Seules les bêtes

Seules les bêtes

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Seules les bêtes è il nuovo film di Dominik Moll, un noir meccanico nella costruzione narrativa ma non disprezzabile nel tentativo di raccontare il mondo contemporaneo, con il trionfo del Capitale e l’imperante guerra tra poveri. Film d’apertura alle Giornate degli Autori 2019.

Il mistero della signora scomparsa

Una donna facoltosa scompare durante una tempesta di neve. Il giorno seguente, la sua automobile viene trovata su di una strada che sale verso un altipiano in cui si trovano solo fattorie e case sparse. La polizia francese indaga tra gli agricoltori e nel piccolo centro, ma la trama che dà un senso alla sparizione è davvero difficile da ricomporre… [sinossi]

Cinque capitoli per cinque personaggi. Tutti bisognosi d’amore, tutti animali feriti o frustrati, spesso soli e fragili. Tutti connessi tra loro anche quando lo ignorano. Mantiene la struttura narrativa dell’omonimo romanzo di Colin Niel, Seules les bêtes del francese d’adozione Dominik Moll e film d’apertura delle Giornate degli Autori a Venezia 76. Una struttura a incastri, un susseguirsi di punti di vista separati e distinti, di monadi sparse che non sanno e non possono uscire da loro stesse per allargare lo sguardo e intrecciarlo a quello degli altri. Una narrazione divisa dunque in cinque parti, alla fine della quale lo spettatore potrà ricomporre l’intero e dare una spiegazione alla scomparsa di Evelyne (Valeria Bruni Tedeschi), moglie di un ricchissimo uomo d’affari che una notte non fa ritorno nella sua villa isolata, quella che guarda dall’alto le fattorie e i paesini di una zona montuosa della Francia non lontana dalla Costa Azzurra. La prima caratteristica di Seules les bêtes è quindi la scomposizione dell’intreccio con scene che si ripetono da più prospettive, riavvolgendo un tempo non lineare e sintonizzandosi di volta in volta con i desideri e le motivazioni di Alice, Joseph, Marion, Armand e Michel.

La seconda peculiarità discende dalla prima. Se ogni personaggio ruota attorno alla storia della signora scomparsa, ciascuno ci gira attorno in maniera diversa conducendo i frammenti del film all’interno del proprio tono emotivo. Seules les bêtes è pertanto un noir, poiché la risoluzione del mistero è e resta centrale, ma è anche un camaleonte che attraversa generi e pulsioni. Alice (Laure Calamy) è infelicemente sposata con l’allevatore Michel (Denis Ménochet) ma va a letto con l’aspro contadino Joseph (Damien Bonnard) di cui è o crede di essere innamorata. L’uomo ha da poco perso la madre, cui era profondamente e morbosamente legato, e non ricambia Alice dello stesso desiderio. Anche il marito di lei, Michel, non è esattamente quello che sembra. Così come non lo era Evelyn, la facoltosa scomparsa e forse morta. Tutti hanno doppie vite, afflati ben taciuti e occultati che non confidano e di cui non parlano. La segretezza e il fraintendimento fondano così non solo la difficoltà di pervenire a una verità condivisa con gli altri, ma anche l’impossibilità di trovare una “tonalità” comune, un sentire che diventi racconto stilisticamente stabilizzato. Di questa instabilità vive invece il film di Moll, in cui le persone più umili non hanno la vita che vorrebbero, mentre nel caso della ricca Evelyn hanno messo a punto equilibri compromissori per godere di stralci di libertà. Il thriller è contaminato perché non può esistere una detection pura in un universo in cui non c’è alcun fondamento di verità negoziato e interpersonale: così si transita dal dramma famigliare a quello amoroso fino alla commedia grazie a una situazione drammaturgica esilarante.

La terza qualità particolare del film è l’ambientazione: Parigi è lontana, la Costa Azzurra si vede solo per un (importante) attimo e per lo più ci troviamo in una zona montuosa, un po’ triste e con ben poco appeal. Evelyn, non a caso, passa del tempo nella sua elegante villa tra quelle rocce proprio per non essere vista: per lei è un appagante e accogliente rifugio segreto in mezzo a una Francia rurale non certo da cartolina. Ma il film non inizia in Francia bensì ad Abidjan, in Costa d’Avorio, un’ex colonia francese: per un po’ ce ne dimentichiamo, avvolti dalle vicende che vedono al centro la scomparsa dell’abbiente signora, la sua ricomparsa nel capitolo intitolato a Marion (Nadia Tereszkiewicz), e le storie dei “bovari” indirettamente coinvolti. Ma a un certo punto Seules les bêtes torna ad Abidjan da cui – scopriamo – il giallo è partito. Così, iniziando come un mistery piccolo piccolo in un paesino della Francia, Seules les bêtes parla anche di connessione globale, della rete che tutti unisce e inganna, specialmente se accompagnata da silenzi e menzogne quotidiane. Se nei primi tre capitoli il film di Moll pare configurarsi e prefigurarsi “solo” come un noir drammatico e intimo, con il personaggio dell’ivoriano Armand (Guy Roger N’drin) Seules les bêtes programmaticamente fa un passo più un là, fuori dalla Francia e dall’Europa, dentro a un presente unificato da chat e Gigabyte che accolgono tutte le nostre voglie inconfessate. Il passo, ovviamente, è più che metaforico e apre il film a una dimensione politica che di sicuro non difetta di ambizione…

Questo mosaico (che fa un po’ pensare a un Babel a basso budget) beneficia di un punto di forza e viene fiaccato da un punto di debolezza. Il punto di forza è l’analisi lucida su di un mondo ferale che ha diviso i poveracci (ancor prima che “i poveri”) da chi detiene il capitale sociale o intellettuale, ma li ha uniti tra loro a tutte le latitudini e in tutti i continenti. Il risultato è una rimozione di ciò che è davanti a noi, evidente ed eclatante, in favore di una credulità rassicurante che dia risposte apparenti, coltivi le illusioni chiamandole “sogni”, imprigionando ognuno nei propri fantasmi e allontanando i più deboli gli uni dagli altri. Il senso politico del romanzo e del film si riverbera efficacemente nelle reazioni dei personaggi, nei loro smacchi, nella loro irrazionalità, nella loro incapacità di leggere la realtà. Tutti, come già detto, vogliono essere amati. E le cinque storie sono cinque vicende d’amore infelice perché sempre solo sognate o fraintese. Il politico e il privato sono quindi ben connessi, se per “politico” intendiamo la dispersione di una lingua comune o di una condivisione, e per “privato” la chiusura in un autismo individuale, in un grande autoinganno per necessità di sopravvivenza psichica. La debolezza del film, d’altro canto, è la schematicità di un lavoro intrigante ma in cui – si pensi all’ultima scena – ogni cosa si tiene, tutto è incastrato da qualche parte e non esistono spazi narrativi vuoti. Nonostante la capacità di tenere alto l’interesse, Seules les bêtes pecca un po’ troppo di meccanicità nel voler dare una forma definitiva a ogni traccia, dando l’impressione di un eccesso di cerebralità per far rientrare tutto ma proprio tutto il mondo in quell’altipiano francese un po’ desolato. Un eccesso di costruzione che lascia come retrogusto un sentore di inautenticità.

Info
Seules les bêtes sul sito delle Giornate degli Autori.

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