Mother Mary
di David Lowery
A due anni dalla firma del live action Peter Pan & Wendy, per Walt Disney Picture, il bravo David Lowery torna al cinema sotto l’egida della A24 con Mother Mary, thriller psicologico “da camera” con risvolti orrorifici, che risuona tanto di un certo Roman Polański quanto pure – comprensibilmente – degli echi fantasmatici dell’ossessione dello stesso Lowery per traumi ed errori del passato a informare le stasi e le “possessioni”, la frammentarietà della percezione temporale dei noi del presente – come visto, su tutti, in Storia di un fantasma. Animato da una perturbante e ben semantizzata contaminazione di estetiche tra le ripresa amatoriale e il videoclip musicale, nonché quasi del tutto impostato sullo scambio/scontro e sulla – non a caso – “rievocazione” dialettica tra le due protagoniste, l’ultima opera del quarantacinquenne di Milwaukee usa la costruzione del corpo della pop star come terreno d’inchiesta e analisi su quanto del sé vi soccomba, con espliciti riferimenti a quanto di ben più che noto il recente panorama musicale abbia da offrire/abbia già offerto e, soprattutto, suggestiona con tanta abilità da far chiedere, a visione conclusa, se sia in fondo “tutto qua”; se non convenga, di tanto in tanto, dare un po’ più di materia, di sostanza a questi metaforici spettri.
Ripetilo tre volte, e ci crederò
Mother Mary è una popstar adorata in tutto il mondo, un corpo trasformato in immagine, spettacolo e ossessione collettiva. Dopo anni di assenza a seguito di un tragico evento che l’ha colpita durante il suo ultimo concerto – e che ha messo a rischio tanto la sua carriera quanto la vita stessa – , è giunto per lei il momento del ritorno sulle scene, ma alla vigilia del nuovo spettacolo fugge improvvisamente verso la campagna inglese dove vive Sam Anselm, stilista, vecchia amica e collaboratrice da cui un tempo era indivisibile. [sinossi]
Si è già parlato di riferimenti più o meno diretti al presente e al recente passato del panorama musicale pop contemporaneo, ad esempio per quanto riguarda Una di famiglia – The Housemaid di Paul Feig, i cui principali interpreti o riferimenti di mood, nello score del film, andavano dall’apporto seminale alle estetiche pop dell’oggi di Taylor Swift sino all’erede eletta Sabrina Carpenter. Ci si ripete, forse anche perché sono i riferimenti stessi a ripetersi con la colpevolezza di estetiche che in tanti anni poco si sono rinnovate, ma, che piaccia o meno, le “ere” della Swift sono un qualcosa di ancora ben lungi dall’esaurirsi, a tal punto che lo stesso Lowery ha dichiarato di averne tratto ispirazione per questo suo Mother Mary e, di nuovo, a tal punto che la rinascita della protagonista – il cui nome d’arte è proprio Mother Mary, interpretata da Anne Hataway, e di cui non sapremo mai il nome anagrafico – prende le iconografie più riconosciute e condivise del Taylor Swift’s Reputation Stadium Tour, con tanto dell’ufficiale simbolo del serpente che il personaggio della Hataway porta tatuato sull’avambraccio sinistro. Poi ci sono le coreografie, con la stessa crasi di eleganza fatata ed eterea e spirito animalesco, e i più che iconici bodies pensati e realizzati ad hoc per ogni singola esibizione, oltre alle imponenti coroni che nella realtà diegetica contraddistingue la figura scenica di Mother Mary: bellissime, sofisticate e tracotanti stile, ma che dopo tanti anni ancora fanno sanguinare la testa della regina del pop che le indossa. E c’è pure il suggerimento di un’erede eletta, richiamata nella mal dissimulata paura che la protagonista cova nei confronti di una possibile sostituzione per mano di quest’altra amatissima emergente – ” le cui tette sono su tutti i manifesti in strada” – che aprirà il suo concerto di rilancio con la chioma biondissima, ma anche imbracciando la chitarra – altro eco e iconografia di un passaggio perché richiamante gli outfit con cui Taylor Swift diede il via alla sua miliardaria carriera. Eppure, nonostante certe più o meno sospettabili strizzatine d’occhio alla genealogia glam rispetto cui abbiamo sentito il bisogno di concederci un breve excursus, non sono lo scintillio e la gloria immutabile ad interessare Lowery – qui autore anche di regia e montaggio – , semmai attratto, invece, dall’oscurità e dal rimosso che vi si depositano al di sotto, e sugli effetti leggibili nei corpi e nei volti di chi tanta brillantezza deve forzatamente continuare ad animarla, ad interpretarla, nonostante tutto e tutti.
Il film si apre infatti con la ripresa amatoriale di un supposto fan della protagonista, che inquadra con movimenti inafferrabili un suo concerto sino a che l’estasi e le urla delle canzoni cantate a memoria s’arrestano, la camera del cellulare pure, e in una frazione di secondo il corpo della regina viene strattonato e penzola nel vuoto, sorretto solo dal cavo che avrebbe dovuto salvaguardarne l’incolumità nel momento culminante di un’esibizione su di una piattaforma sollevatasi sul pubblico in delirio. In una perfetta operazione di mood branding – in stile “siamo la A24, da ora sai cosa aspettarti” – il logo della produzione compare intermittente sullo schermo prima che questo vada “a nero”, come si dice in tv, e ci riporti ad un’altra esibizione. Poi un dietro le quinte, con Mother Mary che indossa un body bellissimo e una altrettanto splendida corona, la cui visione le fa scattare però un’irrefrenabile crisi, e la convince a mollare tutto e tutti per recarsi in Gran Bretagna, nelle campagne inglesi in cui vive e lavora Sam Anselm (Michaela Coel), passata stilista di Mother Mary sulle cui dichiarazioni di ossessione, invidia, amore e odio per la pop star si apre la narrazione vera e propria. Di qui in poi, il focus del racconto si sedimenta nei silenzi, nei rancori (di Sam) o nella vergogna (di Mary), e nelle ombre visibili o metaforiche che avvolgono il rapporto delle due, partite insieme anni fa per una carriera che è divenuta grande al costo di vederle lontane, e che si ricongiungono ora perché Mother Mary sente di non poter tornare sé stessa a meno di non essere di nuovo vestita da Sam. Complice l’impenetrabile oscurità asfittica del capannone in cui le due si confrontano – interno psichico sapientemente dipinto dal duo di DOP Andrew Droz Palermo e Rina Yang – , le basi narrative del rapporto tra Sam e Mary acquisiscono gradualmente una loro nebbiosa forma per accumulazione di ninnoli, foto sulle pareti, ineffabili accenni biografici – ad esempio la recente morte della madre della pop star, unico elemento biografico a nostra disposizione – , e metafore inquiete della stylist che cela dietro la manipolatoria pratica della dialettica tutta la rabbia e la volontà di comando a cui aspira nei confronti della sua vecchia amica, a tal punto da portare questa ad implorarla di smetterla con le metafore e parlare chiaro.
Nella scansione di questa fumosa storia di due individualità frammentate, rotte, e che ambiscono a ricomporsi tramite l’inaccettabile del trauma e dell’errore che per ognuna rappresenta l’altra, l’effetto di scatole cinesi dai meccanismi il cui sblocco avverrà assai più in là rispetto all’innesco, riecheggia con forza e buona riuscita quello del polanskiano Venere in pelliccia (La vénus à la fourrure, 2017), con le personalità indecidibili e divise tra ciò che rivela il corpo e ciò che la parola seleziona, in un alternarsi di temporalità e stati psicofisici che dialogano con interni che sono ambienti-gabbia, isolati dal tempo e dallo spazio esterni in straniamenti simili ai memorabili Repulsion (1965) e L’inquilino del terzo piano (Le Locataire, 1976). A questo, Lowery aggiunge una caratterizzazione dei due personaggi a renderli l’uno il negativo dell’altro: se Sam è tutta velenosi ammiccamenti e grovigli interminabili di parole; Mother Mary non sa esistere nella veste fuori-scena che si trova a dover reimparare ad essere di fronte alla sua vecchia amica, è incapacitata a comporre frasi complesse perché sempre interrotta da piccoli pianti isterici, e trova modo di esporsi davvero solo attraverso il corpo, tramite la cicatrice che porta sulla schiena e quando Sam le concede di mostrarle la coreografia della sua prossima esibizione – un tripudio di contrasti estetici e fisici, linee dolci e forti tonfi in terra, sospiri e soffi spezzati come nell’ipnotica Volk, danzata da Dakota Johnson nel Suspiria di Luca Guadagnino. Il momento della danza, che è forse tanto l’apice emotivo quanto quello attoriale della Hataway, setta un ritmo psichico, esperienziale e tragico che ben riassume quello del film intero: fatto di arresti improvvisi, lucenti rilanci tra sezioni in concerto o a cavallo tra videoclip e musical teatrale, e profondi scavi nell’inconscio e nel passato di Mother Mary, sino, purtroppo, alle più evidenti cadute. Se infatti è vero che l’estrema metaforizzazione dell’eloquio di Sam rima perfettamente con la costruzione tronca, di indizi e trame temporalmente tanto frammentate quanto difficilmente posizionabili in un ideale ordine degli eventi, è vero anche tale fumosità tende a non risolversi mai, vivendo dei soli accenti fisici dell’over-acting estremo del già “estremo” volto della Coel. Al confronto coi singhiozzi perpetui della Hataway, una tale ridondanza si raddoppia sino alla prevedibilità, e sino rendere a tal punto pronosticabili gli esiti di ogni discussione che, anche una volta introdotto l’elemento paranormale – uno spettro dalle sembianze di un trasparente tessuto rosso –, si fatica a trattarlo come effettivo elemento tramatico, preferendo continuare a ragionare per metafore, parallelamente alle chiacchiere che le due si scambiano in scena. Culminante in un finale figlio di questa mancanza di sostanza a schermo, Mother Mary è, in realtà, forse la più centrata riflessione di David Lowery sul suo tanto ricercato senso dello spettro: un qualcosa che possiede e invade noi a partire da noi, che incarniamo nell’altro per poi rifuggirlo, simbolo di una colpa espiabile solo accogliendolo, rievocandolo e permettendogli di perdonarci – chiedendo scusa per tre volte di fila, un po’ come pronunciare “Bloody Mary” per tre volte guardandosi allo specchio. Ma a fronte di tanti giri di parole, di tante belle suggestioni e sensazioni a invaderci, forse lo spettatore sarà d’accordo col personaggio di Hataway nel chiedere meno metafore e più chiarezza, chimera inseguita dalla stessa Mother Mary e negatale dal rancore di Sam, e come pure Lowery la nega programmaticamente al suo spettatore, che una volta “spossessato” potrebbe chiedersi se ne sia valsa davvero la pena.
Info
Mother Mary, un trailer.
- Genere: drammatico, thriller
- Titolo originale: Mother Mary
- Paese/Anno: Germania, USA | 2026
- Regia: David Lowery
- Sceneggiatura: David Lowery
- Fotografia: Andrew Droz Palermo, Rina Yang
- Montaggio: David Lowery
- Interpreti: Alba Baptista, Anne Hathaway, Atheena Frizzell, FKA Twigs, Hunter Schafer, Isaura Barbé-Brown, Jessica Brown Findlay, Kaia Gerber, Michaela Coel, Sian Clifford
- Colonna sonora: Daniel Hart
- Produzione: Augenschein Filmproduktion, Homebird Productions
- Distribuzione: I Wonder Pictures
- Durata: 112'
- Data di uscita: 14/05/2026




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