The Bibi Files

The Bibi Files

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Oggetto di ripetuti tentativi di blocco e di censura sin dalla sua prima mondiale a Toronto 2024 ed espressamente vietato in Israele, giunge nelle sale italiane The Bibi Files di Alexis Bloom, documentario d’inchiesta che parte dai video-leak degli interrogatori di polizia a Netanyahu accusato di corruzione per metterne inconfutabili sullo schermo la deriva morale, la paranoia, l’arroganza e le ripetute menzogne passivo-aggressive. Un ritratto a più voci di un potere in crisi e proprio per questo sempre più autoritario e intoccabile, disposto a tutto per la propria sopravvivenza politica e per la salvaguardia della propria rete di interessi, alleato sempre più a destra fino a inglobare e superare l’estremismo xenofobo dei suprematisti, mentre lo stato d’eccezione permanente e lo stesso massacro genocida perpetrato a Gaza in seguito al 7 ottobre 2023, sopraggiunto a lavorazione del film già ampiamente iniziata, sembrano quasi alla stregua di cinici diversivi con cui evitare il carcere. Produttore e committente Alex Gibney, e si vede.

La maschera del demonio

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, accusato di corruzione, frode e abuso d’ufficio, è sotto interrogatorio da parte della polizia israeliana. [sinossi]

«Novanta persone che conoscevo sono morte», racconta con dolorosa lucidità la ventenne Gili Schwartz, nata e cresciuta in quel kibbutz Be’eri principale teatro dei sanguinosi attacchi di Hamas del 7 ottobre. Eppure non chiede in alcun modo vendetta e rappresaglia, non odia il popolo di Palestina da ottant’anni vessato al di là del confine, e anzi sa perfettamente come i bombardamenti a tappeto non siano «una soluzione, ma solo un massacro». La sua invettiva è semmai contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, «reale responsabile con le sue scelte politiche», reo di «avere nutrito per anni la bestia» del terrorismo con valanghe di milioni di dollari convinto di poterla manipolare e sfruttare, finché il sistema che aveva creato non gli si è rivoltato contro o forse, ancor più cinicamente, ha semplicemente fatto la sua parte da alleato strategico, consentendogli al prezzo di decine di migliaia di vite di ottenere quello stato d’eccezione con cui rinviare all’infinito i processi a suo carico, mantenere a ogni costo il suo potere sempre più destrorso e dittatoriale, evitare quel carcere che lo terrorizza più di ogni altra possibile prospettiva. Forse il più significativo fra i controcampi sugli oppositori interni del governo di Tel Aviv con cui The Bibi Files, giunto nelle sale italiane a poco meno di due anni dalla prima di Toronto passando per innumerevoli ingerenze diplomatiche con cui tentare più o meno ovunque di bloccarlo e per il divieto assoluto di proiezione in Israele, dopo avere denudato il re cerca di riaprire a una speranza etica e umana, affidando ai pensieri e alle parole delle nuove generazioni israeliane una nuova consapevolezza e un ben preciso senso di responsabilità. Un percorso che la documentarista sudafricana Alexis Bloom sviluppa sì partendo dal clamoroso leak di migliaia di ore di filmati riservati che di fatto costituiscono buona parte dell’impianto accusatorio, registrati dalla polizia israeliana tra il 2016 e il 2018 durante gli interrogatori a Netanyahu, famiglia e alleati politici o finanziari d’ogni tipo e poi all’inizio del 2023 giunti anonimamente tramite l’applicazione di messaggistica criptata Signal al produttore e regista Alex Gibney, ma che nella scelta di puntellarli con interviste a giornalisti d’inchiesta, ex uomini d’apparato che non riescono più a tacere la verità e perfino (rari) ex amici personali del Primo Ministro che non sopportano più di vederne il progressivo degrado morale vuole mantenere una linea di demarcazione fra il governo e la (tanta? poca? Non è questo il punto, il punto è che esiste e che resiste) gente comune che non lo sostiene e che non ne sostiene le politiche criminali, liberticide, guerrafondaie, espansioniste, dittatoriali e genocide. Da una parte l’Israele di chi ha capito, e cerca di reagire al (mal)Potere che subisce dall’interno mentre il luciferino Primo Ministro nega l’evidenza e deliberatamente destabilizza (e fa uccidere) l’intero Medio Oriente per meri interessi personali. Dall’altra lui, Benjamin Netanyahu, con la moglie Sara che dal perdono dopo lo scandalo sextape del ‘93 parrebbe comandarlo più o meno a bacchetta, con il figlio Yair e le sue posizioni di estrema destra, con il suo intero Sistema politico ed economico di oligarchi, regali da centinaia di migliaia di dollari, corruzione, concussione, leggi ad personam e controllo della stampa (ricorda qualcosa? #1) con cui propagandare menzogne di Stato. Inchiodato non solo da testimonianze, cifre e prove inconfutabili che gli investigatori gli squadernano di fronte fra l’ennesimo tattico «non ricordo» di una memoria di ferro e l’ennesima minaccia velata passivo-aggressiva di un uomo che si crede intoccabile, ma anche dal proprio evidente nervosismo, dal linguaggio del suo corpo, dalla sua paranoia, e più avanti dal tentativo politico di riformare la magistratura (ricorda qualcosa? #2) per poter scegliere personalmente quelli che sarebbero stati i giudici incaricati del suo caso.

Lavora apertamente sulla dialettica e sulla sua negazione, The Bibi Files. Mettendo apertamente in fila le incongruenze, le menzogne, gli arroganti e piccati rifiuti di Benjamin Netanyahu di rispondere nel merito di accuse ben specifiche, circostanziate e già solidamente provate e pluritestimoniate al momento della sua convocazione, solo di poco più diplomatico rispetto ai brutali attacchi verbali lanciati dai suoi familiari che paragonano gli agenti alla STASI e alla GESTAPO mentre senza nemmeno ascoltare le domande gridano al complotto marxista con cui rovesciare il governo. Gli investigatori chiedono dei loro rapporti con il miliardario produttore cinematografico Arnon Milchan, del quale l’ex assistente Hadas Klein testimonia le ripetute richieste in codice di regali da parte dei Netanyahu come una sorta di «linea di rifornimento» illegale e continuativa in cambio di favori fra un’esenzione finanziaria (con l’ex ministro delle finanze Yair Lapid che conferma le pressioni in merito del Primo Ministro) e il riottenimento del visto statunitense. Chiedono del miliardario Shaul Elovitch preso per la gola in un momento di difficoltà finanziaria perché Yair Netanyahu potesse mettere le mani sul suo Walla!, testata di news per giovani trasformata in una grancassa dell’ultradestra e del governo. E pure di fronte alle loro cifre, ai dati, alle testimonianze incrociate, alle prove più inequivocabili della sua corruzione, Netanyahu ogni volta nega, mente, interrompe, svia i discorsi, cerca di manipolare, si finge offeso. Tenta invano di nascondere la coscienza sporca e l’atavico terrore di cadere dal suo ramo più alto, direttamente dietro alle sbarre. Fino all’inevitabile incriminazione e alla sua sconcertante decisione di non dimettersi nemmeno al momento del rinvio a giudizio, ma anzi di creare ad arte instabilità (prima la crisi politica 2018-2022 partita a orologeria dopo l’arrivo dell’avviso di garanzia, e poi la stessa guerra contro Gaza in nome della quale continuare a rimandare le udienze, evolutasi sempre più in tragedia dopo la realizzazione di questo film e per questo inserita solo all’ultimo quasi come appendice) pur di continuare a mantenere il potere e l’impunità. The Bibi Files ricostruisce la sua parabola politica e (dis)umana per svelare dall’interno tutto il marcio del suo Sistema corrotto, parlando apertamente del ruolo-chiave della moglie Sara e della volontà di Netanyahu di designare come successore il figlio Yair considerando ormai lo Stato sempre più un proprio regno in cui innestare una dinastia, e poi ancora di come l’ingresso nel governo degli estremisti e «terroristi ebraici» sostenitori della pulizia etnica Smotrich e Ben-Gvir (inquietante, prima ancora di vederlo all’opera nei ripetuti crimini contro l’umanità che sta continuando a compiere impunito in questi ultimi tre anni, l’intervista d’epoca in cui pochi giorni prima dell’omicidio di Rabin invocava in diretta televisiva la «legittimità di qualsiasi violenza contro di lui») non potesse sin da subito che portare verso lo sdoganamento del peggior razzismo e del peggior suprematismo espansionista contro chi «non esiste».

Un aperto j’accuse cinematografico che Alexis Bloom, coerentemente con la committenza di Gibney, sceglie di intessere nelle forme di un sostanziale documentario thriller che mette in contrapposizione i suoi frammenti fra montaggi iperdinamici e musiche extradiegetiche (a volte, va detto, pure un po’ troppo) incalzanti, per far emergere attraverso l’archivio, le immagini rubate dagli archivi di polizia e le interviste di chi si è ribellato al Sistema il ritratto di un mostro progressivamente logorato e incattivito dal suo stesso Potere in crisi, passato dal Dottor Jekyll Bibi raccontato dagli amici d’infanzia al Mister Hyde Netanyahu che gli stessi vedono oramai sempre più corrotto e alla deriva morale. Farlo uscire proprio ora, tecnicamente in ritardo di due anni proprio mentre la Storia corre a perdifiato verso il precipizio, ma di fatto in contemporanea con lo straordinario NAZA che invece grida la sua urgenza e la sua fondamentale importanza sull’orrore che è accaduto immediatamente dopo, lo rende in sostanza una sorta di prequel, di vicenda subito alle spalle e con ogni probabilità fortemente condizionante per quello che sta succedendo tanto a Gaza quanto in Libano e in Iran, e di conseguenza negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente. Un film le cui ambizioni cinematografiche, storiche e politiche nemmeno si vogliono avvicinare a quelle del capitale documento di Yuval Abraham e Rachel Szor, in grado di svelare in pietrificante sottrazione l’orrore anche tecnico di un genocidio-videogioco ragionando sulla responsabilità morale di un’intera nazione, ma che svolge più che diligentemente il suo compito di smascherare un principio di dittatura, l’arroganza, l’ipocrisia, il sangue freddo (ma non troppo) di chi mente per peculiarità e per professione, mettendo sul piatto le colpe, le testimonianze, il colpevole al muro e le sue non-risposte alle accuse che lo inchiodano. Uno sguardo non fraintendibile sotto la cortina dei segreti di Stato e politici israeliani, che punta i suoi fari sull’abisso delinquenziale di Benjamin Netanyahu in cui per coprire uno dei tanti crimini personali si può benissimo alzare l’asticella del crimine bellico – «il tempo passa velocemente quando ci si diverte…» –, e che nel frattempo trova l’opposta e profondissima dignità umana di chi invece rifiuta di esserne ancora complice e mette sul piatto la verità, ovvero ciò che la sua immagine più teme, ciò che il suo impianto statale più rifugge. Probabilmente l’unica arma con cui prima o poi sarà possibile tirarlo giù dalla torre, e finalmente consegnarlo senza più (il)legittimi impedimenti (ricorda qualcosa? #3) nelle mani della giustizia.

Info
The Bibi Files, un trailer.
The Bibi Files sul sito di Mescalito Film.

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