I pugni in tasca
di Marco Bellocchio
Stupefacente lungometraggio d’esordio per Marco Bellocchio, che lo gira venticinquenne nella natia Bobbio, I pugni in tasca dimostra a distanza di oltre sessant’anni dalla sua realizzazione una potenza vitale che lascia a bocca aperta, e una capacità di leggere non solo il proprio tempo, ma anche i solo in parte veri mutamenti in corso nella società. La Mostra di Venezia, all’epoca sotto l’egida di Luigi Chiarini, lo rifiutò escludendolo dalla competizione, e ancora oggi il montaggio di Silvano Agosti farebbe tremare più di un produttore.
Il cervellino di Alessandro
A Bobbio, in una villa isolata che dà sullo scenario appenninico, vive Alessandro insieme ai fratelli Leone, Giulia e Augusto, e con la loro anziana madre, vedova e cieca. Con l’idea che se tutte le tare familiari venissero estinte (lui e Leone sono epilettici, Giulia è infantile e morbosa) Augusto potrebbe sposarsi con la fidanzata Lucia e condurre una normalissima vita borghese, Alessandro mette a punto un piano che lo dovrà vedere artefice di un vero e proprio sterminio. [sinossi]
Trovarsi di nuovo a tu per tu con i primi cinque minuti di I pugni in tasca, con cui sessantuno anni fa esordiva al lungometraggio Marco Bellocchio, equivale a una rigenerazione dello sguardo, un completo riposizionamento dell’asse sulla quale si posa l’atto delvedere. Non è affatto sorprendente che buona parte della critica dell’epoca sia apparsa spiazzata da questa crudele incursione nella follia della famiglia, o meglio ancora della famiglia come culla della pazzia, suo luogo d’elezione; non si può sfuggire alla crudeltà del gesto sconsiderato del folle così come non si possono evitare gli affetti del sangue, e le loro ramificazioni. In un mondo del cinema italiano che ancora tentava l’incontro/scontro tra l’indagine del moderno, con al centro l’identità, e la giovanile forma della nouvelle vague – si pensi anche alle primissime opere di Bernardo Bertolucci, come La commare secca e Prima della rivoluzione – Bellocchio mostrava con forza la voglia di muoversi in altri territori, ponendo al centro del discorso la personalità del protagonista, e non la sua supposta “identità”. Che Alessandro, interpretato con dolcezza luciferina da un meraviglioso Lou Castel, sia dominato da pensieri tutt’altro che commendevoli lo si evince ben presto; quel che conta non è la sua identità (di epilettico, male che pare affliggere tutta la famiglia), ma bensì la sua volontà, ciò che lo conforma come essere umano. Anche la sua prima apparizione in scena ha in sé qualcosa di deviato rispetto alla norma, visto che Bellocchio lo mostra mentre si lancia dal ramo di un albero per poi camminare nel bosco e fare ritorno a casa giusto in tempo per riprendere il fratello Leone che osa dare da mangiare ai conigli al suo posto. È questo il momento che va idealmente a chiudere quei primi cinque minuti di film cui si faceva cenno dianzi, e che si erano aperti sulla lettera realizzata con ritagli di giornale con cui qualcuna avvertiva la fidanzata di Augusto – altro fratello di Alessandro – di essere incinta di lui, intimando alla giovane dunque di lasciarlo. Nessun mistero, però, perché per l’appunto I pugni in tasca non è un giallo (Alessandro comunica senza alcuna esitazione ad Augusto che ha intenzione il 2 novembre, portando in macchina Leone, l’altra sorella Giulia e la loro madre al cimitero per ricordare i morti, di sterzare di colpo per far finire tutti in una scarpata), ma una raffinata incursione dinamitarda all’interno del nucleo famigliare.
Non si esce dalla famiglia, suggerisce Bellocchio. Non vi può uscire neanche Augusto, che è in fin dei conti l’unico a poter vantare una vita al di fuori di quella grande magione con giardino: ha appunto una fidanzata, ha rapporti con una prostituta come si addice a un giovane in attesa del matrimonio, ha una posizione sociale. Il resto della famiglia si è recluso con piena soddisfazione nel recinto di casa, e da quel perimetro non ha alcuna intenzione di muoversi. Anche per questo Giulia, che viene poi infastidita nel succitato incipit da due giovanotti in vespa destinati a una rovinosa caduta, si è inventata quella lettera ridicola indirizzata a Lucia, la fidanzata di Augusto. Nessuno ha diritto di interferire con loro quattro, fratelli e sorelle sotto l’egida di una madre cieca. Neanche colei che li ha generati può più vederli. Non esiste un film nel cinema italiano che entri nel discorso dell’intimità familiare da una posizione così obliqua, secante, del tutto destabilizzante: chi all’epoca vi lesse una giovanile insubordinazione contro lo statuto della borghesia e dei suoi riti non colse che una parte, per certi versi persino superficiale, del discorso tentato da Bellocchio, che teneva a distanza sia lo squadernamento di classe della dottrina comunista – cui pure il regista aderiva: che Marx possa aspettare? – che ancor più i rigurgiti reazionari del mondo cattolico e dei detriti fascisti ancora respirabili nell’aria. Anche i primi vagiti sessantottini che taluni vollero leggervi sono presenti, ma anche meno centrali di una requisitoria sulla norma, una arringa contro la prassi, la logica, la strutturazione di un “reale” condiviso, e parimenti accettato da chiunque. Non vi è ne I pugni in tasca una sola inquadratura che accetti la prammatica del “fare cinema”, a cui oppone un vitalismo decentrato, non tanto perché l’azione si svolge a oltre cinquecento chilometri da Roma, epicentro dell’industria (si è ovviamente a Bobbio, luogo natale del regista che tanta parte avrà sia nella sua filmografia – qui sono ambientati anche Vacanze in Val Trebbia, Sorelle, Sorelle mai e Sangue del mio sangue – che nella sua attività culturale, tra la scuola di critica e il festival) ma perché non c’è nulla che somigli a questo beffardo, crudele eppur giocoso gesto di secare un corpo collettivo che si dà per assodato, e all’epoca ancor più per scontato.
Il personaggio di Alessandro, che sembra quasi essere arrivato sulle rive del Trebbia sospinto dalle onde anomale del britannico free cinema, non è un ribelle che vuole distruggere i suoi fratelli e sua madre perché il mondo merita un rinnovamento che parta dalle fondamenta, tutt’altro. Così fosse non risparmierebbe fin dalla sua idea primigenia di sterminio dei congiunti (“Alla curva di Barberino me li porto giù tutti e tre nella scarpata”) Augusto. Anzi, l’intento di Alessandro è proprio quello di aiutare la natura a fare il proprio corso, con loro quattro – lui, Giulia, Leone e la mamma – che devono essere sacrificati affinché l’unico fratello “normale” possa condurre in porto la propria esistenza. È un tutelante dell’ordine, a suo modo, Alessandro. Anche per questo Bellocchio dissemina le inquadrature che ha in mente di slittamenti del senso più condiviso: un gatto preso di peso e spostato dalla tavola, del caffè versato in un piattino per passarlo a Leone, l’inno al sole declamato da una finestra. E poi i tic, i rotolamenti sui tavoli e a terra, le risate improvvise e del tutto immotivate. In un universo cinematografico controllato fino al parossismo sono questi gesti incompiuti a urlare una nuova normalità ai quattro venti, a pretendere una totale revisione dello status quo, e delle sue forme. “Questo cervellino qui a cui non davi quattro soldi di fiducia… Ha pensato tutto lui” urla Alessandro in faccia a Giulia, perché non può tollerare che la sua logica non venga compresa, che il suo gesto – ha appena portato alla morte la madre – sia derubricato a errore. Ma nessuno, nell’impero della normalità, può davvero pensare che qualcuno possa desiderare, studiare un atto così contrario alla natura, almeno all’apparenza. E allora forse è contro quell’idea di “naturale” che si deve scagliare colui che non sente più di far parte a tutti gli effetti dell’insieme, pur sapendo che quasi sicuramente andrà incontro al proprio personale salto nel vuoto. Più che anticipare i venti di protesta che irromperanno di lì a tre anni, Bellocchio dimostra con I pugni in tasca di aver già compreso il riflusso, la normalizzazione della “poesia”, la revisione della famiglia affinché nulla cambi. Restano solo gli spasimi terminali, l’epilessia che non dà requie, e null’altro.
Info
I pugni in tasca, un trailer.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: I pugni in tasca
- Paese/Anno: Italia | 1965
- Regia: Marco Bellocchio
- Sceneggiatura: Marco Bellocchio
- Fotografia: Alberto Marrama
- Montaggio: Silvano Agosti
- Interpreti: Alfredo Filippazzi, Celestina Bellocchio, Gianfranco Cella, Gianni Schicchi, Irene Agnelli, Jenny MacNeil, Lella Bertante, Liliana Gerace, Lou Castel, Marino Masè, Mauro Martini, Paola Pitagora, Pier Luigi Troglio, Sandra Bergamini, Stefania Troglio, Tino Molinari
- Colonna sonora: Ennio Morricone
- Produzione: Doria Cinematografica
- Distribuzione: Cat People
- Durata: 107'
- Data di uscita: 23/03/2026







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