Une vie meilleure

Une vie meilleure

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Une vie meilleure di Cédric Kahn non è un dramma che si crogiola nella rappresentazione della tragedia ma un obiettivo senza filtri che sbatte sullo schermo una quotidianità di stenti.

Il popolo migratore

Yann, cuoco trentacinquenne, e Nadia, una cameriera ventottenne, madre di un bambino, decidono di mettere tutte le loro energie nell’acquisto di un ristorante. Decisi e appassionati nel progetto, ma privi di risorse economiche, cercano di realizzare il loro sogno all’interno di una giungla di finanziamenti e prestiti bancari che rapidamente li sommergono. Per tirarsi fuori dai guai, Nadia deve accettare un lavoro in Canada e lasciare il figlio, mentre Yann è costretto a rimanere per salvare il ristorante. Insieme, l’uomo e il bambino affrontano creditori implacabili, un sistema indifferente e una dura quotidianità. Yann comprende che la sola possibilità di salvezza è riunirsi con la donna che ama – e riunire madre e figlio – raggiungendo Nadia in Canada per garantirsi una vita migliore. [sinossi]

Sono numerosissime e varie le vittime della crisi economica mondiale: fra i settori più colpiti e falcidiati c’è senz’altro quello delle piccole imprese familiari ed è proprio questa realtà ad approdare al cinema con un affresco del crollo politico-sociale contemporaneo. A portarlo sullo schermo è Cédric Kahn, cineasta versatile dalla notevole lucidità espressiva, abile creatore di tensione narrativa ben supportata dall’essenzialità delle immagini: il suo curriculum già ricco di esperienze registiche variegate (da Roberto Succo all’inquieto Luci nella notte, fino a Les Regrets – dramma sentimentale per la verità poco convincente presentato proprio nella kermesse capitolina nel 2009) si fregia di un titolo interessante che punta i riflettori su una fase storica di svolta come quella odierna senza isolarne le conseguenze, ma anzi iscrivendo la depressione economica in una vicenda umana tragicamente attuale e realistica.

Une vie meilleure punta i riflettori su un frequente dramma che coinvolge chi per ottenere un prestito che gli consenta di dare vita a una piccola attività si ritrova impantanato fra debiti, “revolving crediti” e maturazione di interessi proibitivi: ben presto chi non la possibilità di poter immediatamente fare fronte alla propria posizione, si ritrova inghiottito in una spirale di impoverimento destinata a non lasciargli scampo e che nega ogni plausibile opportunità di ripresa, perché il mercato del lavoro e delle imprese ha progressivamente ridotto il margine entro cui poter migliorare le proprie prospettive rispetto alle condizioni di partenza. In una realtà economica come quella contemporanea – che Kahn descrive come una “macchina che impoverisce i poveri” – anche il sogno di un futuro migliore sembra aver acquisito un prezzo: il film segue la nascita del sogno imprenditoriale del cuoco Yann e della cameriera Nadia, che vorrebbero comprare e ristrutturare un piccolo ristorante sulle rive di un lago nelle campagne parigine. La coppia – indebitatasi oltre le proprie possibilità e ormai impossibilitata a ottenere ulteriori prestiti – è costretta a scendere a compromessi per non essere schiacciata dalla gravità della propria condizione: Nadia otterrà un lavoro in Canada che le potrebbe consentire di arginare i danni e le perdite per il mancato decollo dell’attività, mentre Yann rimarrà in Francia cercando di mantenere vive le proprie ostinate speranze, con l’ulteriore responsabilità e incombenza di dover badare al piccolo Sleimane, il figlioletto di nove anni di Nadia che momentaneamente non può seguire la madre nella sua precaria avventura oltreoceano.

È una Francia sconvolta dalla povertà quella descritta da Kahn, che si addentra con fermezza nei disastrati condomini dormitori dove si accalcano immigrati e nuovi poveri, fra disoccupazione, illegalità e crescente senso di insofferenza: Une vie meilleure non è un dramma che si crogiola nella rappresentazione della tragedia ma un obiettivo senza filtri che sbatte sullo schermo una quotidianità di stenti. Sottraendosi sin dalle sue premesse alla realizzazione di un pamphlet sociale sulla crisi, il regista imprime alla pellicola l’urgenza della raffigurazione dei sentimenti, a sottolineare la presenza di uomini e donne “reali” nel background dei grandi fenomeni globali: sono quindi le relazioni fra i personaggi a guadagnarsi il ruolo predominante nella gerarchia del film, dall’amore fulminante che intreccia le esistenze di Yann e Nadia al legame complesso e intensissimo che legherà l’uomo a Sleimane, un bambino cui è sempre mancato un riferimento paterno e che si trova a gestire un nuovo “abbandono”.

Il racconto di Kahn è fluido e compatto e deve una considerevole quota della robustezza generale del progetto a un ottimo segmento centrale, dove il tracollo economico dei protagonisti è affiancato proprio dalla progressiva evoluzione del rapporto fra Yann e il figlio di Nadia, segnato da slanci di tenerezza, esplosioni d’ira, incomprensioni e affetto, in un insieme composito di elementi che restituiscono credibilità e poliedricità a un rapporto che acquisisce sempre maggiore necessità perché espressione di reciproco supporto. Cruciale ai fini dello sviluppo della narrazione, l’articolato disegno umano – ben tratteggiato in fase di scrittura – è egregiamente completato da un cast intenso che delinea i connotati dei personaggi con discrezione e irruenza allo stesso tempo: Guillame Canet, Leila Bekthi e Sleimane Khettabi sono i materiali artefici della notevole aderenza alla realtà dei protagonisti, faticosamente impegnati nella ricostruzione della propria normalità, alla ricerca di quella “vita migliore” per la quale combattere senza esitazioni.

Regia solida e mai sopra le righe per Une vie meilleure, che mantiene salda la sua idea di compattezza che ben si adatta alla mutevolezza e alla complessità dei temi trattati (sebbene la lucidità estrema della pellicola sembri appannarsi leggermente nel finale): l’uomo e la sua difficoltà al relazionarsi con la realtà, il desiderio di riscatto, la sconcertante messa in discussione delle propri sogni, l’annientamento delle aspettative sono solo alcuni degli spunti che ricorrono nel corso della pellicola, che sa dare un volto autentico all’amore, alla famiglia, al valore delle proprie speranze senza scegliere scorciatoie o moralismi.

Info
Il trailer di Une vie meilleure.
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