità. Kahn non ricorre mai a scene strappalacrime ma, al contrario, smorza sempre i toni. E se la spy-story non convince, è abbastanza coinvolgente il côté fantastico: il design minimalista dell’aeroplano e il bagliore rosso che ne segnala la vitalità si sposano perfettamente con l’apparente freddezza della messa in scena e le varie sequenze di volo – dall’aereo che distrugge la stanza al volo di Charly, che richiama inevitabilmente il ben più famoso librarsi in bicicletta di E.T. – riescono nella loro semplicità a essere persino spettacolari.

Pesa nel giudizio complessivo il macigno della parte centrale e la scelta di inserire il personaggio della petulante e insopportabile amica di Charly (Alicia Djémaï, bravissima nel risultare odiosa e fastidiosa). Il cast è di buona levatura: apprezzabile il lavoro di Isabelle Carré (Catherine, la madre) e soprattutto di Roméo Botzaris, capace di reggere da solo buona parte del lungometraggio. Si riduce a pochi minuti la presenza di Vincent Lindon (Pierre, il padre), che avrebbe meritato maggiore spazio.

Info
Il trailer originale de L’avion.
L’avion sul sito del TFF.
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