Afterimage

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Presentato alla Festa del Cinema di Roma, Afterimage assume inevitabilmente la forma di un testamento poetico e politico, lasciandoci in eredità la “visione” di Władysław Strzemiński e lo “sguardo” di Andrzej Wajda. Messa in scena classica, rigorosa e appassionata, e un cast notevole, in primis il protagonista Boguslaw Linda.

La teoria della visione

Nella Polonia del dopoguerra, il noto pittore Władysław Strzemiński insegna all’Accademia delle Belle Arti di Łódź. Grande artista e coautore della teoria dell’Unismo, Strzemiński aveva acquisito fama già prima del secondo conflitto mondiale. I suoi studenti vedono in lui il “messia della pittura moderna”, a differenza della Direzione universitaria e del Ministero della Cultura che ne hanno un’opinione diversa. Contrariamente agli artisti leali alle dottrine del realismo socialista, i quali adempiono ai compiti del Partito, Strzemiński non compromette la sua arte. Si rifiuta di osservare i regolamenti del Partito e infine viene espulso dall’Accademia e dall’Unione degli Artisti. Gli studenti di Strzemiński continuano tuttavia a sostenerlo, gli fanno visita e si raccolgono alle sue lezioni in privato. Prendono appunti sulla sua Teoria della Visione e ascoltano le critiche che lui rivolge ai loro lavori. Ormai disoccupato, privo di un braccio e di una gamba, Strzemiński presto cade in povertà e in malattia, mentre le disposizioni delle autorità comuniste persistono a volere la sua rovina… [sinossi]

In una sala del museo Sztuki di Łódź sono conservate opere neoplastiche e costruttivistiche di Władysław Strzemiński. Una sala che proprio il celebre pittore e docente polacco aveva progettato. Smantellata all’inizio degli anni Cinquanta, è stata restaurata nel 1969. Ripensando ad Afterimage di Andrzej Wajda, ci sembra che il cuore della pellicola stia proprio lì, in quella sala barbaramente rimossa dalle autorità della Polonia sovietizzata. Cancellata dallo sguardo limitato del comunismo cannibale. Ed è lo sguardo di Wajda, del cinema di Wajda, così classico e definito, a restituirci la centralità storica della sala, dell’arte e dell’etica di Strzemiński, e a tracciare le traiettorie della lenta ma inevitabile agonia morale e politica del comunismo sovietico.

L’opera ultima di Wajda è un biopic dalla complessa e stratificata linearità. Una duplice linearità. Chiaro negli intenti e nel suo procedere, Afterimage contrappone la fiera debolezza di Strzemiński all’inscalfibile moloch staliniano: l’artista e docente, brillante teorico e fiero oppositore del regime, già minato nel fisico, che sembra volersi scagliare a testa bassa contro granitici mulini a vento; l’apparato politico e burocratico polacco, gelido, disumanizzato, dominato da una propaganda feroce che si specchia nel realismo socialista. Si nutre del realismo socialista.
Afterimage assume inevitabilmente la forma di un testamento poetico e politico, lasciandoci in eredità la visione di Władysław Strzemiński e lo sguardo di Andrzej Wajda. Con la sua messa in scena classica, rigorosa ma al tempo stesso appassionata e vibrante, Wajda riesce a declinare senza ridondanti didascalismi o enfatiche sottolineature (qualche nota in meno, forse) la complessità umana e artistica di Strzemiński, l’importanza capitale dell’osservazione e narrazione della realtà e della Storia, il tessuto umano, sociale e politico che gravitava attorno al pittore/docente/teorico, tratteggiando anche tre memorabili personaggi femminili – la figlia Nika, la studentessa innamorata Hania e l’ex-moglie Katarzyna Kobro, fantasma che prende corpo grazie ai dialoghi tra Władysław e Nika.

La mise-en-scène wajdiana, come le linee, le pennellate e gli accostamenti cromatici strzemińskiani, segue un disegno preciso, prende posizioni chiare, ragionate, come un manifesto teorico la cui forza scaturisce dall’incessante immersione nella realtà storica, politica, sociale. Traiettorie esteticamente differenti, quelle di Wajda e Strzemiński, ma eticamente e narrativamente affini. Della parabola del grande pittore, Wajda sceglie giustamente il periodo più tragico, quello della sistematica rimozione di tutto ciò che era altro rispetto al dominante realismo socialista: nell’opposizione senza via d’uscita di Strzemiński al culto della personalità, al culto stalinista, si possono infatti rintracciare le linee guida della filmografia di Wajda, una affinità che unisce l’Unismo a L’uomo di marmo, I dannati di Varsavia a Teoria della visione, pubblicato postumo nel 1958.
Non è solo Strzemiński l’alter ego di Wajda. Lo sono anche il direttore del museo Sztuki e i suoi (affranti) dipendenti, la figlia Nika, la moglie Katarzyna Kobro, il manipolo di fedeli studenti. Tutti, in un modo o nell’altro, piccoli o grandi eroi della lotta per la sopravvivenza – sopravvivenza del singolo individuo quanto degli ideali politici, dell’Arte, della libertà. La lezione sulla tripartizione di Van Gogh diventa una lezione sul cinema, sull’etica personale e collettiva, sulla responsabilità morale dell’artista: lo sguardo è il punto d’intersezione tra il cinema (classico) di Wajda e le sperimentazioni (avanguardia, mai avanguardismo) di Strzemiński.
Le immagini residue di Strzemiński, come del cinema di Wajda, restano impresse chiaramente sulla retina, con i loro contorni netti e le intenzioni chiare.
L’Arte e la Storia. L’Arte è Storia.

Info
Afterimage sul sito della Akon Studio.
Il trailer originale di Afterimage.
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