Dellamorte Dellamore
di Michele Soavi
Ideale canto del cigno del fantastico italiano nella sua età dell’oro, Dellamorte Dellamore è anche l’opera più ambiziosa di Michele Soavi, che attingendo all’immaginario di Tiziano Sclavi trovava le coordinate per una danza macabra tra orrore e nostalgia, tra surrealismo e grottesco. In sala a trent’anni dalla sua realizzazione grazie a CG Entertainment e Cat People.
La morte che vive, la vita che muore
Siamo in un cimitero dove il suo guardiano ha il compito di uccidere definitivamente i morti che decidono di uscire dalle tombe. Ha come compagno un grasso amico, Gnaghi, che si esprime solo a grugniti. [sinossi]
Sono trent’anni che Francesco Dellamorte ha tentato la fuga da Buffalora, in compagnia del fido Gnaghi, per cercare di raggiungere qualcosa al di fuori dell’orrore, forse la vita, o forse la morte/amore. Ma non c’è vita al di là del tunnel, non c’è mondo, non c’è esistenza. Resta solo la reiterazione del gesto, quell’uccidere che è noia ma anche disillusione, atto della pratica che non ha più nulla a che vedere con l’umano, con il sentimento, con la passione, e dunque col desiderio. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Dellamorte Dellamore raggiunse le sale italiane, potendo contare su un nome di prima grandezza dello star system europeo, quel Rupert Everett che nel decennio precedente si era fatto notare in opere quali Another Country di Marek Kanievska, Ballando con uno sconosciuto di Mike Newell, Cortesie per gli ospiti di Paul Schrader, e che in Italia era stato già assoldato sia da Giuliano Montaldo (Gli occhiali d’oro, tratto dal romanzo di Giorgio Bassani) che da Francesco Rosi (Cronaca di una morte annunciata, dalle pagine di Gabriel García Márquez). Anche Dellamorte Dellamore si trasforma in immagine dopo essere stato dato alle stampe: Gianni Romoli e Michele Soavi infatti seguono con una certa fedeltà – tranne il finale, su cui magari si tornerà poco più avanti nel corso di questa breve disamina – il romanzo omonimo di Tiziano Sclavi, pubblicato nel 1991 dopo essere rimasto nel cassetto della scrivania per poco meno di dieci anni. Nel 1994 per tutti i cultori italiani dell’horror Sclavi è soprattutto il “papà” di Dylan Dog, fumetto di punta delle edizioni Bonelli che è riuscito a fare breccia nel cuore degli adolescenti (e non solo) grazie a un accurato mélange tra il racconto macabro, il romanticismo, qualche citazione tra il pop e il classico, e una sua filosofia del vivere – e del morire – che ben si adattava a tempi in dissoluzione, tra millenarismi di ritorno e crolli di superpotenze a est. La scelta di Everett come protagonista della trasposizione cinematografica strizzava l’occhio proprio ai lettori delle avventure dell’indagatore dell’incubo, visto che Dylan Dog graficamente era ricalcato sulle fattezze dell’attore britannico.
Sulla carta la trista, mestamente buffa, forse a tratti spaventosa vicenda attorno alla quale ruota Dellamorte Dellamore, e che parla di morti ritornanti e di vivi che forse non sanno neanche cosa sia realmente la vita, avrebbe potuto e forse “dovuto” rinverdire i fasti di una produzione di genere italiana ancora ben memore della propria età dell’oro: dopotutto lo stesso Soavi veniva da due ottimi esempi in tal senso (La chiesa e La setta, entrambi prodotti da Dario Argento che del regista era stato mentore), e sul finire degli anni Ottanta il pubblico italiano si era potuto confrontare tra gli altri con Dèmoni e Dèmoni 2… L’incubo ritorna di Lamberto Bava – La chiesa d’altronde nasceva come terzo capitolo della saga, salvo poi mutare senso in corso d’opera –, e con l’ottimo e purtroppo dimenticato Spettri di Marcello Avallone. Tutto questo ovviamente senza contare la filmografia del succitato Argento, che nei primi anni Novanta oltrepassa l’oceano per girare Trauma prima di approdare nel viterbese per La sindrome di Stendhal (si potrebbe citare anche lo splendido esordio di Mariano Baino Dark Waters, ma non ebbe particolari riscontri in Italia neanche all’epoca della sua realizzazione, purtroppo). Nulla, all’epoca della distribuzione in sala di Dellamorte Dellamore faceva presagire come l’orrore e il fantastico sarebbero stati con grande rapidità nascosti in soffitta dalla produzione nazionale, salvo essere riesumati di quando in quando suggerendo una fantomatica “rinascita” che appare assai meno credibile delle orde di morti viventi che infestano il camposanto della cittadina di Buffalora. Ecco dunque che imbattersi di nuovo in quello che all’epoca era il quarto lungometraggio diretto da Soavi – nei successivi trent’anni per il cinema ne sarebbero arrivati solo altri tre, e nessuno afferente all’horror – equivale a fare i conti con un sistema d’immagini che ha scientemente rimosso tutto ciò che non è applicabile alla norma, alla “realtà”, o per meglio dire alla sfera del credibile.
Dellamorte Dellamore a partire dal titolo è un film di dualismi, di contrapposizioni nette, di situazioni speculari che mostrano i due lati di una medaglia che è comunque e in ogni caso “perdente”; una verità della vita che è sconsolata, e non riesce a trovare altra forma d’espressione che non sia la rappresentazione di un’ossessione, di una replica infinita alla ricerca di un piacere che non potrà comunque mai più emergere con la medesima forza. La vita di Dellamorte e Gnaghi è una non-vita, e quindi è anche una non-morte come quella degli esseri che li circondano, li minacciano (forse) o soprattutto ciondolano. Certo, c’è del semplicismo qualunquista in alcune derive del film – la vita vissuta come quella dei giovani teppisti è così diversa da una non-vita? –, ma fa parte della poetica sclaviana, e va accettato per quel che è: una danza macabra ai confini del gotico che però si intrufola nei pertugi del grottesco, del comico, e del surreale, come se solo lì, nella serietà che non è mai seriosa, si potesse sperare di attingere a una fonte di “sincerità”, pur illusoria come un amplesso vissuto sul terriccio delle tombe. Visionario e pessimista, spinto in direzioni che non vorrebbero seguire la prammatica del genere ma semmai sfruttarne i punti fermi per giocare al gatto col topo con lo spettatore, Dellamorte Dellamore è il poemetto illusorio ma vibrante di un cinema che è già ritornante dalla morte, ma ancora non se n’è compiutamente reso conto. Sbranante, attacca lo spettatore e lo costringe a una visione a cui oggi, nel 2024, non è più abituato: in questo possedendo una forza rigenerante per lo sguardo che è anche forse il suo pregio principale. Tra donne che vissero plurime volte, aiutanti che non hanno neanche il dono della parola – in questo senso Gnaghi, che sa dire solo “Gna”, è l’immagine opposta e deformante del Groucho assistente di Dylan Dog – e un finale che sa ancora come spiazzare, elevando il senso di ciò che ha preso forma fino a pochi istanti prima sullo schermo, Dellamorte Dellamore è il canto del cigno di un’intera epoca, e la sua ultima beffarda illusione. Quella di poter rinascere sempre, anche attraverso l’immagine, perpetuando un incubo che molti chiamano vita. Lasciando l’impressione putrescente che il cinema italiano oggi non sia più neanche non-morto, purtroppo.
Info
Dellamorte Dellamore, il trailer.
- Genere: commedia, fantasy, grottesco, horror, surreale
- Titolo originale: Dellamorte Dellamore
- Paese/Anno: Francia, Germania, Italia | 1994
- Regia: Michele Soavi
- Sceneggiatura: Gianni Romoli, Michele Soavi
- Fotografia: Mauro Marchetti
- Montaggio: Franco Fraticelli
- Interpreti: Anna Falchi, Anton Alexander, Barbara Cupisti, Claudia Lawrence, Clive Riche, Fabiana Formica, François Hadji-Lazaro, Katja Anton, Maddalena Ischiale, Mickey Knox, Pietro Genuardi, Rupert Everett, Stefano Masciarelli, Vito Passeri
- Colonna sonora: Manuel De Sica
- Produzione: Audifilm, Bibo Productions, Canal+, Eurimages, K.G. Productions, Silvio Berlusconi Communications, Urania Film
- Distribuzione: Cat People, CG Entertainment
- Durata: 105'
- Data di uscita: 14/10/2024







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