Per una rosa

Per una rosa

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Presentato fuori concorso al Locarno Festival il cortometraggio Per una rosa di Marco Bellocchio, ancora un saggio finale di un workshop tenuto dal regista nell’ambito dell’iniziativa Farecinema che si svolge ogni anno a Bobbio. In quasi venti minuti un concentrato dei temi e delle ossessioni dell’autore.

Il fiume scorre lento, frusciando sotto i ponti

Elena, una ragazza appena maggiorenne, è al suo primo giorno di lavoro in un bar di Bobbio. È estate e il bar è molto frequentato. Elena entra in contatto con diverse persone del luogo ognuna delle quali ha qualcosa da raccontare sia a parole che con semplici gesti e comportamenti. [sinossi]

Nella nostra vita ci sono, di solito, almeno due Heimat come ci ha spiegato Edgar Reitz. La prima è quella di appartenenza, quella che non abbiamo scelto, il nostro ambiente di infanzia e gioventù, che ci porteremo dietro per tutta la vita. La seconda è invece quella in cui abbiamo deciso di vivere da adulti, per vari motivi, lavoro, relazioni, ecc.
Per Marco Bellocchio la prima Heimat corrisponde alle terre piacentine, la zona appenninica nei dintorni di Bobbio, borgo medioevale che troneggia sulla Val Trebbia, un dedalo angusto di anse e gole create dal tortuoso passaggio del fiume. Ma Bobbio è anche l’archetipo cinematografico di Bellocchio, il luogo dove per la prima volta ha ucciso la figura materna, buttandola nel primo salto nel vuoto.
Pur avendo da tempo staccato il cordone ombelicale dalle sue terre, la nostalgia per loro, il ritorno al passato, ritorna periodicamente nella sua filmografia. Di recente con Sangue del mio sangue, mentre Per una rosa come Sorelle Mai e Pagliacci rientra giocoforza nelle opere ambientate nelle zone natie in quanto saggio finale dei corsi che Bellocchio tiene ogni anno proprio a Bobbio, nell’ambito del progetto Farecinema. Il film è peraltro stato realizzato per il workshop del 2011, prima quindi degli ultimi tre lungometraggi e di Pagliacci, ma viene presentato solo ora.

In occasione della proiezione stampa del bellissimo Sorelle Mai, ci toccò sentire da un collega, che evidentemente non lo aveva apprezzato, come fossimo di fronte ai mali della degenerazione della politique des auteurs. Al contrario Sorelle Mai, come anche Per una rosa presentato a Locarno, dimostrano l’incredibile coerenza autoriale del più grande regista italiano vivente, con Bernardo Bertolucci. A distanza di oltre cinquant’anni da I pugni in tasca, e anche nei suoi prodotti laboratoriali, che per chiunque altro sarebbero opere minori e trascurabili, Bellocchio è sempre con grande lucidità legato ai suoi temi e alle sue ossessioni, la madre, la religione, il salto nel vuoto.
E Per una rosa si presenta come un concentrato in neanche venti minuti di tutta l’opera del regista piacentino, dal momento in cui si parla del defunto marito della proprietaria del bar che si è suicidato buttandosi dal ponte, fino alla scena del fotografo che mette in posa i partecipanti a una cerimonia nuziale, che richiama evidentemente Il regista di matrimoni.

Per una rosa inizia, dopo alcune inquadrature di Bobbio e della gente accalcata per vedere i fuochi d’artificio sul borgo d’estate, con una scena buia, un interno che si illumina all’apertura delle porte. Siamo nel bar che costituisce l’ambientazione di buona parte del film, in una quasi unità di luogo. Bar prospiciente l’antico ponte ad arcate, il Ponte Gobbo, da cui si arriva al centro storico del paese. Quasi tutte le situazioni avvengono dentro questo locale, a volte solo all’esterno, sul ponte, ma viste dall’interno, attraverso la porte. Solo da un certo punto si comincerà a uscire.
Per il Bellocchio amante del teatro, Čechov, Pirandello, von Kleist, la tragedia greca, e dell’opera, Verdi, Leoncavallo, questo interno è un palcoscenico con i personaggi che entrano ed escono dai due ingressi, come dalle quinte, secondo il tipico schema della drammaturgia classica. E anzi lo squarcio che apre sul Ponte Gobbo, e da lì sul campanile e sul caseggiato storico di Bobbio, come una grande scenografia reale, non può che ricordare il teatrino di Kostia del Gabbiano, opera amata da Bellocchio e da lui messa in scena in un film televisivo del 1977: “Questo il mio teatro. Il sipario, la prima quinta, poi la seconda e oltre lo spazio vuoto. Niente scene. La vista si apre direttamente sul lago e sull’orizzonte”.

I personaggi del teatrino del bar di Bobbio sono portatori di drammi individuali, ognuno di loro si trova sospeso tra una padella o una brace, tra un male minore e uno maggiore. C’è chi è alcolizzato di grappa per sostituire la sua dipendenza dall’eroina; chi passa il tempo a portare rose sulla tomba del marito, morto suicida lanciandosi dal ponte, con la tentazione di seguirlo e di lanciarsi pure nello stesso vuoto, anche se forse è una messa in scena per attirare l’attenzione del barista; chi affronta una risonanza magnetica al cervello con la prospettiva di un male incurabile rimanendo poi deluso per essere sano, non preferendo la vita, una vita umiliata per una situazione apparentemente banale, non aver regalato una rosa alla moglie. Le rose rosse rappresentano il trait d’union tra due di queste tragedie. Quelle che la donna dovrebbe portare sulla tomba del marito, quella che non ha comprato l’uomo per sua moglie.
“La vita non è sempre rose e fiori”, dice la donna. I fiori sono dei surrogati alle nostre miserie. Le alternative possono essere pesanti: “Lei è misero ma non è pazzo” dice una signora all’uomo che non ha regalato la rosa. Dietro questa dualità c’è una speranza e, nella lievità di questo teatrino di Bellocchio a Bobbio, le storie sembrano volgere al meglio. L’uomo corre in bicicletta dalla moglie, ripreso stavolta dal ponte, in uno dei punti di vista che più si allontanano dal bar, con una prospettiva opposta a quella, da dentro il bar, in cui lo vedevamo sempre percorrere il ponte in bicicletta per andare a ritirare gli esami. L’alcolizzato rifiuta la grappa. La donna sorride serena dalle sedie all’aperto, c’è bel tempo dopo che sul ponte ha anche piovuto. Ed Elena, la nuova barista che ha conosciuto tutte queste storie al suo primo giorno di lavoro, se ne va, anche lei serena attraversando il ponte. Si unisce alle sue amiche, che l’hanno invitata, dopo un attimo di riluttanza, a fare il bagno nel Trebbia, in quel fiume sottostante con le sue cascatelle che rappresenta il liquido amniotico del cinema di Bellocchio. Si può scendere dal ponte senza lanciarsi. E una musica da orchestrina retrò chiude il film. Così come una vecchia canzone dei tempi che furono chiudeva Sorelle Mai, sempre sul Trebbia. Ma, attenzione, era Vecchio frack di Domenico Modugno, che raccontava con struggente malinconia di un uomo elegante che si avviava al suicidio.

Info
La scheda di Per una rosa sul sito del Locarno Festival.
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