Dominik Moll: indagando la polizia

Dominik Moll: indagando la polizia

In occasione dell’uscita in sala di Il caso 137, già visto e applaudito a Cannes 2025, abbiamo avuto l’occasione di incontrare il regista francese Dominik Moll, per parlare del film, della necessità di mostrare la complessità del “reale” anche ricorrendo agli strumenti della finzione e del genere, nel caso specifico il poliziesco.

Ho avuto l’impressione, vedendo Il caso 137 e prima ancora La notte del 12, di trovarmi di fronte a due film che si parlavano molto, anche per la similitudine negli argomenti trattati, ma in realtà soprattutto di trovarmi di fronte a due film che sono sistemici, nel senso che il loro interesse non è tanto l’indagine, ma semmai la lettura di un sistema, di come funziona il corpo di polizia, nello specifico; so che può sembrare assurdo e magari dico una baggianata, ma pur trattandosi di due film di finzione mi sono parsi molto simili ai lavori di Frederick Wiseman, per la loro volontà di scavare nel sistema, non per forza per condannarlo ma per comprenderlo e quindi di riportarlo poi agli altri con la speranza di aprire un discorso. Ovviamente la mia è una mia lettura, quindi può essere smentita, però mi piaceva una sua opinione a riguardo.

Dominik Moll: Amo profondamente i film di Frederick Wiseman, proprio come dici tu perché il suo sguardo permette di scandagliare i sistemi (ad esempio la polizia o gli ospedali); penso purtroppo sia impossibile oggigiorno pensare di fare un film alla maniera del Wiseman degli anni Sessanta o Settanta, già diversi ad esempio da quelli girati in Francia sull’Opéra, la Comédie-Française o la danza, perché in lavori come Welfare ci sono persone reali che si dimenticano addirittura della presenza della macchina da presa, e oggi sarebbe impensabile. Ma è vero che lavorando su questi due film, soprattutto su Il caso 137, avevo un po’ in mente Wiseman, perché quello che mi interessava era proprio capire il funzionamento delle istituzioni, in questo caso dell’IGPN. È altrettanto vero che non ho mai realizzato un documentario, sono un regista di finzione, e in ogni caso per esempio sulla “polizia delle polizie” (l’IGPN per l’appunto) sarebbe stato impossibile girare un documentario come li faceva Wiseman all’epoca, perché sarebbe stato necessario oscurare i volti, modificare le voci, e ottenere l’autorizzazione per le riprese sarebbe stato molto complicato. Invece la finzione, passando dalla documentazione, dalla ricerca, dagli incontri con le persone, permette di lavorare su questo, sul funzionamento di un sistema o di un’istituzione, ma usando appunto la finzione, il genere, l’inchiesta poliziesca, come un veicolo per approfondire il tutto. Sicuramente non arrivo a dire che l’inchiesta di polizia nel film sia secondaria, perché è proprio l’espediente narrativo che fa sì che l’azione si segua in maniera molto interessante proprio per l’evolversi dell’indagine con tutto quello che comporta, però sicuramente al cuore del film c’era questo, la volontà e il desiderio di analizzare dal dentro il funzionamento di un sistema e raccontarlo.

Allora rimanendo su questo, una curiosità: il film è stato difficile riuscire a girarlo? Lo chiedo perché penso per esempio a film italiani che trattano l’argomento dell’abuso di forza da parte della polizia, e ce n’è uno in particolare che è abbastanza noto ed è Diaz, che parla dei fatti del luglio 2001 durante il G8 di Genova. Fu molto difficile portare avanti la produzione perché fu impossibile ottenere i permessi dalla polizia italiana tanto che il film venne delocalizzato e venne girato all’estero, nell’est Europa, in Romania. Volevo quindi sapere se è stato facile mettere in piedi la produzione perché anche se credo che abbia aiutato da questo punto di vista il film precedente in cui si mostrava il desiderio di trovare la verità da parte della polizia, c’è comunque un tema molto sensibile visto che si parla dei Gilets Jaunes, che hanno alimentato in Francia un dibattito feroce.

Dominik Moll:No, non ho avuto problemi particolari nel girare il film; sicuramente mi ha aiutato anche il fatto che La notte del 12 fosse stato molto apprezzato anche per la rappresentazione del corpo di polizia, il tentativo di realizzare una vera immagine di quello che è il lavoro di quella specifica brigata della polizia. Poi penso di essere stato anche fortunato perché quando ho fatto la domanda per sapere se fosse possibile passare una settimana nel cuore dell’IGPN per documentarmi ero sicuro che mi avrebbero detto no; ma si era appena insediata una nuova direttrice, che per la prima volta veniva alla magistratura e non era una poliziotta e aveva voglia di rendere questa istituzione un po’ meno opaca, un po’ meno abitata da fantasmi. Quindi è davvero grazie a lei che ho potuto fare questa immersione, ma mi hanno dato l’autorizzazione senza che nascondessi nulla: non ho mentito, ho detto che volevo raccontare una storia di violenza da parte della polizia durante le manifestazioni dei Gilets Jaunes. Non mi hanno posto condizioni e non mi hanno mai chiesto di leggere la sceneggiatura, ma anche perché avevano visto che non avevo alcuna intenzione di essere manicheo, di dividere tutto in bianco o nero. Anche sotto il profilo dei finanziamenti è stato tutto relativamente facile, forse anche a causa del successo del film precedente. Una volta che il film è stato terminato e ha iniziato a circolare in Francia ho avuto modo di discutere con molti poliziotti e i risultati sono stati piuttosto positivi, perché c’erano dei poliziotti che condannavano il comportamento dei loro colleghi. Non tutti, ovvio, ma il fatto che il personaggio di Léa Drucker sia mostrato come una donna seria che cerca di fare il suo lavoro il più scrupolosamente possibile, in una certa maniera valorizza la polizia. Non si trattava in ogni caso di valorizzare o di svalutare l’immagine della polizia, ma di nominare le cose per quello che sono, di dire che ci sono degli abusi di forza da parte della polizia per cercare di capire come si può arrivare a questo punto. Non si tratta solo di dire che qualcuno è violento, che qualcuno agisce “male”, ma di dimostrare come tutto questo parta anche dalla gerarchia, dalla politica stessa che incoraggia i poliziotti a utilizzare le armi che hanno in dotazione, e via discorrendo. Purtroppo ci tengo a specificare come la direttrice di mentalità aperta cui facevo riferimento prima sia stata poi prontamente rimossa dall’incarico, e il ruolo è stato affidato a un uomo che sembra sia su posizioni più rigide e reazionarie, quindi se avessi dovuto svolgere oggi la stessa ricerca con ogni probabilità mi avrebbero negato il permesso.

Mi collego a questo discorso sulla rappresentazione della polizia ma anche sul sistema, perché mi pare che sia La notte del 12 che Il caso 137 presentino come personaggi due poliziotti che indagano la ricerca della verità. Nel momento in cui arrivano alla parvenza più precisa possibile di verità in realtà non possono più agire, non è più possibile andare avanti oltre quello. Lo trovo uno spunto molto interessante non solo per quanto riguarda la “mala giustizia” o cose del genere ma proprio come riferimento alla nostra società in generale, all’impossibilità di agire che fa poi richiudere tutti in loro stessi, magari sollazzandosi di fronte a un video con i gattini. In questo senso mi viene in mente che anche in Only the Animals ragionavi su internet e la sua illusorietà.

Dominik Moll: Il punto del film riguarda in un certo qual modo proprio quello di cui parli tu, perché c’è questa tentazione diffusa di abbassare le braccia, a dirsi che visto che niente si può cambiare allora tanto vale lasciar perdere tutto. E viene dunque naturale chiedersi come si debba o si possa reagire a questo stato delle cose. Perché il rischio è quello di lasciarsi assuefare a un mondo che è delirante, mostruoso e nel quale vige la legge del più forte. Ma è proprio per questo che ritengo fondamentale opporsi all’idea di una verità non raggiungibile: non bisogna cedere alla tentazione di mettersi sul divano e rimbecillirsi di fronte a internet o ai video dei gattini. Anche ne La notte del 12 c’è il poliziotto che pare rinunciare a continuare nell’indagine, ma viene poi spronato a proseguire. Anche se non esiste nessuna certezza di poter raggiungere la verità. Anzi, proprio per questa mancanza di certezza è necessario andare avanti, non arrendersi, continuare. Purtroppo internet e i social media hanno agevolato una polarizzazione del dibattito, perché si schiacciano i punti di vista diversi, e si finisce per seguire una sorta di pensiero unico, quando invece una società civile si tiene insieme e ha senso solo quando si accettano e si prendono in considerazione punti di vista e opinioni diverse.

Info
ll trailer di Il caso 137.

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