Monsieur Lazhar

Monsieur Lazhar

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Monsieur Lazhar è un film intenso ed emozionante che si affida alla sola forza delle parole, dei silenzi e delle immagini e arriva diritto al cuore, con sincerità, amore e un tocco di poesia.

L’albero e la crisalide

Bachir Lazhar, immigrato algerino, è chiamato a sostituire un’insegnante elementare morta tragicamente. Mentre la classe avvia un lungo processo di elaborazione del lutto, nessuno a scuola sospetta quale doloroso passato gravi su Bachir… [sinossi]

Con un palmares così ricco alle spalle raccolto nel circuito festivaliero internazionale [1], la quarta fatica dietro alla macchina da presa di Philippe Falardeau, chiamata a rappresentare la cinematografia canadese all’ultima notte degli Oscar nella categoria come miglior film straniero, non poteva assolutamente passare inosservata agli occhi dei distributori esteri; persino a quelli nostrani, tanto da convincere Officine Ubu a portarlo nelle sale italiane a partire dal 31 agosto. C’è da dire che avrebbe meritato ben altra collocazione piuttosto che un’uscita negli ultimi sussulti della stagione, per di più in concomitanza con la 69esima Mostra di Venezia, ma visti i tempi bisogna accontentarsi anche delle briciole che il mercato può offrire a certe tipologie di film.

Monsieur Lazhar è quanto di più intenso ed emozionante si possa riversare sul pubblico con la sola forza delle parole, dei silenzi e delle immagini. Lo fa attraverso un flusso continuo che arriva diritto al cuore, con sincerità, amore e un tocco di poesia. Merito di una scrittura attenta ai dettagli e alle sfumature degli eventi, allo sviluppo e alla costruzione dei personaggi che la animano, plasmata a sua volta dall’omonima pièce di Evelyne de la Chenelière, della quale la pellicola è l’adattamento per il grande schermo. A firmare lo script è lo stesso regista canadese, ancora una volta alle prese con una trasposizione andata a buon fine dopo il pluri-premiato It’s Not Me I Swear!, dall’opera letteraria di Bruno Hèbert. Mentre in occasione del film del 2009 la fedeltà al testo originario e all’umorismo travolgente e sottile dello scrittore erano piuttosto evidenti, quasi sacrale in certi passaggi, per Monsieur Lazhar il distacco netto dalla matrice è altrettanto chiaro, motivato dall’impossibilità a nostro avviso da parte del regista, e più in generale della Settima Arte, di riuscire a replicare la tridimensionalità delle emozioni che solo il live teatrale può far scaturire. In pochi ci sono riusciti veramente e tra quei pochi in ordine di tempo troviamo Roman Polanski, che nel 2011 ha portato al cinema con estrema fedeltà alle sue radici del 2007 Carnage, film tratto dall’opera teatrale di Yasmina Reza. Fatta eccezione per alcuni tentativi riusciti, c’è da tenere ben presente che se un testo funziona a teatro non è detto che funzioni ovunque questo venga “clonato”. L’intelligenza di Falardeau sta proprio nel fatto che nel momento stesso in cui ha deciso di adattare il testo della drammaturga ha scelto di tradirlo, prendendone le linee guida e con esse il dna genetico del plot, delle atmosfere e dei personaggi, per poi riproporre il tutto sulla bidimensionalità di uno schermo cinematografico, seguendo le specifiche esigenze narrative e di messa in quadro che ciò comporta.

Per raccontare la storia personale del protagonista, interpretato dal bravissimo attore algerino Mohamed Fellag, il cineasta nordamericano la sottrae alla natura scatologica della cornice teatrale dei soli interni dove è nata per ampliarne gli orizzonti scenografici. Nella pellicola, Falardeau ci trascina al seguito di Lazhar dentro e fuori dall’aula scolastica, che rappresenta comunque il punto nevralgico dello script. Qui si consumano e si manifestano agli occhi e alle orecchie degli spettatori i momenti più coinvolgenti, soprattutto quando le dinamiche corali e la naturalezza disarmante dei giovani interpreti (la lettura del tema sulla violenza di Alice e la confessione di Simon ai suoi compagni) si scontrano con il dramma umano del “mondo” adulto, rappresentato dal protagonista, un uomo in fuga da un dolore lancinante che non lo fa dormire e da un passato che invano prova a rimuovere, ma che puntualmente torna a tormentarlo. La regia asciutta, essenziale e invisibile, discreta e onnipresente allo stesso tempo, cattura ogni istante lasciando che siano gli interpreti e i dialoghi a rubare giustamente la scena. Inutile imbastire il solito gioco della classificazione, alla ricerca della somiglianza a questa o a quella pellicola, ma davanti a certi passaggi di Monsieur Lazhar è impossibile non tornare con la mente a La classe o a Diario di un maestro. Il fil rouge che li collega è il fatto di trovarsi al cospetto di una “favola” quotidiana nella quale sono gli adolescenti a insegnare qualcosa di importante agli adulti, non viceversa.

Note
1. Premio del pubblico a Locarno e a Rotterdam, premio miglior film canadese a Toronto e premio Art Cinema ad Amburgo, premio speciale della giuria a Namur e selezionato all’ultima edizione del Sundance.
Info
Il trailer di Monsieur Lazhar.
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