Perfect Blue

Perfect Blue

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Per tre giorni nelle sale, in versione restaurata, Perfect Blue di Satoshi Kon è un’opera estremamente stratificata e complessa, a tratti straniante, ma mai fine a se stessa nonostante i virtuosismi di un montaggio irreplicabile. Una narrazione labirintica, senza soluzioni di continuità, che trascina la protagonista e gli spettatori in una dimensione altra, fatta di realtà, incubo, finzione. Kon si insinua tra i profondi abissi della mente, aprendo i confini degli anime a suggestioni depalmiane, adulte, perturbanti.

Riflessi in uno specchio scuro

Mima Kirigoe è una idol del gruppo delle CHAM!, un trio che si esibisce in un j-pop vivace e orecchiabile. Nonostante abbia molti fan, Mima è insoddisfatta della sua carriera e desidera diventare un’attrice. Decide così di lasciare il gruppo, deludendo i suoi sostenitori e in particolare uno stalker ossessionato da lei, Mamoru Uchida, per intraprendere la carriera di attrice in una serie drammatica. Tuttavia, iniziano ad accadere strani eventi: Mima riceve minacce, inclusa un’accusa di tradimento tramite fax, e scopre l’esistenza di un sito web chiamato Stanza di Mima, dove qualcuno riporta con inquietante precisione le sue giornate… [sinossi]
L’esistenza di un regista come Satoshi Kon, apparso dal nulla e improvvisamente scomparso,
è un’anomalia nella storia degli anime. Non c’è stato nessuno prima di Satoshi Kon
che abbia esplorato come ha fatto lui, e dopo la sua morte non è apparso nessuno
in grado di raggiungere il suo livello.
– Masao Maruyama, co-fondatore di Madhouse.

A quasi trent’anni di distanza dall’uscita nelle sale di Perfect Blue, rivedendolo sul grande schermo in versione restaurata e smagliante, resta quella sensazione di travolgente stupore, indissolubilmente legata al senso di vuoto, di perdita, che ci avrebbe travolto pochi anni dopo. Di Satoshi Kon ci resta tantissimo, eppure troppo poco. Certo, sarebbe bastata anche la sua opera d’esordio per sconquassare tutto e renderlo un autore eterno: in fin dei conti, aveva già dato prova di sconfinato talento, ad esempio nella sceneggiatura di Magnetic Rose di Kōji Morimoto, primo segmento di Memories (1995), progetto capitanato da Katsuhiro Ōtomo e realizzato da Madhouse e Studio 4°C. Ed eccoci, immediatamente, già in territorio koniano, con piani che si intrecciano, memorie che si sovrappongono, confondono, con storie che iniziano e diventano altro e poi altro e poi altro: Ōtomo, i manga, la Madhouse, un incendio che cambia i destini della trasposizione cinematografica di Perfect Blue di Yoshikazu Takeuchi, ma anche Mamoru Oshii, la triade Hitchcock + De Palma + Argento, i riflessi polanskiani, i giganti Kurosawa e Mizoguchi. E le idol, gli otaku, il World Wide Web, la bolla economica e il decennio perduto. Prima, durante e dopo Perfect Blue c’è tutto questo e molto altro, (non) cerchiamo di fare ordine.

Si diceva, l’opera prima di Satoshi Kon. Sì e no. In realtà, a ben guardare, già Magnetic Rose era un’opera profondamente koniana, in cui la mano di Ōtomo era come paterna, una sorta di eredità genetica che riconosceremo sempre. In Kon c’è anche qualcosa di Oshii, nonostante i rapporti professionali non semplicissimi – ma come non riconoscere l’importanza capitale dell’autore di Lamù – Beautiful Dreamer? E in Perfect Blue risplendono gli echi dei maestri della suspense e del giallo, componenti sfacciatamente adulte che spiazzano gli spettatori di ieri, oggi e domani. Ritroviamo anche una delle fondamentali fonti d’ispirazione di Kon, ovvero il montaggio di Mattatoio 5 (1972) di George Roy: Kon andrà oltre il già mirabile lavoro di Dede Allen, mostrandoci come l’animazione abbia un vantaggio tecnico e quindi creativo rispetto al cinema dal vivo – su questo tema, si consiglia caldamente la visione di un video-saggio davvero imperdibile, un’analisi dell’arte del montaggio di Kon, base fondante delle sue strutture narrative: Satoshi Kon – Editing Space & Time.
A mancare, se non per una vaga ispirazione e i nomi dei personaggi, spesso segnati da caratteristiche e destini alquanto diversi, è invece il romanzo di partenza che inizialmente sarebbe dovuto essere un film con attori in carne e ossa. Il destino produttivo di Perfect Blue passa attraverso un incendio che devasta i teatri di posa, un ridimensionamento del progetto e l’idea di trasformarlo in un lungometraggio d’animazione. Però a Kon non piaceva il romanzo di Takeuchi – effettivamente, a parte l’incipit raggelante, non offre poi molto. Gettato il libro nel cestino, Kon rimescola ampiamente le carte, tenendo giusto alcune embrionali suggestioni: se Takeuchi guardava alle macabre imprese di Tsutomu Miyazaki, il famigerato Otaku Killer, Kon affonda a piene mani nel mondo dello spettacolo, delle idol, dei fan, scavando tra le pieghe delle società nipponica, brulicante, avviata verso il digitale, travolta dalla bolla speculativa del decennio precedente. Sì, tutte cose che imploderanno in Paranoia Agent.

Kon parte da due microcosmi claustrofobici: la stanza di Mima e la stanza di Mamoru Uchida. In entrambi i casi, internet può già allargare lo sguardo, il campo d’azione. Il mondo è (anche) fuori, ma è soprattutto dentro: queste stanze, la fantomatica Stanza di Mima, la mente della protagonista, dell’otaku e di… Breve ma intensissimo, anche perché costruito su più piani che dialogano costantemente tra loro, moltiplicando quindi il senso di ogni sequenza, persino di ogni fotogramma, Perfect Blue è il frutto dell’attenta osservazione del mondo, del mondo dello spettacolo, di quella che è industria di sogni ma anche di incubi. Kon ci trascina oltre la patina, oltre la bellezza abbacinante delle idol, oltre il loro effimero successo. Ma dove ci trascina? E verso o lontano da chi? Oggi come ieri, è il dubbio, la mancanza di certezza, a scorrere lungo la pellicola, a espandersi oltre lo schermo. Chi è Mima?
Cinefilo, abilissimo mangaka, Kon è un prestigiatore del metalinguaggio. Un osservatore armato di strumenti sociologici e psicanalitici. È, era, un autore abnorme. Si vedrà ancor più nel successivo e altrettanto capitale Millennium Actress (2001), ma già in Perfect Blue era evidente la sua capacità di architettare dei trompe-l’œil a passo uno, dei flussi visivi e narrativi non immediatamente comprensibili, a volte nemmeno percepibili (col cinema di Kon basta un battito di ciglia troppo prolungato per smarrire cose preziosissime) ma intimamente chiari. Perfect Blue ci arriva perché scava dentro di noi, perché ci costringe a partecipare, a guardare da vicino e non da lontano:

Non credo che i film debbano offrire un territorio sicuro, dove il pubblico guarda da lontano. Non penso che questo sia l’essenza dell’esperienza cinematografica. Ciò che accade tra lo schermo e il pubblico è interessante. È importante avere un’esperienza significativa […] L’obiettivo è costringere il pubblico a partecipare al film.1

Se il cinema di Satoshi Kon è uno specchio, i suoi riflessi sono arrivati un po’ ovunque, persino a Nolan (Inception), ad Aronofsky (Requiem For a Dream, Il cigno nero), anche e soprattutto a Park Chan-wook, che col notevolissimo Decision to Leave rilegge Hitchcock attraverso Kon. E così torniamo lì, alla suspense, al dubbio, all’inganno, a quella dimensione visiva e narrativa che è una perenne vertigine. Vertigo. Perfect Blue. La costante di Kon non sarà bionda, ovviamente. Ma sarà donna, un’eroina perennemente alle prese con realtà stratificate: se grazie a Miyazaki si è parlato di epoca delle donne nell’industria degli anime, Kon si carica sulle spalle una narrazione più adulta, colma di asperità, di realismo anche tragico, violento, brutale. In Perfect Blue Mina è spietatamente sezionata, copiata, replicata, spogliata, stuprata, uccisa, elevata a status di moderna dea e scaraventata nell’incubo: uno spartiacque per l’animazione giapponese, ma soprattutto un resoconto impietoso dell’industria dell’intrattenimento, dalla musica al cinema. Un corpo oggetto di desideri che si moltiplicano all’infinito, con i prodromi di internet come ulteriore fattore di frammentazione della realtà, delle immagini, delle storie. Ancora una volta: chi è Mima? In attesa, ovviamente, di Maromi dolce-sonno.

Delle molteplici suggestioni di Perfect Blue, una ci permette di tornare a Oshii. Nel finale, con una versione di Mima svolazzante e succinta, è facile pensare a Lamù. La mente corre all’episodio E poi non rimase nessuno (1983), un esempio inatteso di psycho thriller all’interno di una serie splendidamente demenziale. Ancora Oshii. E, quindi, chi era Kon? Quello che ci dice Perfect Blue, tra le altre cose, è che Kon è stato uno sperimentatore del linguaggio cinematografico, un erede di altri autori (le sue eroine sono figlie e nipoti delle sventurate protagoniste dei film di Mizoguchi) capace di rielaborare e spingersi persino oltre. Negli angoli delle stanze-mondo rintracciamo ad esempio la foga accumulatrice di derivazione ōtomiana ma al tempo stesso, nell’instabilità e nella frenesia dei personaggi di Perfect Blue, si riverberano le profonde ferite del Sol Levante degli anni Ottanta\Novanta, scosso da terremoti, attentati, tracolli finanziari. E poi i mutamenti troppo rapidi della cultura otaku, la supremazia crescente dell’immagine sul contenuto, lo sfruttamento del corpo femminile e tutto quel che segue. Perfect Blue è una trasfigurazione animata del tempo presente, è un thriller claustrofobico, un meccanismo rubikiano. È un esempio di scrittura e montaggio da studiare minuziosamente. È la prima regia di un autore che rimpiangeremo in eterno.

Note
1 Cfr. Mark Jenkins, An Aftertaste of Paprika: Satoshi Kon (1963-2010), «ReelDC», www.reeldc.com.
Info
Il trailer di Perfect Blue.

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