Amaro destino
di Joseph L. Mankiewicz
Tragedia universale e dramma storico-culturale, Amaro destino di Joseph L. Mankiewicz affonda le radici del suo racconto in ataviche strutture socio-antropologiche, collocando una vicenda in aria di Re Lear shakespeariano nel contesto di una famiglia italo-americana al centro di impliciti ed espliciti conflitti interni di potere. A dominare l’intero nucleo, la figura possente e ricattatrice di un capofamiglia opprimente, un meraviglioso Edward G. Robinson. Al Cinema Ritrovato 2026 di Bologna, edizione del quarantennale, per la sezione Ritrovati e restaurati.
Max e i suoi fratelli
Dopo sette anni di carcere Max Monetti ritorna dai suoi tre fratelli, a capo della banca di famiglia, con atteggiamento minaccioso. L’uomo rivede pure l’amata Irene, che cerca di convincerlo a recedere dai suoi intenti di vendetta. Un lungo flashback dà conto di quanto è avvenuto anni prima in seno alla famiglia. Il patriarca Gino, italo-americano che da barbiere ha costruito una fortuna fondando una banca dove si pratica anche l’usura, apprezza e disprezza i propri quattro figli maschi con crudele arbitrio, concentrando tutti i suoi affetti e aspettative in Max, il più quadrato della famiglia e il primo che ha potuto studiare. Una successiva indagine sulla banca di famiglia e sui suoi metodi induce Max a rischiare in prima persona per difendere la sorte di suo padre Gino, mentre gli altri tre fratelli si defilano. [sinossi]
Sulle prime l’amaro destino al quale il titolo italiano allude rimane abbastanza oscuro. House of Strangers (Joseph L. Mankiewicz, 1949), tratto da un romanzo di Jerome Weidman, non è certo animato da positività e rapporti distesi fra i propri personaggi, ma tuttavia, dopo anni di peripezie e feroci sentimenti di vendetta, il protagonista Max Monetti va incontro quantomeno a qualche roseo futuro insieme alla sua amata Irene, e in prefinale si è riusciti anzi a spezzare una catena di livori che hanno origine in lontani retaggi culturali. A quanto pare fu il codice Hays a dire la sua sul finale del film, conducendolo verso una conclusione lieta piuttosto inaspettata. Mankiewicz sceglie di narrare infatti la vicenda di una famiglia italo-americana, che specie nel suo capostipite Gino ha conservato ampi tratti di una caratterizzazione socio-antropologica a metà fra notazione realistica e colore stereotipico. La struttura narrativa incrocia anzi psicologie di arricchiti migranti con alti ed esemplari modelli pregressi, visto che per il romanzo e il film si è parlato di qualche filiazione nientemenoché dal Re Lear di William Shakespeare. Di eredità familiari, di gratitudine e ingratitudine, vincoli e ricatti morali, soprattutto di rigidi schemi culturali che plasmano la sorte dei singoli in linea con il rispetto della tradizione, si tratta infatti in Amaro destino, il cui racconto mostra innanzitutto tratti ben riconoscibili nell’estetica del cinema di Mankiewicz. Seguendo il graduale disfacimento di un nucleo familiare, Mankiewicz dispiega infatti il suo racconto lungo sinuosi movimenti di macchina, che in almeno un caso alludono a uno sguardo-macchina disincarnato e identificato con la memoria – la splendida risalita delle scale di casa, utilizzata come naturale transizione dal presente narrativo al passato del lungo flashback centrale, una reminiscenza appena abbozzata dell’io narrante senza corpo ravvisabile nel più o meno coevo Lettera a tre mogli (1949). Per buona parte, poi, Amaro destino è un racconto frammentato sulla linea temporale, meno estremo e scardinante rispetto alla struttura di Lettera a tre mogli (il flashback è soltanto uno e molto lungo), ma comunque inconsueto rispetto alle consolidate norme della classica linearità narrativa americana.
In più, gli interni di casa Monetti ridondano di oggetti, secondo un gusto decadente ai limiti del kitsch e del grottesco rintracciabile più volte lungo la filmografia dell’autore – fra gli esiti in tal senso più evidenti sono da annoverare almeno Improvvisamente l’estate scorsa (1959) e Masquerade (1967). Va in scena, di nuovo, un teatrino sociale, in cui stavolta sono i retaggi socio-familiari a farla da padroni. Vi è almeno una sequenza che è un capolavoro di gioco di maschere e mistificazioni (niente di nuovo, del resto, per l’autore di Eva contro Eva, sopraffino narratore di ipocrisie e comportamenti di facciata), fra umiliazioni in pubblico, squarci di sincerità e prevalenti tentativi di adulare il capofamiglia in mezzo a rancori e risentimenti malcelati: quella cena a tavola dell’intera famiglia, orchestrata dal magistrale Gino Monetti di Edward G. Robinson, il quale dispensa agli altri commensali ruoli e predilezioni con crudele arbitrio, accanendo il proprio dileggio sempre contro le solite vittime predestinate. Gino è despota e orchestratore di dinamiche familiari, è manipolatore ed è ben compiaciuto di esprimere con ogni evidenza e arroganza il proprio potere nei confronti degli altri. E la manipolazione degli altri, l’arroganza dei propri privilegi da esercitare sulla volontà altrui, non è forse uno dei tratti più tipici di Margo Channing (Eva contro Eva), delle varie sfide psicologiche di potere fra i personaggi di Improvvisamente l’estate scorsa, o dei duelli di dominio sul piano dell’intelligenza orditi da coppie di personaggi maschili in Masquerade (1967), Uomini e cobra (1970) e Gli insospettabili (1972)? E non è del resto un modello di inarrivabile perfezione, l’invisibile Addie Ross, a condizionare più o meno involontariamente tre donne borghesi in Lettera a tre mogli? Il patriarca Gino Monetti intende operare un po’ allo stesso modo con i suoi quattro figli, tutti maschi. Vincolato a idee ataviche in qualche modo connaturate con la propria cultura italiana, Gino occupa il posto di un padre tanto amorevole quanto ricattatorio, una sorta di conte Ugolino pronto a dare e togliere arbitrariamente il proprio affetto ai discendenti sulla base di continui e impliciti ricatti morali, e che in senso figurato può togliersi lo sfizio di sbranare quotidianamente i propri figli per il solo gusto di esercitare il potere, un potere a lui conferito da secoli di tradizione socio-antropologica. Con lui ha gioco facile chi lo adula in ogni modo, il figlio perfetto, se per perfezione s’intende un’ininterrotta e indiscutibile devozione e sottomissione alla volontà paterna. È Max a occupare tale posizione (anche in buonafede, poiché Max, più o meno apertamente, condivide con il genitore le stesse convinzioni e vedute, anche le più retrive), e a viversela fino alle estreme conseguenze di pagare con il carcere per colpe commesse dal padre. Questo, sì, è l’amaro destino da immolare a una precisa idea di famiglia, secondo la quale il destino di uno è il destino di tutti, nell’ottica di un’omertà interna al nucleo assolutamente da rispettare, giusta o sbagliata che sia la ragione. Gli altri fratelli, invidiosi e magari pure con qualche buona ragione di risentimento, spodestano poi Gino con la stessa crudeltà riservata al Re Lear shakespeariano, conferendo risonanze universali a una vicenda che ha anche salde radici in un preciso contesto storico e culturale.
Se Gino è infatti il rappresentante di una cultura atavica senza troppe ambiguità e sfumature, che vede la legge soltanto come un fastidioso ostacolo ai propri obbiettivi tanto da indurre a esercitare l’usura senza alcun tentennamento, che colloca la donna in posizione indubbiamente sottomessa e che vede nel maschio, pure nei discendenti, il naturale dominatore sociale, d’altro canto Amaro destino si accende di chiari accenti storico-culturali nella narrazione di due generazioni a confronto, che in qualche modo alludono a una vecchia e una nuova America, e in senso universale al tragico succedersi delle generazioni e alla loro inevitabile incomprensione reciproca nell’ampio quadro della storia dell’uomo. È significativo in tal senso il lungo discorso tenuto da Gino davanti a tutti i familiari quando si discute del matrimonio fra Max e Maria, sul punto di fallire a causa della relazione dell’uomo con Irene. Gino si rivolge alla futura suocera, imbastendo un confronto fra cultura americana e cultura europea che assume i toni dell’entusiasmo per il Nuovo Mondo, ma che al contempo sembra del tutto pervaso da un consistente sentimento ironico. In Europa le città si sviluppano in orizzontale; in America in verticale. Terra del successo, del rapido sviluppo e della felicità, gli Stati Uniti sono in realtà spazio di pura illusione, e la vicenda di Gino (un potere e un benessere economico fondati sull’elusione delle leggi negli spregevoli modi dell’usura) sta lì a dimostrarlo. Nel suo lungo discorso Gino si dichiara a sua volta inadeguato all’emergere dell’America della modernità, e la sua inadeguatezza riguarda pure la disinvoltura alla fonte del suo successo. Che cosa sono le leggi, secondo la sua logica distorta, se non un fastidio arrecato all’individuo? Un po’ italiano che tende al proprio interesse infischiandosene delle regole, degli altri e pure del buonsenso, un po’ americano rapace e individualista, Gino innesca in realtà cortocircuiti distruttivi nei suoi quattro figli, e soltanto Max, nel pur forzato lieto fine, è così intelligente da decidere di spezzare una catena di vendette a sua volta debitrice di un antico codice morale e familiare – nella logica ancestrale di Gino, del resto, etica e famiglia finiscono per coincidere. Dramma storico e tragedia universale, Amaro destino palesa anche il gusto in tutto pertinente a Mankiewicz per qualche tinta forte in direzione del grottesco più cupo. Ne sono prova i ricorrenti cliché sulla comunità italo-americana – la devozione per una pia e anziana moglie e madre, sempre rigorosa e funerea negli atteggiamenti e abbigliamenti; il rito degli spaghetti in famiglia; le insistite arie d’opera che un sorridente Gino impone a tutti per le cene collettive. Si tratta di luoghi comuni scientemente rimessi in scena in quanto tali e talvolta utilizzati fino allo spasimo in una dimensione di ossessivo grottesco. Intanto, il confronto fra mondi e generazioni vecchie e nuove, le spietate vendette interne a una famiglia, hanno comunque aperto voragini nella convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili. E un padre in apparenza guascone e affettuoso rivela il proprio oscuro rovescio, grazie all’ennesima, straordinaria prova di Edward G. Robinson, ai giorni nostri mai abbastanza ricordato.
Info
Amaro destino sul sito del Ritrovato 2026.
- Genere: drammatico, noir
- Titolo originale: House of Strangers
- Paese/Anno: USA | 1949
- Regia: Joseph L. Mankiewicz
- Sceneggiatura: Philip Yordan
- Fotografia: Milton R. Krasner
- Montaggio: Harmon Jones
- Interpreti: David Bauer, Debra Paget, Diana Douglas, Edward G. Robinson, Efrem Zimbalist Jr., Esther Minciotti, Hope Emerson, Lelia Goldoni, Luther Adler, Mushy Callahan, Paul Valentine, Richard Conte, Susan Hayward, Thomas Browne Henry, Tito Vuolo
- Colonna sonora: Daniele Amfitheatrof
- Produzione: 20th Century Fox
- Durata: 101'



Improvvisamente l’estate scorsa
Lettera a tre mogli
Uomini e cobra
Masquerade
Il fantasma e la signora Muir