Dad

Tenero, potente e poetico, Dad di Vlado Škafar è l’incontro tardivo e bucolico fra un padre divorziato e un figlio, pronti a rompere progressivamente le distanze e scoprirsi forse per la prima volta. Mentre, come un’ombra sul ritrovato idillio impossibile, impazza la crisi economica. Proiettato a I Mille Occhi in occasione del Premio Anno Uno al regista.

Alfabeto emotivo

I protagonisti, un padre divorziato e suo figlio, decidono di trascorrere assieme una domenica nel bosco: pescano, dialogano e cercano di colmare la distanza inevitabilmente tra loro creatasi a causa della disgregazione del nucleo familiare. Il padre scopre nel bambino un’autonomia di pensiero e una profondità che lo stupiscono e rattristano al tempo stesso, realizzando inoltre di costituire per lui un’assenza grave. [sinossi]

A volte è necessario creare un alfabeto personale come una mappa per conoscersi, scoprirsi e poi amarsi. Serve decodificare la fantasia, serve abbattere quelle gabbie di felicità simulata e (auto)imposta, serve tornare alla confessione e alle lacrime, a quell’emozione primigenia del legame fra padre e figlio, a quel cordone emotivo che neanche l’assenza e la separazione potranno mai recidere, ma che forse solo una giornata d’immersione nella magia bucolica della natura è in grado di far riemergere. Dad è un padre separato e per lungo tempo dimentico della sua prole, Dad è un figlio ormai estraneo, visceralmente legato alla madre e triste nella sporadica giornata passata con il genitore che lo ha abbandonato. Dad sono i loro dialoghi, il loro catartico scoprirsi, il loro scoprire quanto ognuno sia una mancanza incolmabile nel cuore dell’altro. Dad è una domenica, è un giorno per ritrovarsi, è un caleidoscopio emotivo che progressivamente cambia forma, dal disagio alla tenerezza, dai sensi di colpa ai sorrisi, dal dolore alla bellezza. “Sorrow and Beauty”, come Škafar vorrebbe che fosse chiamata la sua trilogia. O forse sarebbe meglio dire la sua tetralogia. Perché nell’opera di Vlado Škafar, per quello che possono valere queste classificazioni e questi accorpamenti nel giudizio dei singoli e splendidi film, c’è una curiosa contraddizione critica che in sostanza suddivide quattro lungometraggi in due trilogie. Da una parte, c’è chi considera come “Trilogia della famiglia” il terzetto composto da Letter to a Child (2008), Dad (2010) e l’ultimo Mother (2016), dall’altra chi invece parla di “sofferenza e bellezza” partendo da Dad e chiudendo sempre con Mother, ma contando come seconda parte A girl and a Tree, documentario del 2012 che diventa un inno alla vita dalle conversazioni sotto a un albero delle anziane Stefka Drolc e Ivanka Mezan. Questa sorta di ambiguità nella lettura del percorso, al di là della straordinarietà di ogni singolo capitolo della carriera del cineasta Vlado Škafar, diventa una cartina di tornasole proprio di quanto questo percorso cinematografico sia stato – il passato è purtroppo d’obbligo, dopo l’annuncio del ritiro dagli schermi dello Škafar cineasta – di una straordinaria coerenza, complessità e sensibilità nelle tematiche e nella poetica, per un cinema sempre umile e accorato quanto cinefilo e splendidamente autoriale nelle sue finezze linguistiche.

Perché Dad, a proposito di finezze linguistiche, pur rimanendo saldo nella sua natura di film smaccatamente di parola in grado di far emergere tutte le doti dello Škafar scrittore, trova proprio nella messa in scena i suoi principali picchi emotivi. In quei lunghi silenzi riempiti dagli sciabordii e dai cinguettii della natura, in quelle lunghe camminate inquadrate in spaziosi e pittorici totali fissi, in quella rara e raffinata steadycam mistica che anticipa il figlio nei campi e per l’erba, nel “miracolo” scientifico della tensione superficiale che consente agli insetti di posarsi sugli specchi d’acqua, nel legno come materiale con cui forgiare la necessità delle case e la genuina passione degli strumenti musicali, nella trota che finalmente abbocca come momento di condivisione, nell’albero intagliato dal padre con le fattezze del figlio e nel simbolico cuore donato al bimbo da un anonimo gitano, il fine umanista Škafar ritrova in una finzione fatta di attori non professionisti e gusto paradigmatico e neorealista quella stessa intensità ancestrale e quella capacità di leggere le emozioni umane che già aveva impreziosito il suo lavoro da documentarista. Dad è un film di sovrapposizioni dove gli stacchi di montaggio passano da dissolvenze incrociate o da ellissi in nero, è un film di attese e volti, è un film di gesti e sguardi, è un film di poetica e strazio, è un film di sensibilità e di occhi lucidi, è un film di panoramiche e di spostamenti per i luoghi. Anzi, si potrebbe quasi dire che il vero protagonista di Dad non è il volto incolto e straziato del padre Miki Ros, e nemmeno il ciuffo biondo e sbarazzino di Sandi Salamon nel ruolo del figlio cresciuto troppo in fretta a causa del vuoto in casa e nel cuore. Il vero protagonista del film di Škafar è proprio il luogo, è il bosco, è il lago nel quale lanciare le canne da pesca, è quella natura idilliaca e primigenia in cui poter tornare alle lacrime. Un luogo che non a caso il giorno dopo, il lunedì, non ci sarà più, violentato dal cemento della città che apre ai licenziamenti serpeggianti fra gli operai che non sanno più come mantenere i figli. Ma non è certo un pamphlet ambientalista, quello che Škafar ha messo in scena, né tantomeno un reportage su ciò che stava avvenendo, come anticipato dal cartello che introduce l’ultima sezione del film, poco al di fuori del set durante le riprese. Il brusco risveglio del giorno dopo è una chiave di lettura, è una stoccata politica e sociale, è una riflessione su come le difficoltà economiche possano incidere pesantemente nei rapporti familiari e affettivi, ed è inoltre e soprattutto occasione per un ultimo ritorno alla poetica, con lo straziante finale di ricordo degli alberi con i nomi tratti da Čechov di fronte all’attuale e opprimente occupazione notturna in città.

Presentato per la prima volta all’interno della SIC veneziana 2010, inserito forse un po’ a forza fra le opere prime in quanto esordio di Škafar alla finzione, Dad è stato proiettato in questi giorni al Teatro Miela di Trieste nell’ambito dell’omaggio tributato dal Festival I Mille Occhi al regista, scrittore, poeta e divulgatore cinematografico sloveno. Un omaggio che, all’interno dei molteplici percorsi e collegamenti forniti anche quest’anno dalla nutrita programmazione del Festival diretto da Sergio M. Germani, si è rivelato probabilmente come il colpo più riuscito, con il Premio Anno Uno assegnato a un talento registico cristallino che avrebbe meritato, e ancora meriterebbe, ben altra notorietà critica e ben altra considerazione distributiva. Srotolato nella stessa luminosa copia 35mm con sottotitoli italiani che andò a Venezia, Dad rivela ancora una volta l’occhio di Škafar comandato dal suo grande cuore, ma anche una sceneggiatura di rara brillantezza e poetica, in cui ogni battuta è una rivelazione, in cui ogni scambio fa breccia nei cuori dei protagonisti e dello spettatore. Una sceneggiatura in cui la maturità del figlio incalzato dalle domande del padre riguardo i suoi pensieri e sentimenti lo porta a parlare di come l’uomo sia un sacco da riempire di esperienze per andare avanti, ma anche di come quella pietra regalatagli da quello stesso padre che gli ha insegnato a vivere prima di abbandonarlo per lungo tempo sia diventata un oggetto feticcio, un radar per ritrovarlo, il simbolo di un amore perduto; una sceneggiatura in cui i tardivi sensi di colpa del padre lo portano a ricordare come un suo amico sia affogato vicino a un albero prima che si ritirassero le acque, o a confessare con strazio di come gli sia più volte balenato per la testa di abbandonare il figlio neonato su un treno che lo portasse via. Si parla di paura della morte, in una tensione emotiva che cresce fra ricordi e sensazioni contrastanti fino a quelle lacrime, a quelle mani che si incrociano, quel vagito disperato d’amore, mentre la macchina da presa si alza in volo.
Dad, nel suo placido scorrere, ha un afflato che ricorda a tratti la narrazione iconica e metafisica di Andrej Tarkovskij, così come l’asciuttezza visiva e la lucidità esistenziale di Krzysztof Kieślowski, ma è con l’Aleksandr Sokurov del dittico Madre e figlio / Padre e figlio che, giocoforza, Dad e successivamente Mother trovano i loro referenti più diretti: seppure imparagonabili per trame e ambientazioni, i due film di finzione di Vlado Škafar sembrano condividere con il sommo cineasta russo lo stesso respiro, la stessa amara sensibilità, lo stesso tipo di sguardo umano, la stessa complessità d’amore e di solitudine nei rapporti familiari, le stesse sofferenza e bellezza, “Sorrow and Beauty”, dolore e amore. Perché, in fondo, conoscersi e ritrovarsi è un po’ come studiare una nuova lingua. Una lingua per cui serve un nuovo alfabeto, un alfabeto personale, che possa riportare a quel bosco in cui tornare a essere una famiglia, in cui tornare a conoscersi, in cui i ricordi e gli amori tornino a parlare la stessa lingua, quella del cuore.

Info
Il sito de I Mille Occhi.
  • dad-2010-oca-vlado-skafar-01.jpg

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