Far From the Light of Day

Far From the Light of Day

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Un flusso di coscienza durante una notte insonne, accanto al proprio compagno. Cosa vuol dire amarsi tra persone appartenenti a due popoli in guerra? Con questa inedita confezione, e con le immagini mancanti della guerra, il filmmaker israeliano Yotam Ben-David ragiona sulle origini dell’interminabile conflitto palestinese nel suo nuovo film Far from the Light of Day. Nel concorso Pesaro Nuovo Cinema della 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema.

Tenera è la notte

Due amanti sono distesi su un letto. Uno dorme, l’altro veglia. Uno è palestinese, l’altro israeliano. Lontano dalla loro terra, la guerra infuria, mentre la notte si prolunga senza fine. [sinossi]

Non può più esserci, come per Romeo e Giulietta, l’illusione che il canto dell’allodola sia quello dell’usignolo, l’estremo autoinganno con cui gli amanti di Verona tentano di trattenere la notte e rimandare l’irrompere del giorno. In Shakespeare, il verso dell’usignolo è il suono di un tempo sospeso, di un limbo in cui l’amore può ancora sottrarsi alle leggi del mondo; l’allodola, invece, annuncia l’alba e il brusco ritorno alla realtà, alla Storia, al destino. È precisamente questa dimensione sospesa, fragile e precaria, a costituire l’essenza di Far from the Light of Day, opera del filmmaker israeliano Yotam Ben-David, presentato nel concorso Pesaro Nuovo Cinema della 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, dopo l’anteprima a Visions du Réel. I protagonisti sono due compagni, colti nell’intimità di una camera da letto durante una notte che sembra dilatarsi oltre ogni misura. Uno è sveglio, è israeliano. Accanto a lui dorme il compagno palestinese. Nel letto anche il loro cagnolino, presenza silenziosa. Amarsi a letto, sfiorarsi, stringersi in un abbraccio, contemplare il corpo nudo dell’altro, che sembra evocare un disegno di Egon Schiele, sono gesti minimi eppure profondamente politici. Sono il rifiuto dell’odio ancestrale che divide due popoli ancora oggi in guerra, così come la libertà di un amore omosessuale si configura come una forma di resistenza al machismo militarista e alla retorica della virilità armata. Far from the Light of Day assume la forma di un lungo flusso di coscienza, quasi un monologo teatrale, da parte dell’israeliano, il regista stesso, che in quella notte insonne ragiona sulla guerra interminabile che oppone israeliani e palestinesi, senza sottrarsi al senso di colpa per le sofferenze che il proprio popolo ha inflitto, e sta infliggendo, a quello del compagno. Da una parte vi è un popolo nomade che il sionismo ha reso stanziale; dall’altra un popolo esiliato. Un popolo che ha conosciuto il trauma della persecuzione ha finito, tragicamente, per infliggerne una analoga a un altro, usando il proprio dolore come giustificazione morale.

Ben-David ricorda la nonna Simone, alla quale il progetto sionista offrì finalmente una casa dopo il lungo peregrinare della diaspora e la fuga dallo sterminio nazista. A quella memoria si contrappone specularmente quella della nonna del compagno palestinese, costretta ad abbandonare la propria abitazione durante la Nakba. Due genealogie del dolore coesistono nella medesima notte, nello stesso letto. Yotam Ben-David mette in scena uno stato di pace, di sospensione, dei sensi, dell’anima e lo traduce con un’assenza di immagini, rifiutando quella pornografia mediatica delle macerie di Gaza che ormai rischia di anestetizzare lo sguardo. Una fioca luce blu, dallo schermo del laptop, pervade quella stanza virando quell’oscurità, immagini che emergono lentamente dal nero iniziale. I corpi sono avvolti dalle coperte come un drappo. Seguono immagini di chiazze oleose su una superficie d’acqua, di uno stagno, di fiocchi di neve come corpuscoli galleggianti, frammenti di paesaggio intravisti dal finestrino di un treno. Un flusso visivo, che accompagna il flusso verbale, in una successione di riverber, aloni, sfocature e ambiguità, quasi che anche l’immagine rifiutasse ogni contrasto fotografico netto, ogni opposizione definitiva, ogni polarizzazione. Solo nel finale la luce del giorno restituisce contorni nitidi alle cose. In uno specchio compare lo stesso Ben-David mentre filma il compagno addormentato. Quel corpo immobile, avvolto dalle lenzuola bianche, gli appare come quello del Cristo nel sudario, ma anche come quello dello shahid, il martire. Due iconografie religiose si sovrappongono, restituendo al corpo amato di un palestinese una dimensione universale, di sacrificio. A questo punto, però, la notte non può più essere trattenuta. Non resta che attendere un canto che non arriverà mai: non quello dell’usignolo capace di prolungare l’illusione degli amanti, ma quello dell’allodola che, come per Romeo e Giulietta, annuncia l’irruzione irrevocabile della Storia e la fine della sospensione.

Info
Far From the Light of Day sul sito di Pesaro 2026.

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