Karl e Kristina
di Jan Troell
Primo capitolo di un dittico ispirato a quattro romanzi di Vilhelm Moberg, Karl e Kristina di Jan Troell racconta le migrazioni svedesi di metà Ottocento verso gli Stati Uniti, terra di sogni, aspettative e speranze. È anche il racconto di una realtà socio-antropologica rigida e profondamente religiosa che fra luci e ombre si apre alle logiche della moderna cultura razionale. Un dramma veristico e lirico insieme, in buona parte affidato alle intense prove attoriali di Max von Sydow e Liv Ullmann. Al Cinema Ritrovato 2026 di Bologna, edizione del quarantennale, per la sezione Ritrovati e restaurati.
Un pezzo di terra
Svezia, metà dell’Ottocento. In un remoto villaggio dello Småland il contadino Karl Oskar conduce una dura esistenza, rigida e ripetitiva, in linea con un ordine sociale in cui regna l’ossequio alle regole e alla fede religiosa. Karl Oskar si sposa con la giovane Kristina, e i due mettono al mondo un figlio dopo l’altro. Robert, fratello minore di Karl Oskar, mal tollera la vita misera e rigorosa alla quale la sua famiglia è costretta, e insieme all’amico Arvid inizia a nutrire sogni di fuga verso l’America. Sarà un cospicuo gruppo di compaesani, compresi Karl Oskar e Kristina, a mettersi in viaggio per mare, attraversando l’Atlantico in precarie condizioni per approdare negli Stati Uniti. [sinossi]
Prima di avventurarsi nella traversata dell’Oceano Atlantico in cerca di migliori condizioni di vita negli Stati Uniti dell’America del Nord, Karl e Kristina (Jan Troell, 1971) si concentra lungamente sull’evocazione di una cultura, dei suoi ritmi e delle sue consuetudini. Si creano anzi due sezioni ben distinte di racconto, in cui una è prodromo dell’altra. La Svezia di metà Ottocento è indagata in un’isolata zona rurale dello Småland, in una famiglia e nella sua comunità di meno di duemila abitanti. I giovani sposi Karl Oskar e Kristina, e Robert, fratello minore di lui, sono contadini al centro di un’esistenza rigida e ripetitiva, scandita innanzitutto dal rapporto con la Natura. È infatti la Natura a dettare i tempi, a cadenzare le stagioni per le colture. È un’entità con la quale è necessario negoziare, scendere a patti, sempre consapevoli che nel rapporto l’elemento più forte non è mai l’Uomo. Il rapporto omeostatico fra Uomo e Natura è infatti pronto a spezzarsi al primo rovescio imprevedibile che la Natura può imporre arbitrariamente. A tale collaborazione/conflitto fa da controcanto il crescente scontro fra fede e ragione. Da un lato, le vite di Karl Oskar, Kristina e dei loro congiunti si fanno forti di una solida fede religiosa alla quale guardare con ossequio e timore, nella speranza che la fiducia in Dio possa essere di sostegno nell’affrontare gli imprevisti della Natura. Dall’altro, specie nella generazione più giovane incarnata da Robert, la ragione emerge con forza a incoraggiare progetti di cambiamento. È Robert a scoprire e coltivare le risorse dello studio e della cultura. Letture dei testi sacri e letture laiche vanno di pari passo, e le seconde fungono pure da stimolo critico sulle prime. La Svezia narrata da Troell è infatti un paese ancora profondamente radicato nel legame fra religione e gerarchia sacralizzata delle strutture sociali, che dalla figura del sovrano si diramano su una scala di incarnazioni del potere a più gradi – le forme di potere politico locale sono in qualche modo diretta promanazione del potere religioso.
In tale cornice Karl Oskar e soprattutto Robert affrontano una graduale e silenziosa presa di coscienza. Per come si profilano ai loro occhi, gli Stati Uniti assumono la fisionomia di una modernità laica e progressiva, terra di diritti, di libertà e di crescita individuale. I due uomini nutrono aspettative sensibilmente diverse. Karl Oskar vagheggia semplicemente terre che siano più facilmente coltivabili (nel loro remoto villaggio svedese la terra va in qualche modo conquistata e sottratta agli arbitrii della Natura, combattendo con il ghiaccio, i rigidissimi inverni e una generale scarsa fertilità). Robert invece, animato da un tipico entusiasmo ingenuamente giovanile, vede negli Stati Uniti un sogno più ampio di avventura e opportunità. Con l’amico Arvid il ragazzo fa esperienza dei primi soprusi da parte dei padroni per i quali lavorano, ulteriori manifestazioni di un ordine sociale tradizionalmente oppressivo e repressivo. Dal canto suo, Kristina si delinea per la rappresentazione più ortodossa di fedeltà e rispetto di un tale ordine delle cose, anche all’interno delle dinamiche di coppia. Kristina è profondamente credente, e occupa il ruolo defilato e accessorio che in tale sistema sociale è riservato alla donna, ivi compresa la funzione/dovere della riproduzione. Nell’omeostasi fra Uomo e Natura, la fertilità della terra da coltivare corrisponde alla fertilità della donna. Nel giro di pochi anni Karl Oskar e Kristina danno alla luce un figlio dopo l’altro, incapaci di scindere il loro rapporto intimo dalla procreazione, in tal senso rispondendo ulteriormente alla rocciosa impostazione di una realtà socio-culturale pure negli angusti spazi di vita privata a loro concessi. È negoziata con Dio, con la Natura e con la fortuna (che in tale universo è per l’appunto regolata da Dio) pure la sopravvivenza della prole. Si deve procreare, confidando che le misere condizioni di vita permettano ai figli di non andare incontro a una prematura scomparsa. Le crepe di cultura laica che iniziano a farsi largo nella solida continuità antropologica del villaggio lasciano quasi del tutto indenni i due giovani sposi, nutrendo semmai in Karl Oskar il desiderio di andarsene ma soltanto per condurre una vita non troppo diversa da quella che ha già in Svezia. Robert è invece il primo a scoprire la dimensione del puro piacere, restituita da Troell sempre attraverso piccole notazioni – gli zoccoli di legno portati via dal fiume, il primo per caso, il secondo con intenzione divertita da parte di Robert, contengono in sé l’espressione della scoperta, del piacere del gioco e anche del desiderio di fuga.
Prima della partenza l’America è oggetto di sogni e credenze ingenue, basate su letture sparse e racconti favolosi ai confini della leggenda. Con approccio verista e lirico insieme, Troell si sofferma lungamente a narrare una dura esistenza dai ritmi placidi e sempre uguali, raccontando una natura talvolta aspra e ostile, altrove serena e affascinante. Il racconto non cerca mai l’epica più convenzionale, né la retorica espressiva del grande spettacolo. Semmai, qua e là affiora lo spirito di un’epica delle piccole cose, della vita quieta e ritirata, l’epica quotidiana di chi riesce a strappare alle frequenti condizioni avverse il raccolto necessario al proprio sostentamento. Raramente Troell fa ricorso a inquadrature ampie. Perlopiù Karl e Kristina predilige la narrazione per dettagli, appoggiati all’uso frequente della macchina a mano e punteggiati di dissolvenze in nero. Quando poi un nutrito gruppo di abitanti del villaggio decide di imbarcarsi in cerca di migliori fortune, il film si apre a una lunga parentesi di viaggio in mare, fra le cose più belle del film. Anche in tal caso Troell non cerca l’evidenza più conclamata e retorica del grande spettacolo, concentrandosi bensì nella registrazione minuziosa di dettagli e azioni. Fin dall’inizio è un film dell’agire umano, Karl e Kristina, che in mare assume tratti ancor più decisivi. Fra scarse e precarie condizioni igieniche, malattie e parassiti serpeggianti, tempeste in mare e scontri fra i passeggeri sempre più esausti dalla traversata, Troell racconta un’avventura collettiva con tutte le sue insidie, ma tenendosi sempre fortemente ancorato al fattore umano e ben lontano dallo spettacolo convenzionale. Infine, l’approdo nel Nuovo Mondo. Troell registra l’incontro con l’alterità, evitando coerentemente l’enfasi e l’accentuazione dei conflitti. Agli sguardi sorpresi dei migranti si offrono i neri, il nuovo paesaggio, le difficoltà linguistiche (restituite con piena credibilità nell’incomprensione fra idiomi diversi), la meraviglia della tecnologia – il treno e la ferrovia, gustosamente introdotti nel racconto già in Svezia, quando Robert cerca di spiegare a Karl Oskar che cos’è il treno, e Karl Oskar si meraviglia che di notte nessuno rubi il ferro dalle rotaie. Dopo varie peripezie il viaggio si conclude in Minnesota. Come storia americana vuole, pure Karl Oskar conduce una propria conquista della terra. Scolpendo nel legno di un albero le proprie iniziali, l’uomo mette bandiera su un nuovo terreno da coltivare, in cui vivere anno dopo anno nell’alternarsi delle stagioni.
Per tutta la sua lunga durata Karl e Kristina adotta il passo narrativo del qui ed ora. Il racconto si svolge infatti in una sorta di registrazione di un costante presente, spingendosi verso una simulata simultaneità fra tempo delle riprese e tempo della narrazione. È una scelta forte e antispettacolare, che predilige l’indagine dei personaggi, delle loro interazioni e profonde motivazioni socio-culturali, al puro e semplice intrigo avventuroso offerto al pubblico. Che è comunque presente, perché pur adottando un passo narrativo tutto centrato sull’umano Karl e Kristina tiene avvinti ai destini dei suoi personaggi da inizio a fine. Com’è ben noto, il film costituisce un dittico con La nuova terra (1972), di nuovo con Max von Sydow e Liv Ullmann come protagonisti. I due film furono realizzati insieme e distribuiti uno dopo l’altro, ispirati entrambi a un ciclo di quattro romanzi a opera di Vilhelm Moberg, pubblicati fra il 1949 e il 1959. Karl e Kristina riscosse ampio successo internazionale, raccogliendo ben cinque candidature agli Oscar nelle categorie più importanti e conquistando la statuetta per il miglior film straniero. L’impresa di Jan Troell è imponente anche nelle dimensioni, dal momento che i due film giungono insieme alla durata complessiva di ben 395 minuti – poco più di sei ore e mezzo. Per la distribuzione internazionale si approntarono anche montaggi più brevi, e il successo del dittico permise a Jan Troell di ricevere qualche offerta da Hollywood con alterne fortune (Una donna chiamata moglie, 1974, e addirittura il catastrofico Uragano, 1979). Rivisto oggi, Karl e Kristina assume ulteriore rilevanza se rapportato ai nostri tempi. In un mondo attuale scosso da vibranti risentimenti sul tema dei migranti, è forse bene ricordare che l’emigrazione è un tema praticamente universale nella storia dell’uomo, sempre sul confine fra illusione e disillusione. Perché partire a volte è necessario, non è nemmeno una scelta libera ma spesso obbligata e inevitabile. Lungo l’Ottocento gli europei si misero in viaggio per le Americhe, costruendo il paese più potente del mondo e imbarcandosi in traversate pericolose. Si partiva, e non si era certi di arrivare sani e salvi. Da sempre la migrazione fa parte dei cicli naturali della storia dell’uomo. E sul piano sociale e culturale è sempre un trauma collettivo per chi si mette in viaggio (certo non lo è altrettanto per chi accoglie). Eppure, è anche una delle risorse e delle ricchezze più importanti dell’uomo. L’incontro con l’altro, la conoscenza di altre terre e culture, la scoperta, la reciproca integrazione. L’uomo è fatto per muoversi, non per stare immobile. Lo scopre il giovane Robert, pieno di entusiasmo. Lo capisce l’adulto Karl Oskar, più concreto e pragmatico rispetto al fratello. Chi ne soffre di più è probabilmente Kristina, la più ortodossa nel rispetto della propria cultura d’origine, sorretta a un’incrollabile fede religiosa. Del resto, è proprio la fede (e non la cultura razionale) che la incoraggia nei momenti più difficili della loro impresa. Forse la ragione non è sufficiente per affrontare la fame, la sete, la malattia, i parassiti, la paura di morire in viaggio o anche semplicemente la fatica fisica. Per cui, fra fede e ragione non è una lotta a chi è più bravo. Si tratta invece di una convivenza complessa, con luci e ombre su entrambi i fronti. E il progresso non è sempre sinonimo di cultura tecnocratica della ragione.
Info
Karl e Kristina sul sito del Cinema Ritrovato.
- Genere: drammatico, storico
- Titolo originale: Utvandrarna
- Paese/Anno: Svezia | 1971
- Regia: Jan Troell
- Sceneggiatura: Bengt Forslund, Jan Troell
- Fotografia: Jan Troell
- Montaggio: Jan Troell
- Interpreti: Allan Edwall, Eddie Axberg, Liv Ullmann, Max von Sydow, Monica Zetterlund, Pierre Lindstedt
- Colonna sonora: Erik Nordgren
- Produzione: Svensk Filmindustri
- Durata: 191'


La nuova terra