La Vie d’une femme
di Charline Bourgeois-Tacquet
A cinque anni di distanza dall’esordio con Les Amours d’Anaïs la quarantenne francese Charline Bourgeois-Tacquet torna alla regia con La Vie d’une femme, racconto sulla ricerca di sé e del proprio senso per un’indomita chirurga che lavora nel pubblico. Stratificata indagine sul femminile, il film si avvale della straordinaria interpretazione di Léa Drucker.
A chi appartiene il proprio corpo?
Gabrielle, 55 anni, è completamente dedita al suo lavoro. Chirurgo e primario di un reparto in un ospedale pubblico, è sempre in movimento, sommersa dalle responsabilità. Le rimane poco tempo per la sua vita privata: un marito amorevole e una madre di cui prendersi cura. Quando una scrittrice arriva per trascorrere qualche settimana nel suo reparto per un libro, il suo equilibrio viene scosso. Nella routine quotidiana che Gabrielle si è costruita, c’è spazio per l’imprevisto? [sinossi]
In un film che concentra la propria attenzione sui gesti, i pensieri e le espressioni della sua protagonista la quarantenne cineasta francese Charline Bourgeois-Tacquet racchiude una parte del senso della sua affascinante riflessione in due momenti che vedono al centro dello schermo altri personaggi. Quando Gabrielle, la chirurga di mezza età splendidamente interpretata da Léa Drucker – attrice sempre più fondamentale all’interno del sistema produttivo transalpino –, raggiunge la scrittrice Frida (con cui ha intrapreso una relazione dopo essersi separata dopo tempo immemore dal marito) in una baita sperduta nel bel mezzo delle Alpi italiane, dove la compagna deve intervistare un anziano eremita che lì vive – e che è portato in scena da Erri De Luca –, quest’ultimo suggerisce a ridosso della morte di non sentire il proprio corpo come un possesso, ma semmai come un tramite, qualcosa di tangibile che permette di entrare in relazione con il mondo che ci circonda. Ha invece così paura di perdere un pezzo di sé (un brandello di lingua, per l’esattezza) e di abbandonare il proprio corpo un uomo sulla settantina cui Gabrielle ha appena scoperto una forma tumorale nella bocca. Il corpo come essenza di sé o come puro tramite? Per quanto non sia il primo interrogativo che viene alla mente durante la visione di La Vie d’une femme, l’opera seconda di Bourgeois-Tacquet, che giunge in concorso al festival di Cannes a cinque anni dall’esordio Les Amours d’Anaïs, sembra allargare a dismisura il proprio campo visivo, lanciando lo sguardo ben oltre la “semplice” vita di una donna. Dopotutto anche Gabrielle è una donna che ha sempre messo il corpo a disposizione del microcosmo di cui fa parte, e che rientra nel perimetro del sistema sanitario pubblico francese: la sua dedizione è sempre e solo alla causa, nonostante ami profondamente il proprio marito al punto da aver cresciuto i suoi due figli (“ma non hai mai cucinato per loro”, sottolinea in un momento di rabbia l’uomo, a dimostrazione di come Gabrielle rivendichi una posizione distante dalla prammatica delle relazioni sociali e dei comportamenti borghesi, che rifugge in ogni modo possibile e immaginabile). Non riesce a comprendere come i suoi sottoposti – è lei la responsabile della sua unità medica – pretendano diritti a suo modo di vedere incomprensibili come le ferie o i permessi parentali; se si è in trincea (e non è forse casuale che il suo impegno preveda anche il tentativo di allestire un’unità di pronto soccorso in territorio ucraino, non distante dalle zone bombardate dall’esercito russo) non ci si possono concedere lussi di sorta.
Il corpo e la mente. La mente della madre di Gabrielle – che emozione ammirare ancora in scena Marie-Christine Barrault, ottantadue anni e una carriera che iniziò ne La mia notte con Maude per poi proseguire a colpi di Woody Allen, Manoel de Oliveira, Andrzej Wajda, Volker Schlöndorff, perfino l’esordio di Francesca Comencini Pianoforte – che sta svanendo giorno dopo giorno; la mente della stessa protagonista, continua ostinatamente e cocciutamente a cercare e pretendere un proprio spazio, rivendicando il diritto di esistere a modo suo, senza venire costretta in cliché prevedibili. La regista accompagna questo vagare che è sinonimo di vivere con una regia aggraziata, raffinata, e spezzando in continuazione il racconto in mini-capitoli che di volta in volta mettono in scena frammenti di questa esistenza: un litigio con il marito, l’incontro con un paziente, la dolorosa rottura professionale ma ancor prima affettiva con il suo assistente storico che ha deciso di passare a lavorare nel privato, una serata a Torino. Se i riferimenti che si fecero in Francia all’epoca dell’esordio di Bourgeois-Tacquet, vale a dire Éric Rohmer e i suoi epigoni contemporanei – si pensi a Emmanuel Mouret, per esempio –, tornano ancora validi, l’impressione è che lo sguardo della regista non si soffermi sul già esperito, ma cerchi semmai di comprendere una vastità intricata e in parte forse anche contraddittoria (è proprio Gabrielle a reagire in modo “borghese” quando Frida le confida che partirà per un anno di residenza artistica a Kyoto) per restituire la decadenza naturale dell’esistere. Quasi tutte le relazioni mostrate in La Vie d’une femme sono destinate a corrompersi, come la memoria stessa: Gabrielle è in menopausa e non ha mai desiderato figli, e sua madre oramai a volte neanche la riconosce più. Il corpo si sfalda, la mente evapora, la chirurgia serve a contenere più che a guarire. Resta allora l’umano, anche nelle sue debolezze, nella fatica del continuare a vivere, e a condividere: è ciò che cerca di restituire, con un nitore a tratti commovente, questo tranche de vie che non teme l’episodico. Al resto provvede l’intero cast, capitanato da una stella di prima grandezza quale Drucker, che dopo le splendide prove attoriali affrontate in Ancora un’estate di Catherine Breillat e Il caso 137 di Dominik Moll meriterebbe di uscire dal Festival di Cannes con un riconoscimento alla propria arte.
Info
La Vie d’une femme, una scheda.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: La Vie d'une femme
- Paese/Anno: Belgio, Francia | 2026
- Regia: Charline Bourgeois-Tacquet
- Sceneggiatura: Charline Bourgeois-Tacquet
- Fotografia: Noé Bach
- Montaggio: Clément Pinteaux
- Interpreti: Charles Berling, Erri De Luca, Laurent Capelluto, Léa Drucker, Marie-Christine Barrault, Mélanie Thierry, Yumi Narita
- Produzione: Les Films Pelléas, Versus Production
- Durata: 98'



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