A Diary of Chuji’s Travels

A Diary of Chuji’s Travels

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Evento speciale alle Giornate del Cinema Muto, il terzo restauro di A Diary of Chuji’s Travels, un grande classico del jidaigeki, il cappa e spada nipponico, opera del regista pioniere Daisuke Ito, con la star Denjiro Okochi. Concepito inizialmente come un trittico di film, ne sono però sopravvissute solo poche parti.

La nobiltà della sconfitta

Nel metraggio conservato dei tre capitoli originari, vediamo il protagonista, Chuji, prendersi cura di Kantaro, il figlio di un amico morto, scoprire con disappunto che alcuni suoi uomini stanno compiendo rapine, a suo nome, trasferirsi in un’altra città, assumendo una nuova identità e lavorando in una distilleria di sakè. Scoperto e arrestato dalla polizia, viene riscattato da un suo seguace che lo porta al suo villaggio. Qui rimane costretto a letto da una paralisi e alla fine catturato definitivamente. [sinossi]

La storia del ritrovamento di questa pellicola è una di quelle leggendarie, non frequenti in Giappone dove buona parte del patrimonio cinematografico storico è andato irrimediabilmente perso. Dopo essere stata considerata smarrita per sempre, viene ritrovata improvvisamente a Hiroshima e da lì spedita al National Film Center di Tokyo che provvede al suo restauro. Da allora a oggi il film, o quello che rimane, è stato sottoposto ad altri due restauri, nel 2001 e nel 2010, l’ultimo dei quali in digitale. Il materiale sopravvissuto non è però integrale: dei 6540 metri che rappresentavano la trilogia, ne sono rimasti 1800 della seconda e della terza parte di una versione in 35mm antologica.
Daisuke Ito (1898-1981) è stato uno dei principali autori di jidaigeki, avendone realizzati circa un centinaio e avendo sviluppato il genere in forme più moderne, nello shin-jindaigeki, e, allo stesso tempo, sconfinando nel keiko-eiga, il film di tendenza socialista. Il suo lavoro di ricerca linguistica e tecnica gli valsero l’appellativo di “Ido daisuki”, grande ammiratore dei movimenti (di macchina). In A Diary of Chuji’s Travels confluiscono tutte queste tendenze. Il film, con protagonista la grande star icona del genere, Denjiro Okochi, ebbe un grandissimo successo e arrivò primo nella classifica della storica rivista Kinema Jumpo.
A Diary of Chuji’s Travels è uno dei tanti film incentrati sulla leggendaria figura di Chuji Kunisada (1810-1850), tra i grandi banditi del periodo Edo, filantropo che aiutava i contadini poveri e gli orfani, la cui carriera è finita con l’arresto e la condanna a morte. Si sprecano anche le rappresentazioni della sua storia nelle varie forme di teatro tradizionale.

Ito costruisce la figura di Chuji Kunisada come quella di un anti-eroe tragico, una sorta di Robin Hood che si erge a tutela dei poveri vessati dallo stato con le sue inique tasse. La sua paralisi progredisce durante il film, rendendolo prima come assimilabile ai tanti eroi del chanbara giapponese, i samurai o ronin con handicap fisico, come Tange Sazen, guercio e senza un braccio, e Zatoichi, cieco. Ma nella parte finale l’immobilità diventa totale costringendo Chuji a letto, a osservare impotente i suoi uomini combattere senza tregua, fino a soccombere, per difenderlo dall’assedio dei poliziotti, che devono catturarlo. La tragicità della figura è estrema e gli viene così negata la possibilità di, anche letteralmente, cadere in piedi, di soccombere – come nello stereotipo di tanti film di samurai – vendendo carissima la pelle, cedendo per sfinimento solo dopo aver sgominato una frotta di spadaccini nemici. Ciò nonostante, e anzi a maggior ragione, non gli viene negata la nobiltà della sconfitta, un concetto squisitamente giapponese messo in luce nel celebre saggio del nipponista Ivan Morris. La sua grandezza è anche accresciuta. Il tormento senza onore equivale alla fine della cavalleria, come recita la didascalia di un intertitolo, mentre l’utilizzo, in due occasioni della rivoltella, ci richiama al jidaigeki crepuscolare, al tramonto di un’epoca (siamo nel 1850, due decenni prima della fine del periodo Edo): la katana sarà ben presto soppiantata dalle armi da fuoco.

Nel metraggio sopravvissuto si possono apprezzare momenti straordinari. L’amore tra le botti di sakè; i girotondi dei bambini, nei quali Kantaro prende la direzione opposta segnando già un suo anticonformismo che lo porterà a diventare probabilmente un nuovo eroe bandito (“La gente diventa cattiva quando cresce” recita una didascalia che accompagna il suono della campana di un tempio). Ma il momento cinematograficamente più affascinante è nella parte finale. Il combattimento tra i poliziotti e gli uomini di Chuji divampa e i secondi si avviano a soccombere. Ito ci fa osservare i combattimenti serrati di spade dalla camera di Chuji, a letto, vedendo il tutto a intermittenza, con la continua apertura, da parte dei nemici, e chiusura, da parte dei “nostri”, della porta scorrevole che lo lascia fuoricampo, trasmettendo un senso di estrema impotenza e tensione.
La proiezione di A Diary of Chuji’s Travels alle Giornate di Pordenone si è avvalsa dell’accompagnamento di un benshi, Ichiro Kataoka, il cantastorie giapponese del cinema muto, con un’orchestrina fatta di pianoforte, shamisen e taiko. L’atmosfera ideale per raccontare questa storia, con un’ensemble che richiama le forme tradizionali di teatro, il Kodan e il Rakugo, in cui è stata storicamente allestita la storia di Chuji Kunisada.

Info
A Diary of Chuji’s Travels sul sito del Film Lincoln Center.
  • a-diary-of-chujis-travels-chuji-tabi-nikki-1927-daisuke-ito-01.jpg

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