Il caso 137

Il caso 137

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Dominik Moll firma con Dossier 137 (Il caso 137) un film duramente politico, per nulla tenero con la Francia, e che lascia ben più che l’amaro in bocca per la propria disillusione interna: nella visione del regista la nostra non è neanche più una società degna di questo nome, la democrazia è ormai un insieme di procedure che garantiscono formalità vacue, mentre nella sostanza i più forti possono tutto e i più deboli subiranno sempre più, senza alcun riscatto. In concorso al Festival di Cannes 2025.

Gattini”

Stéphanie è una poliziotta e lavora nell’unità che verifica che i suoi colleghi d’arma non abbiano compiuto abusi in servizio. L’8 dicembre 2018, Parigi è scossa da una grande manifestazione di Gilets jaunes e la madre di un ragazzo, Guillaume, si presenta due giorni dopo da Stéphanie: suo figlio è in ospedale con il cranio fracassato. A sparargli, dice la donna, è stata la Polizia… [sinossi]

Il “dossier 137” è uno dei tanti che si affastellano nel lavoro quotidiano dell’IGPN, l’Ispezione generale della polizia nazionale dove lavorano i “controllori” delle forze dell’ordine, coloro che devono accertare che gli agenti in servizio non compiano abusi. Se i casi aperti ci sono sempre, nella Francia del 2018 scossa dalle proteste dei Gilets jaunes (i “gilet gialli”) gli scontri tra la polizia e la popolazione aumentano, assumendo un senso particolare e un valore quasi simbolico. Quello di una lotta tra i tutori della conservazione e chi chiede un evidente cambiamento. Con grande coraggio, Dominik Moll firma così con Dossier 137 (Il caso 137) un film duramente politico, per nulla tenero con la République, e che lascia ben più che l’amaro in bocca per la propria disillusione interna: nella visione di Moll – il cui film precedente fu La notte del 12, ferale racconto di un femminicidio e di una intera comunità “corresponsabile” – la nostra non è neanche più una società degna di questo nome, la democrazia è ormai un insieme di procedure che garantiscono formalità vacue (giusto per dimostrare che non si sta con le mani in mano, ma facendo girare a vuoto i processi), mentre nella sostanza i più forti possono tutto e i più deboli subiranno sempre più, senza alcun riscatto. E ognuno, che partecipi a movimenti di piazza o meno, è destinato a diventare lentamente incapace di riflessione, privo di memoria, inadatto alla concentrazione. Perché questo è ciò che vuole il sistema. Ognuno di noi cercherà di andare avanti, tentando di restare positivo. Ma “Non è facile”, come chiosa la vittima della vicenda nel finale, giustamente ripreso frontalmente poiché a tutti noi si rivolge. Il caso 137 è un poliziesco dal ritmo serratissimo, un’opera di impegno e denuncia fieramente “popolare”, come non se ne vedono tante in giro, che porta un po’ alla mente il cinema di Costa-Gavras oltre al desiderio, il dovere anzi, di prendere posizione

Montato mirabilmente e scritto in maniera altrettanto eccellente dal regista assieme a Gilles Marchand, il film segue il lavoro di Stéphanie (la sempre splendida Léa Drucker), ispettrice dell’IGPN, di fronte a un caso molto delicato: una donna, all’indomani di una grande manifestazione a Parigi indetta dai gilet gialli, si reca nel suo ufficio per denunciare che la Polizia ha sparato in testa a suo figlio, Guillaume (Côme Peronnet), ora all’ospedale. Nonostante tutta la famiglia fosse andata nella Capitale da Saint-Dizier, dove vivono, in quel momento con Guillaume c’era solo Rémy (Stanislas Merhar), essendosi tutti un po’ dispersi per il caos e gli scontri. L’altro ragazzo non è in ospedale, ma in galera: pare abbia aggredito un poliziotto. Partendo da qui, la ligia e meticolosa Stéphanie comincia una perigliosa indagine, supportata dalla sua unità, che Moll segue e gestisce magistralmente sia in termini di “disvelamento” dei caratteri e delle situazioni sia in termini di messa in scena che, infine, nella descrizione della prassi burocratica. L’ispettrice invia subito mail per avere autorizzazioni, parla così con l’unico testimone in carcere (Rémy), vaglia le riprese delle videocamere di sorveglianza nei dintorni del fatto e comincia a convocare i capi delle unità sul campo quel giorno (in una ritmica e inquieta sequenza in montaggio alternato): quello di Stéphanie non è un lavoro con cui farsi ben volere dai colleghi poliziotti, gli “eroi del Bataclan”che nessuno può davvero pensare di mettere in discussione. E così, nel dipanare la trama e approfondire le relazioni di potere e di classe, punto fondamentale, non solo Moll fa emergere la complessità delle situazioni, ma lo strisciante fascismo in cui ormai viviamo. Quindi il regista non si “limita” a raccontare i punti di vista, le “motivazioni” eventuali: prende posizione. E per Moll non è tanto e non solo una questione che riguarda la Polizia, ma il funzionamento complessivo della macchina politica: quel che è successo a Guillaume può capitare a chiunque e infatti quel ragazzo rappresenta tutti noi. Così come la sua famiglia e un’altra testimone chiave che, a un certo punto, verrà individuata dalla protagonista. Esseri umani senza protezioni, abitanti o di banlieue o di città periferiche. Che Stéphanie conosce per nascita, che cerca di capire, ma da cui deve essere anche equidistante. La protagonista è una lavoratrice brava e tenace che con serietà e convinzione porta avanti la sua “piccola parte”, che dà il suo contributo perché le cose possano migliorare: è così che dovrebbe funzionare il lavoro. Ma il mondo, da tempo, non funziona più in questo modo e l’idea che esista giustizia rispetto al potere è ormai una leggenda metropolitana. L’idea che qualcosa possa cambiare nei rapporti di dominio, è poi anch’essa una mitologia, un racconto per anime belle, per borghesi convinti di vivere in una società “superiore” ad altre e che, in fondo, ascolti in qualche misura i bisogni dei più deboli, cercando magari di risolverne i problemi. Ma certo fa effetto sentire un vertice militare – inviato in assetto antisommossa alle manifestazioni dai livelli apicali dello Stato – dire che l’ordine di ingaggio della sua brigata è “Proteggere la Patria” contro il terrorismo e la sovversione, usando pressoché qualsiasi mezzo. Ma qui si parla di francesi contro francesi, di deboli contro forti, di rivendicazioni sociali contro status quo. Quindi fa impressione sentire queste parole pronunciate da un francese, discendente della Rivoluzione, in un film francese: se l’insurrezione di una parte della popolazione diventa quasi automaticamente minaccia all’ordine, inascoltata protesta di chi perde diritti e potere d’acquisto, di chi vede di fronte a sé lo spettro del contare sempre meno…cosa resta dello spirito di cambiamento, della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza? Poco, forse niente, pare proprio dire Dominik Moll che, con Il caso 137, non è destinato a farsi amici nell’establishment politico transalpino. Perché parliamo di un lavoro senza macchia né paura, di un film di livido pessimismo, in cui persino una combattiva protagonista verrà in qualche modo ridotta a inebetirsi a guardare reel di “gattini” su Instagram, che è l’unica cosa auspicabile per i consumatori (non più cittadini) e prevista da un ordine che non ha alcuna intenzione di essere minimamente scalfito.

I gattini svuotano la mente e un po’ alla volta svuoteranno la democrazia, come dice il padre di Stéphanie in una scena. Se tutti i personaggi sono scritti magnificamente, una menzione particolare va a quello della protagonista, carattere stratificato e, come Guillaume, infine simbolo di tanti di noi: cerchiamo di fare la nostra parte, ci mettiamo tanto impegno. È sufficiente così? Il cineasta francese lascia lo spettatore con un discreto magone per le sorti poco progressive di un mondo chiuso in se stesso, in cui le posizioni non cambieranno a meno di una rivoluzione che non pare affacciarsi all’orizzonte. Siamo soli, nella frammentazione dei nostri compiti individuali, sovrintesi da un sistema inattaccabile. La regia eccellente lavora con precisione sui materiali eterogenei della contemporaneità (cellulari, schermi di pc, reel) e si esprime pienamente con un naturalismo raffinato, che si accende in scene cariche di tensione (l’inseguimento in metropolitana di Stéhpanie) e deflagra in un senso sordo di ingiustizia. Siamo tutti Guillaume, potenzialmente, siamo tutti Stéphanie, bene che vada. Il resto è una pagina tutta da scrivere.

Info
La scheda di Dossier 137 sul sito di Cannes 2025.

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