Oddity

In occasione dell’uscita italiana di Hokum, terzo lungometraggio del regista irlandese Damian McCarthy, ripercorriamo la sua, finora breve ma folgorante, carriera con Oddity, secondo film del cineasta: un’opera che certifica le sue doti e consolida le direttrici del suo cinema, fatto di spazi bui in cui lo sguardo viene negato e in cui si annida un orrore che ha sempre a che fare con il male dell’uomo.

Il buio come sguardo

Dani Odello-Timmis viene brutalmente uccisa in circostanze misteriose nella casa isolata in cui vive con il marito, il dottor Ted Timmis, direttore di una clinica psichiatrica. Il sospettato principale è Olin Boole, un paziente instabile della struttura. Ma Darcy, la sorella gemella di Dani, cieca da adulta, erede di un negozio di antiquariato pieno di cimeli lugubri e dotata, come la madre, della capacità di leggere il passato attraverso il contatto con gli oggetti, non è convinta della versione ufficiale. Un anno dopo la morte della sorella, Darcy si presenta alla porta di Ted con uno strano manichino di legno a grandezza naturale, chiedendo di poter trascorrere la notte nella casa. Da quel momento, i segreti che Ted custodisce iniziano a emergere, e la verità su quella notte si rivela molto più oscura di quanto chiunque avesse voluto ammettere. [sinossi]

Come già in Caveat e nel successivo Hokum, Oddity si presenta con una caratteristica persistente nel cinema di McCarthy: l’unità di luogo e la compressione del tempo, che conferiscono al film una solidità narrativa intrecciata non solo con i temi ma anche con le tecniche di innesco della paura. C’è sempre una casa, qui più maestosa e strutturata rispetto a Caveat, e c’è un isolamento, una distanza sociale del set che permette alla storia di dipanarsi lasciando liberi gli orrori di esplodere in tutte le loro forme. I tempi e gli spazi “altri”, lontani dall’hic et nunc effettivo del film, sono rari e spesso raccontati attraverso il flashback, come se non dovessero e non potessero appartenere al narrato. Come spesso accade in McCarthy, il fulcro della storia si sviluppa attraverso un rapporto a due. In Caveat era quello tra Isaac e Olga, entrambi bloccati in un edificio fatiscente alla ricerca della verità e della memoria, entrambi mossi da un desiderio di vendetta. In Oddity, questo elemento di duplicità si fa ancora più consistente e funzionale. Abbiamo una coppia di sorelle gemelle, entrambe interpretate da Carolyn Bracken, diverse fisicamente eppure, come dicono entrambe nel corso del film, “connesse”. Dani, la vittima, è bruna, ha una vita apparentemente felice, è fidanzata, si occupa dei lavori di ristrutturazione della casa in cui andrà a vivere con il compagno Ted, psichiatra presso un istituto di salute mentale. Si occupa di cose materiali, tangibili: vede, ma in un modo più ordinario, tanto che per cogliere la reale minaccia che la attende deve affidarsi alle immagini catturate da una fotocamera. Lo sguardo della macchina integra il suo, in qualche modo deficitario. Darcy, invece, è biondo platino, ha poteri sensitivi ed è cieca. Non può vedere le cose del mondo reale come la sorella, ma può vedere ciò che vi si cela dietro, oltre la prima percezione del concreto; può cogliere la storia nascosta di ogni oggetto, i suoi segreti più oscuri. Se Dani usava le mani per costruire e restaurare, lavori concreti, Darcy le usa per superare i confini del visibile, nonostante la cecità. Il doppio prende infine forma attraverso il manichino di legno, una sorta di Golem assassino: anche in quel caso si stabilisce una connessione tra corpi diversi, quello inanimato del Golem e quello di Darcy stessa.

Darcy è un personaggio che cerca la verità e, soprattutto, la vendetta. Quest’ultima è essenziale nel cinema di McCarthy: sembra muovere le intenzioni dei personaggi perché la vendetta porta alla verità e, in qualche modo, alla giustizia. I mondi di McCarthy sono incancreniti da un male sotteso, che vibra sotto la pelle dei suoi personaggi più infidi. Le motivazioni che li spingono a compiere gesti efferati sono spesso banali, così come è banale il male stesso nella sua essenza, eppure le architetture narrative che compongono le ritorsioni sono sempre stratificate e disvelano un’intenzione che pare riabilitare quella moralità e perfino quella bontà che, a tratti, nei suoi film paiono svanire. Da questo punto di vista, il villain e il suo complice sono esemplificativi: mossi da sadismo personale o da motivazioni futilmente egoistiche. In Oddity si sublima il discorso legato allo sguardo: negli angoli bui della casa si cela l’orrore, ed è proprio lì, in ciò a cui lo sguardo umano non arriva, che si apre una dimensione altra. A rafforzare l’idea dello sguardo e delle immagini come strumenti di lettura del reale e dell’irreale, alcune sequenze risultano indubbiamente efficaci. Su tutte, la scena in cui la nuova fidanzata di Ted, a letto, scorre le foto e i video scattati da Dani: tra un’immagine e l’altra osserva l’angolo di una stanza, in un campo-controcampo in cui si inserisce un terzo sguardo, quello di Dani ormai morta che riappare nelle sue stesse fotografie, in entrambe le vesti, viva e cadavere. In quello che sta in mezzo a questi campi-controcampi, già presenti in Caveat e ulteriormente sviluppati in Hokum, si delinea il senso stesso del cinema di McCarthy: nello scarto tra un’immagine e l’altra deflagra l’orrore e, con esso, la paura. L’eccezionale bravura del regista irlandese sta proprio lì: nel saper costruire la tensione con pazienza, lentezza e soffocante precisione, per poi farla esplodere al momento giusto. È in quello scarto, nel non visto, che si struttura la bellezza del suo cinema, così lontano dalle mode contemporanee, più vicino a un modo classico di mettere in scena l’orrore, eppure capace di ripensare il genere in una chiave sempre più personale e sorprendente.

Info
Oddity, un trailer.

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