La lotta

La lotta

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Nuovo corto di Marco Bellocchio, presentato stavolta alla Quinzaine, La lotta riflette in maniera abbastanza basica – ma con una bella intuizione – sul compulsivo desiderio di tornare a trovare uno scopo, guardando a quel mondo di partigiani che non si rimpiangerà mai abbastanza.

Noi, dolce parola. Noi credevamo

Il fiume Trebbia in una giornata d’estate. Sulla riva opposta, in lontananza, una pattuglia di soldati nazisti, le armi in pugno, sono all’inseguimento di qualcuno. Tonino è il fuggiasco, un partigiano al quale non resta che tuffarsi nel fiume… Un fiume che però lo riporterà alla sua vita reale. [sinossi]

A due anni da Pagliacci, che venne presentato alla Settimana della Critica di Venezia e a uno da Per una rosa, in cartellone a Locarno 2017, Marco Bellocchio torna alla misura del cortometraggio con La lotta, selezionato alla Quinzaine des réalisateurs. E va subito detto che, rispetto alla complessità e alla felicità creativa di quei due precedenti titoli, il nuovo corto del cineasta piacentino appare più basico, seppur sorretto da un’idea molto bella.
Un ragazzo si è appisolato in spiaggia. Si odono delle voci in lontananza che parlano in tedesco, quindi si sente uno scalpicciare, il ragazzo alza lo sguardo e si accorge che poco più in là ci sono dei soldati nazisti che, subito, gli sparano addosso. Dal presente di “pace” al passato di guerra il passo è breve, anzi – come dice poi lo stesso ragazzo a sua madre – la guerra non è ancora finita e forse non finirà mai, è uno stato immanente dell’esistenza.
Raccontandoci l’ossessione di un giovane per il passato della lotta partigiana, Bellocchio ci descrive dunque con La lotta la compulsiva – e inane – aspirazione per il ritorno a un senso e a un obiettivo del vivere, per quella dimensione ormai a-temporale e trasognata di un mondo di giusti che hanno liberato l’Italia dal giogo nazi-fascita.

Girato come al solito nel paese natio Bobbio, La lotta – nel mettere in scena questa ossessività che scambia e confonde passato e presente – vale anche come nuova testimonianza dell’autobiografismo bellocchiano, della fervente volontà dei suoi personaggi di trovare uno scopo, come già il Lou Castel/Alessandro de I pugni in tasca. E non è un caso che nella stele dedicata ai caduti della Seconda Guerra Mondiale appaia, tra i nomi dei pochi partigiani nati a Bobbio, anche quello di un Bellocchio, evidentemente parente del regista. E davanti a quella stele il protagonista di La lotta recita a memoria uno dei passi delle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, testo fondativo e formativo nel cinema del regista, come già ci mostrava in Buongiorno, notte, dove – in uno dei passi più tragicamente commoventi del film – esaltava la lotta di quei giusti per condannare quell’altra lotta che veniva evocata, la lotta armata delle Brigate Rosse, figli degeneri dei partigiani.

Ciò detto, però, il nuovo corto di Bellocchio finisce per esaurirsi con quella stessa intuizione iniziale, non riuscendo a ritrovare la stessa intensità emotiva del fulminante incipit, quello in cui per l’appunto si palesano i nazisti, se non nel dolente dialogo con la madre, la solita madre amara e dolorosamente patetica del cinema del regista, un personaggio cui bastano pochi tratti per prendere subito corpo e per commuovere. Meno riuscita, infatti, appare la figura della ragazza, sorta di tramite tra il presente e il passato, di traghettatrice dei mondi e dei tempi, la cui presenza non arricchisce di senso il film.
La lotta resta dunque un’idea bella, una suggestione, un appunto, uno schizzo, un abbozzo, ma anche un memento: la lotta non si deve fermare, mai.

Info
La scheda di La lotta sul sito della Quinzaine.
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