Tutto quello che resta di te

Tutto quello che resta di te

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Con Tutto quello che resta di te Cherien Dabis mette in scena un melodramma famigliare lungo intere generazioni per raccontare la tragedia palestinese, dalla Nakba del 1948 fino alla prima Intifada, per finire con la contemporaneità. Narrativamente sfrutta tutti gli escamotage del genere, ma per la prima volta mette in fila di fronte agli occhi “occidentali” le ininterrotte vessazioni patite dal popolo tanto a Gaza quanto in Cisgiordania, o nei campi profughi libanesi.

La casa rubata

Cisgiordania, 1988. Un adolescente palestinese si unisce con determinazione alle proteste locali contro i soldati israeliani. Improvvisamente la scena si blocca e, con fervore e angoscia dipinti sul volto, la madre si rivolge a noi – testimoni dei capitoli bui del secolo scorso e di questi giorni – per iniziare a raccontare la storia di tre generazioni di una famiglia sradicata, a partire dal 1948, quando le organizzazioni paramilitari sioniste espulsero più di 700.000 palestinesi dalle loro case. Una cronaca epica della lotta di una famiglia per rimanere unita e preservare la propria dignità di fronte alle forze d’invasione israeliane, che abbraccia gli ultimi 80 anni della storia della Palestina. Una condivisione del significato di “identità palestinese” raccontato con saggezza ed emozione che tocca il cuore intensamente. [sinossi]

Nell’ottobre 1970, poco meno di due anni prima di rimanere ucciso in un attentato incendiario del Mossad mentre si trovava a Beirut (rimase coinvolta e morì anche una sua nipote di appena sedici anni), il grande scrittore e giornalista palestinese Ghassan Kanafani – all’epoca portavoce del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina – venne intervistato per il canale australiano ABC da Richard Carleton. Dall’intervista, che si può facilmente reperire online, si possono estrarre due concetti espressi da Kanafani, e che si adattano alla perfezione a Tutto quello che resta di te, terza regia per l’attrice statunitense di origine palestinese Cherien Dabis. In un primo passaggio Kanafani afferma: «Per noi liberare il nostro paese, avere dignità, essere rispettati, ottenere banalmente i nostri diritti umani, è qualcosa di essenziale quanto la vita stessa», mentre in un secondo momento dichiara che «La storia del mondo è sempre la storia di persone deboli che combattono contro persone forti; di persone deboli che hanno le giuste ragioni di combattere contro le persone forti, le quali usano la loro forza per sfruttare i deboli». Sono quasi ottant’anni che milioni di palestinesi lottano per “avere dignità, essere rispettati, ottenere i diritti umani”, eppure viene naturale chiedersi come sarebbe stato accolto dalla maggioranza silenziosa un film come quello di Dabis se invece di essere prodotto nel 2024 fosse stato scritto, pensato e girato solo dieci anni prima; perché la triste verità è che fino alle evidenze impossibili da negare del genocidio perpetrato da parte dell’esercito israeliano su mandato del parlamento e del governo di Tel Aviv in molti avrebbero alzato un sopracciglio nel vedere la messa in scena di uno spopolamento programmato che in realtà va avanti da decenni nel silenzio delle democrazie occidentali. Nell’autunno 2025 i più paiono muoversi a commozione davanti alla saga famigliare disegnata da Dabis, che inizia nel 1988 in Cisgiordania nel pieno della prima Intifada per poi fare un duplice salto indietro nel tempo, dapprima nel 1948 a Giaffa, e quindi nel 1978 nel campo rifugiati della Cisgiordania occupata, ma solo due anni fa a ridosso dell’eccidio del 7 ottobre gran parte degli stessi avrebbero con ogni probabilità protestato. Dopotutto, lo insegnava Antonio Gramsci, la storia insegna ma non ha scolari.

Quarant’anni non solo per muoversi attraverso tre generazioni della stessa famiglia – Sharif, che nel 1948 abbandona la sua casa a Giaffa, con lo splendido aranceto, solo quando i militari israeliani lo stordiscono, imprigionano e costringono ai lavori forzati; suo figlio Salim, che in esilio in Cisgiordania cerca di perseguire la poesia e l’insegnamento; il figlio di Salim, Noor, che già da bimbo sperimenta la crudeltà israeliana per poi trovarsi nel bel mezzo degli scontri della prima Intifada, che prese il via nel campo profughi di Jabaliya nel 1987 per poi estendersi a Gaza, nella succitata Cisgiordania e nella parte orientale di Gerusalemme – ma anche per testimoniare a chi ritiene che ciò che sta accadendo oggi a Gaza, con lo sterminio, l’affamamento e la deportazione, sia una risposta magari anche “esagerata” ai fatti del 7 ottobre 2023 come questo sia un errore grave. Narrativamente Dabis sa come gestire ingredienti già noti, tipici del mélo famigliare, e lo fa con evidente solidità, senza concedersi deviazioni dal percorso. Analizza il dolore, l’accettazione del lutto, il tentativo di trovare una dimensione umana all’interno della barbarie, la necessità di ribadire alcuni punti fermi, a partire dal fatto che quelle terre che oggi sono abitate da israeliani, in alcuni casi a pochi minuti a piedi dal mare, non erano “di nessuno”, ma avevano una storia famigliare decennale se non secolare. Di queste memorie interrotte si interessa Tutto quello che resta di te, trovando la sua dimensione più felice quando si muove tra il 1948 e il 1978 e faticando un po’ di più nella parte finale, soprattutto quando la rappresentazione riguarda la contemporaneità – di salti temporali il film ne presenta molti. È interessante soprattutto la messa in scena del mondo israeliano, perché se da un lato la rappresentazione dei militari non prevede deviazioni dal concetto di “villain”, dall’altro anche i singoli cittadini, perfino quelli che non hanno servito nell’esercito, sono raccontati come ignavi, o forse persino incapaci di comprendere fino in fondo le iniquità che il loro Stato ha commesso nei confronti di un popolo a cui non è riconosciuto nemmeno il diritto di esistere da un punto di vista istituzionale (si vedano i siparietti in ospedale, o l’incontro della saggia e non compromissoria Hanan – sposa di Salim e mamma di Noor, interpretata dalla stessa regista – con un uomo che ha qualcosa in comune con la sua famiglia). Un popolo assopito, quello israeliano, così abituato a esercitare il potere dopo l’immane tragedia della Shoah da non porsi nemmeno il dubbio di quel che si sta mettendo in pratica. Dabis non cerca comunque lo scontro, preferisce alimentare il magone di un pubblico che non può non aderire alle paturnie della povera famiglia protagonista, che tutto ha perso e nulla può pensare di recuperare, se non farsi fotografare di fronte a un finto fondale marino o davanti alla casa che un tempo fu sua, e da quasi ottant’anni più sua non è. Attraverso un racconto in tutto e per tutto popolare Tutto quello che resta di te prova a ricordare, in un film a suo modo fluviale, l’infinita ingiustizia patita dalla Palestina e dalla sua gente. Questo nulla smuoverà, ovviamente, ma è un’operazione doverosa.

Info
Un trailer di Tutto quello che resta di te.

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