La Vénus électrique

La Vénus électrique

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Pierre Salvadori torna alla regia con La Vénus électrique, mettendo in scena un brillante piano ordito in fase di scrittura da Rebecca Zlotowski e Robin Campillo. Una commedia romantica ambientata nella Parigi de Les années folles che ragiona sulla performance come base delle relazioni umane e sa cogliere nel segno anche grazie all’ottimo cast capitanato da Anaïs Demoustier, Pio Marmaï, Gilles Lellouche e Vimala Pons. Film d’apertura fuori concorso del Festival di Cannes 2026.

In medium stat virtus

Un circo itinerante si ferma alla periferia di Parigi nel 1928: tra le varie attrazioni c’è anche “La Venere elettrica”, la giovane Suzanne che col suo bacio può trasmettere elettricità ai suoi spasimanti. La ragazza, alla perenne ricerca di denaro, finge una sera di essere la cartomante Claudia per turlupinare Antoine, promettente pittore che ha smesso di dipingere dopo l’improvvisa morte dell’amata moglie Irène. L’uomo crede alle fandonie che si inventa Suzanne, e chiede di poterla vedere ancora… [sinossi]

A suo modo quasi immancabili, sui titoli di coda di La Vénus électrique scattano le note di Venus, sovvertendo in un certo senso l’ordine del tempo visto che la nuova commedia diretta da Pierre Salvadori è ambientata nella Parigi del 1928, nel pieno delle avanguardie storiche, capitale indiscussa dell’arte mondiale a cavallo tra due guerre che spazzeranno via una buona parte dell’umanità. C’è la morte che fa capolino anche tra le pieghe della regia numero undici del cineasta francese, visto che è proprio per lenire il dolore struggente della propria vedovanza che il pittore Antoine si reca nella roulotte della cartomante Claudia, che assicura oltre alla preveggenza anche la capacità di entrare in contatto con l’aldilà. L’uomo è così ubriaco da non rendersi conto di trovarsi a tu per tu non con la suddetta Claudia, bensì con Suzanne, che nel circo che ha fatto sosta alle porte della ville lumière occupa ben altro ruolo: è infatti lei la venere elettrica del titolo, la ragazza che col suo bacio (coadiuvato dall’alto voltaggio e da una crema che agevola la conduzione) garantisce una scossa al parterre di maschi che fa pazientemente la fila per posare le proprie labbra su quelle della giovane. Suzanne svelerebbe anche la verità all’uomo, ma le cifre che questi le propone per entrare in contatto con la defunta moglie sono così ingenti da suggerirle di continuare la farsa. Anche Armand, il commerciante d’arte che vende i dipinti di Antoine, vede di buon occhio la messinscena, visto e considerato che il disperato vedovo ha ripreso a dipingere di buona lena da quando è convinto di dialogare con la moglie per interposta persona.

Lo stampo da cui prende l’abbrivio La Vénus électrique mostra fin da subito dalle chiare evidenze “alleniane”, come certificano sia l’ambientazione temporale (gli anni Venti e Trenta del Ventesimo secolo tornano con frequenza nei lavori del grande autore newyorkese, che alla Parigi di quel periodo ha integralmente dedicato un film, Midnight in Paris, che casualmente a sua volta inaugurò nel 2011 il festival di Cannes) che il gravitare nel mondo dei piccoli imbroglioni, dei saltimbanchi, di chi gioca con la “magia” ma ancor più con la credulità delle persone. Suzanne/Claudia è evidentemente una derelitta, in nessun caso vorrebbe nuocere a questo povero pittore che ha perso l’amore della sua vita, ed è davvero difficile non parteggiare per un personaggio così dimesso, giovane costretta a baciare ogni sera sconosciuti (ma la prostituzione è ben altro affare, e lo svolgono altre donne “accanto al cinema”) e venduta appena quindicenne dai genitori all’impresario circense che ancora la vessa, ma allo stesso tempo che vorrebbe da lei performance più convincenti, magari con lo sguardo più languido e il capo maggiormente reclinato. Se la finzione in cui scientemente Armand e Suzanne avviluppano l’inerme e credulone Antoine ha la doppia funzione terapeutica e profittevole – l’uomo deve togliersi dalla testa i pensieri suicidi sorti assieme al senso di colpa per la morte di Irène, ma anche riprendere a dipingere e dunque a “vendere” -, la commedia che Salvadori dirige partendo da un soggetto vergato a quattro mani da Rebecca Zlotowski e Robin Campillo comprende ben presto di non potersi accontentare del côté romantico della vicenda, fin troppo prevedibile (è ovvio anche al meno brillante degli spettatori che la mediazione tra Antoine e Irène svolta da Suzanne non potrà che avvicinare sentimentalmente i due “vivi”) e si articola moltiplicando con intelligenza i piani del racconto. A ciascuno dei quattro personaggi principali è concesso di avere un punto di vista sulla vicenda, e se il pubblico è entrato in contatto con la storia attraverso gli occhi di Suzanne ecco che i tasselli di cui essa si compone li forniscono Antoine, la defunta Irène che ha lasciato dietro di sé accurati e dettagliatissimi diari personali (fonte inesauribile di aneddoti per la recita di Suzanne/Claudia, e che diventano di fatto una narrazione nella narrazione), e perfino il laconico e sciancato Armand. Tale scelta narrativa permette a La Vénus électrique di smarcarsi in buona parte dall’ovvio, per di più allargando il discorso alla performance come elemento base per ogni relazione umana. Ne viene fuori un racconto gentile, ben ritmato e impreziosito dall’ottimo cast nel quale si distinguono in modo particolare Gilles Lellouche e Vimala Pons.

Info
La scheda de La Vénus électrique sul sito di Cannes.

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