The Servant’s Neck

The Servant’s Neck

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Remake di un proprio film muto, The Servant’s Neck (Gero no kubi) rappresenta la quintessenza del jidaigeki del maestro Daisuke Ito, un’opera ricca di movimenti di macchina, gru e carrelli, di esaltazione dei combattimenti di spada, ma che al contempo mette in discussione i valori feudali, l’etica dei samurai, raccontando una storia intrisa della dialettica servo padrone. Nella rassegna Ombre e acciaio: il cinema di Daisuke Ito della 40° edizione del Cinema Ritrovato.

La morte gioca a go

Dopo che il suo padrone viene assassinato durante una partita di go, il fedele servitore Geru accompagna il figlio della vittima, Shintaro, alla ricerca del colpevole, riconoscibile da nove nei sul volto. Il rampollo però si ammala e Geru, per sopravvivere, diventa artista di strada. L’incontro con Oichi, una bella donna di cui il servitore si guadagna l’amicizia, lo conduce infine a una sconvolgente scoperta: il suo protettore, Sudo, è proprio l’assassino che stanno cercando. [sinossi]

Daisuke Ito rappresenta uno dei padri del jidaigeki, il film storico giapponese, e del genere chambara, termine onomatopeico per designare il cappa e spada nipponico, richiamando il clangore dei combattimenti di katana tra samurai. La sua carriera contempla una filmografia di mezzo secolo, dal 1924 al 1970, a cavallo tra muto e sonoro e attraversando le fasi pre- e post-bellica. Come per tanti suoi colleghi, le pellicole del muto sono andate in buona parte perdute. Suo è un caposaldo del genere quale A Diary of Chuji’s Travels (Chuji Tabinikki Daisanbu Goyohen), del 1927, in tre episodi, di cui sono stati ritrovate delle parti, già caratterizzato da quel ritmo rapido che è considerato la cifra stilistica del regista, derivata dal kodan, una forma di narrazione orale della tradizione, incentrata su eventi storici. Considerata pure una delle sue opere fondamentali è The Servant (Gero) sempre del 1927, il migliore di quelli fino a quel momento girati dal regista, secondo una valutazione che fece il critico di Kinema Junpo Fuyuhiko Kitagawa. Quest’opera risulta invece irrimediabilmente smarrita. Ito ne avrebbe voluto fare dei sequel per una trilogia in realtà mai realizzata. Solo nel 1955 tornò su quel progetto per farne un remake dal titolo The Servant’s Neck (Gero no kubi, 下郎の首), che rimane anche una preziosa testimonianza di come il regista lavorava con il, e sul, genere nel muto, della sua capacità di innovare il chambara mantenendolo vivo. Il film ha fatto parte della retrospettiva, dedicata al Maestro, Ombre e acciaio: il cinema di Daisuke Ito nel Cinema Ritrovato 2026 in collaborazione con The Japan Foundation e NFAJ – National Film Archive of Japan. L’opera era concepita su misura per il sodale Tsumasaburo Bando, attore iconico nel cinema jidaigeki, senonché questi venne a mancare nel 1953. Il suo ruolo fu dato quindi a Jun Tazaki, reduce da un altro fondamentale jidaigeki di un altro storico regista, ovvero La porta dell’inferno (Jigokumon) di Teinosuke Kinugasa, e che sarebbe poi diventato un grande protagonista dei kaiju e dei film di fantascienza soprattutto di Ishiro Honda. Tazaki interpreta Geru, un servo, il cui padrone viene ucciso per un diverbio durante una partita di go. Scatta quindi la vendetta, il sale per la drammaturgia giapponese classica, secondo i principi cardine del giri, il dovere, e del ninjo, il sentimento. Il protagonista è come i 47 ronin, della classica storia nipponica. Deve vendicare il padrone ucciso anche per il senso di amicizia che lo lega al figlio. I valori entreranno però in conflitto quando Geru, complice un ombrello galeotto, incontra una bella donna con la quale stringe una forte amicizia, per scoprire che l’uomo di cui è concubina non è altri che l’assassino cercato. La sua punizione arrecherebbe così un dolore alla nuova amica. Daisuke Ito però non mostra alcuna enfasi rispetto ai valori samuraici che fa scricchiolare anche con battute precise, denigrando il bushido. Geru si macchia di aver rovinato la vendetta del padrone e soccombe incolpevole, lui che è il servitore. Ito fa così trapelare i sensi di ipocrita sudditanza, la dialettica cinica servo e padrone, propri del Giappone medievale, scardinando quella decantata nobiltà che ancora affascina tanti nel mondo del cinema e non solo, in Giappone come all’estero. Geru è ben visualizzabile nella figura dell’allodola in gabbia, che tenta la fuga.

The Servant’s Neck è prodotto dalla Shintoho, la casa nata da una costola della Toho, dai transfughi che lasciarono la casa madre dopo una fase di scioperi. Solo due anni dopo il leader della casa di produzione Kunio Watanabe distoglierà fondi e maestranze per realizzare il grande kolossal sull’Imperatore Meiji, The Emperor Meiji and the Great Russo-Japanese War, grondante di nazionalismo nell’esaltazione della vittoria militare sulla Russia. Ito rimane un umanista pervaso di filosofia buddhista, racconta il Giappone dell’epoca Edo con un distacco, ponendo una pietra tombale che si materializza nella struttura stessa del film. The Vassal’s Neck adotta un brillante escamotage narrativo. Inizia e finisce nel presente con le immagini di un treno su un grande ponte, una struttura modernista di acciaio esibita, nell’esaltazione della velocità e della modernità. All’inizio la mdp si muove sulle sponde di un fiume, tra villeggianti in bicicletta, per arrivare a inquadrare una statua buddhista che diventa il narratore in voice over. Racconta di fatti sanguinosi che avvennero proprio in quei paraggi. Il film è quindi un flashback. Quando ci saranno i combattimenti finali, la scena arriverà a inquadrare nuovamente la statua, un segnale per lo spettatore per avvisare che la narrazione è giunta alla sua conclusione, che i nodi sono arrivati al pettine. Una nuova immagine di treno finale sancisce il sigillo dai fatti storici narrati. È una soluzione che torna nel cinema nipponico, per esempio in La leggenda di Narayama di Kinoshita, Himiko di Shinoda, Miss Hokusai di Keiichi Hara. Lasciare indizi allo spettatore, prima che ai protagonisti, è un gioco che Ito fa nel film, anche in accordo con il narratore onnisciente rappresentato dalla statua di cui sopra. È così per gli indizi stessi della detection: il dito mozzato e i nei che permetteranno di individuare l’assassino, fatti vedere sempre prima al pubblico. Entrambi anche elementi figurativi che tornano: i nei nelle pedine nere del go, la mutilazione nell’analogo tentativo che avviene nel film. The Servant’s Neck è in tutto e per tutto un jidaigeki antieroico. Lo potremmo paragonare al capolavoro Humanity and Paper Balloons di Sadao Yamanaka, anche per la rappresentazione dei sobborghi di epoca Edo, con i canali, popolati da mercanti, con le tipiche abitazioni machiya. Esemplare lo spazio filmico degli interni della casa di Oichi, un concentrato di giapponesità, dove si svolge buona parte del film. Trionfano i tipici pannelli scorrevoli, shoji e fusuma o i paraventi. E la casa è arredata con composizioni di Ikebana o con quadri zen illustrati con tecniche a inchiostro diluito. Il regista irrompe in quello spazio armonico facendolo diventare teatro di combattimenti, con i movimenti di macchina che stravolgono quella composizione di linee ortogonali. A differenza di alcuni suoi colleghi, Ito non punta alla fissità dell’inquadratura, o non contempla le superfici con carrellate laterali. Usa soluzioni estremamente variegate di movimenti di macchina. Segue, per esempio, con tracking laterale, lo spostamento di un mendicante storpio svelando che si tratta di un falso invalido. La soluzione più estrema rimane quella del lungo schermo bianco: quando Shintaro esita a scrivere la sua missiva, cancella e straccia la prima copia, e poi si arrovella sulla seconda, lasciandola intonsa. Qui la mdp si avvicina alla pergamena fino a farla combaciare con l’inquadratura. Un lunghissimo momento di bianco totale, come un vuoto buddhista, un ma cinematografico accompagnato dal monologo di Shintaro in voice over, con i suoi interrogativi morali e i rimorsi sull’uccidere per vendetta. Proprio in questo spazio sospeso tra il vuoto del foglio bianco e il clangore delle katana, che si manifesta tutta la grandezza di Daisuke Ito: un autore capace di rinnovare il jidaigeki mettendone in crisi i presupposti ideologici in una riflessione profondamente umana sul destino, sul dovere e sulla libertà.

Info
The Servant’s Neck sul sito del Cinema Ritrovato.

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