Intervista a Rashid Masharawi

Intervista a Rashid Masharawi

Esponente del quarto periodo del cinema palestinese, quello della seconda generazione dal grande esodo del 1948, il Naqba, Rashid Masharawi è cresciuto in un campo profughi nella Striscia di Gaza da una famiglia di rifugiati da Giaffa. Negli anni Ottanta e Novanta è stato l’unico regista in attività nella Striscia occupata, inaugurando una nuova era del cinema palestinese, non limitandosi a documentari e puntando a opere di finzione nei territori occupati, con troupe esclusivamente locali. Nel 1996, dopo una parentesi all’estero, si trasferisce a Ramallah dove fonda il Cinematic Production Center per sviluppare il cinema palestinese, con corsi per formare giovani filmmaker e organizzare proiezioni a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, nei campi profughi attraverso un sistema di cinema mobile, il Cine Móvil. Sistema usato anche per il Festival de Cine infantil, un festival da lui ideato di film per bambini palestinesi. Il suo ultimo film, Passing Dreams, ha aperto il 45° Cairo International Film Festival, mentre sta ancora girando per festival, come Torino, dopo l’anteprima di Taormina, From Ground Zero, il film collettivo nella Striscia di Gaza devastata dagli attacchi israeliani, con ventidue episodi di altrettanti giovani autori palestinesi da lui coordinati.
Abbiamo incontrato Rashid Masharawi al Cairo.

Passing Dreams è un road movie che vuole descrivere un’identità nazionale virtuale, seguendo i viaggi dei personaggi attraverso varie città palestinesi. Era quello che volevi mostrare? E in quest’ottica perché il film si chiude a Haifa, città israeliana che i protagonisti ammirano?

Rashid Masharawi: È così. Si tratta di collegare molte città in una storia, in un’idea. Volevo mostrare i tre diversi tipi di territori palestinesi, le zone degli accordi di Oslo. L’area di Ramallah, e i rifugiati arrivano vicino a Ramallah, è quella che chiamano area A. Sono i luoghi in cui abbiamo ottenuto l’autorità dall’accordo di Oslo, ma questi luoghi non sono collegati. Anche Betlemme è nell’Autorità Palestinese secondo gli accordi, ma ci sono quattro posti di blocco tra Ramallah e Betlemme, e due volte hai davanti il muro. Una volta che ti sposti da lì alla Città Vecchia di Gerusalemme, che è palestinese, vedi che non hanno passaporto israeliano, ma residenza israeliana, e hanno anche documenti giordani nella Città Vecchia di Gerusalemme e a Gerusalemme Est. Poi volevo andare più lontano, per collegare l’altra parte della Palestina, che è Haifa, che è considerata, secondo l’occupazione israeliana, Israele. I palestinesi che vivono lì sono di nazionalità israeliana ma è una nazionalità burocratica. Culturalmente, storicamente, è nostra. Haifa è esattamente come Giaffa, come Acri: hanno tutti lo stesso status. Haifa rappresenta tutti i palestinesi che ora sono dentro Israele. Per questo motivo il film finisce ad Haifa, la storia finisce lì. Io stesso sono un rifugiato da Giaffa, mio padre e mia madre sono nati a Giaffa, e io sono diventato un rifugiato a Gaza, sono nato a Gaza. Anche i protagonisti del film sono rifugiati a Gaza, per loro è come tornare alle radici dove è nato il padre, ad Haifa. Il loro nonno lavorava in quel porto, come si dice nel film, e viveva anche lui vicino al mare, vicino al porto. Quindi il senso di quel finale è proprio quello di un ritorno alle radici.

Il film è la ricerca di questo piccione che, come si dice, può volare libero senza essere fermato ai posti di blocco. Simboleggia solo questo anelito alla libertà?

Rashid Masharawi: Quello che si vede nel film è che stanno cercando il piccione. Quello che si sente, quello che si capisce è che stanno cercando qualcos’altro. Questa è la parte simbolica di questo film. Non hanno trovato il piccione. Trovano così tante cose, e trovano cose più importanti del piccione. Il piccione alla fine diventa meno importante. Non importa se lo trovano o non lo trovano, perché loro stavano cercando di trovare se stessi, cercando di trovare la Palestina, cercando di collegare tutti questi luoghi con una storia. Attraverso il piccione, ma il piccione è il simbolo della ricerca nella nostra vita, nella loro vita.

Come mai nel film ci sono tanti simboli cristiani, c’è una processione con il crocifisso mentre uno dei protagonisti è un intagliatore anche di crocifissi?

Rashid Masharawi: Nella Città Vecchia di Gerusalemme, abbiamo una moschea chiamata al-Aqṣā. Lì non è consentito entrare con le scarpe. Noi lo consideriamo come musulmani un luogo santo. Ma l’esercito israeliano è entrato più volte con scarpe e pistole. Hanno sparato e ucciso persone dentro la moschea. L’hanno fatto molte volte. Non hanno alcun rispetto per nessuna religione. Sono ossessionati dalla sicurezza. E lo hanno fatto anche nella Basilica del Santo Sepolcro, una volta sono entrati rompendo la porta e sparando. Penso al comportamento dell’esercito israeliano: non hanno rispettato né l’Islam né i cristiani. Tutto ciò in nome della propria sicurezza. Un’ossessione per la sicurezza di chi non si sente sicuro e rilassato perché ha rubato qualcosa. E ha paura tutto il tempo. Ecco perché non hanno rispettato niente. Vogliono solo essere lì e stare bene. Fa parte del mio film quindi mettere Gesù in relazione con la macchina israeliana, capire se sia un’arma o un oggetto di suspense.

Hai iniziato la tua carriera realizzando cortometraggi e ora hai coordinato il progetto From Ground Zero. Hai messo a disposizione la tua esperienza per i giovani cineasti palestinesi?

Rashid Masharawi: Di solito si comincia una carriera da filmmaker con i corti, perché non si hanno soldi per fare un lungo. E quindi poi realizzare progetti più grandi. Quando hai fatto un lungo sei a un altro livello, sei un regista che fa lunghi. Ma per me non deve essere così. Per me il corto è come un genere che comporta un modo di scrivere una storia, di organizzare una struttura, il ritmo, lo spirito, la concisione. Quando ho realizzato From Ground Zero, ho incoraggiato questi registi a continuare a filmare e fare film anche sotto la guerra. Non era così dura e sanguinosa come ciò che sta accadendo a Gaza ora, ma anch’io ero il giovane regista di Gaza che girava cortometraggi a Gaza, mettendomi in pericolo e ottenendo una storia dura, girando e mostrando questo al mondo. Ero lì, quindi è stato facile per me durante il processo come consulente artistico trovare soluzioni per loro, come gestire questo, come gestire quello, perché ho avuto questa esperienza io stesso.

Quale impatto pensi di ottenere con From Ground Zero?

Rashid Masharawi: Non sono contento delle Nazioni Unite e nemmeno dell’America. Ci stanno uccidendo a Gaza con soldi americani e armi americane. La cosa più importante per me è mostrare film come From Ground Zero all’America. Voglio mostrarlo a questi politici, voglio mostrarlo a queste popolazioni che pagano le tasse per le armi per uccidere queste persone. Sono pronto a mostrarlo alla Knesset israeliana perché voglio che questi politici e l’esercito sappiano chi stanno uccidendo. State fingendo di voler difendere voi stessi, Israele da Gaza, di andare a Gaza per difendervi. Non stanno a casa per difendere la loro casa, no, vengono per difendersi. Vorrei descrivere, spiegare loro chi sono queste persone che stanno uccidendo. Sono bambini, sono donne, sono persone con una vita, con una storia, con dei sogni. Devono vedere. Si rifiutano di vedere. Non vogliono vedere. Non vogliono mostrare alla loro popolazione cosa sta succedendo. Non ci sono nomi per le persone uccise a Gaza. Sono solo numeri. Nel progetto From Ground Zero li trasformiamo in nomi. In esseri umani. Non sono solo un numero, o un nome, o sogni, o futuro. Si tratta di vite. È spaventoso per le persone affrontare questa realtà, perché hanno ucciso più di 50.000 vite. I feriti sono circa 100.000 vite. Le persone disperse ora a Gaza sono circa 15.000 vite. I rifugiati che si stanno spostando per la seconda, terza, quarta volta dentro Gaza, sono circa 1,5 milioni di vite. Quindi è un grande crimine per tutto il mondo, quello che stanno facendo lasciando che questo accada oggi. È per un centinaio di giorni. Voglio che il film sia visto dal massimo di persone, che lo vedano, lo sentano, reagiscano, ne siano coinvolte. Qualsiasi proiezione per me è una vittoria.

Info
Il sito del Cairo International Film Festival 2024.

Articoli correlati

Array