Cannes 2026
A un passo dall’ottantesima edizione, il Festival di Cannes 2026 mostra per l’ennesima volta i muscoli di un evento che è parte integrante, vetrina e vessillo di un’industria cinematografica in continua espansione. Prima ancora dei film, degli autori, delle varie filmografie, a contare – ed emergere dalle scelte della selezione – è la strategia produttiva, distributiva e, last but non least, culturale del festival e di tutto il movimento. Un evento abnorme, magmatico, fuori scala, affascinante quanto respingente: da qui, compreso l’indigeribile tappeto rosso, il cinema prende forma. Un bene, un male.
Park Chan-wook presidente di giuria; Peter Jackson e Barbra Streisand premiati con la Palme d’honneur; Il labirinto del fauno ad aprire le danze come classico per la pre-apertura; Fast and Furious apparecchiato come un grande evento. E, ovviamente, una fiumana inarrestabile di film, incontri, conferenze stampa, feste e festicciole e tutto quel che segue. Il Festival di Cannes 2026 si muove in tutte le direzioni, confermando una politica espansionistica che è al contempo una sorta di rete di sicurezza per lo stesso festival: non a caso, nonostante la presenza ridotta all’osso del cinema statunitense, sulla carta il programma è ghiotto, alquanto generoso, davvero internazionale. Al di là della quasi assenza del cinema italiano, oramai un dettaglio quasi trascurabile su scala mondiale, l’ampio ventaglio geografico di Cannes – costruito nel corso del tempo, anche sul piano economico – mette alle corde le politiche un po’ più pigre della Mostra del Cinema di Venezia, da oltre un decennio troppo legata al cinema hollywoodiano (scelta che sembrava vincente nei primi anni della gestione Barbera, con titoli da serata degli Oscar come Gravity, La La Land e Joker, ma che alla lunga non ha pagato).
Asghar Farhadi, Ryūsuke Hamaguchi, Pedro Almodóvar, Kōji Fukada, Hirokazu Kore-eda, Cristian Mungiu, Na Hong-jin, László Nemes, Paweł Pawlikowski, Rodrigo Sorogoyen, Andrej Petrovič Zvjagincev… poi, certo, anche James Gray e Ira Sachs, ma la lista dei registi in concorso (e non li abbiamo citati tutti) brilla anche senza gli yankee. Ci sono nomi scontati, in primis Almodóvar e Farhadi, ma la portata cinefila è dirompente, la lista è abbacinante, al di là di quella che sarà poi l’eventuale riuscita o meno delle pellicole. Per quel che possono valere, poi, i singoli giudizi sui film. [continua a leggere]

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