La bambola
di Sophie Beaulieu
Esordio nel lungometraggio di Sophie Beaulieu, La bambola parte da una premessa bizzarra – un uomo che sceglie di convivere con una bambola di silicone dopo una cocente delusione amorosa – per interrogarsi sul disagio maschile e sulle dinamiche relazionali. Nonostante un’idea di fondo assai promettente, il film si arena tuttavia in una prevedibile rom-com, riducendo l’“oggetto” (del contendere) a una macchietta inoffensiva e sprecando quello che poteva essere un acuminato ed esilarante esercizio di sguardo femminile.
E adesso, pover’uomo?
Rémi non si è mai ripreso dalla sua ultima separazione amorosa. Da allora, ha deciso di vivere con Audrey, una bambola gonfiabile, è tutto più semplice. Ma quando Patricia viene ingaggiata nell’azienda dove lavora, Audrey prende misteriosamente vita. [sinossi]
Di donne-bambole la storia del cinema è piena, in tutte le declinazioni possibili che vanno dalla rappresentazione della donna (del suo corpo, del suo ruolo, del suo posto del mondo) secondo la prospettiva maschile/patriarcale, alla donna come monstrum, come catalizzatore della crisi del maschio (e ovviamente del suo “sguardo”), dei suoi limiti e delle sue perversioni, della sua incapacità a relazionarsi con l’“altro da sé”, oltre che con il proprio sé. Titoli che risalgono all’era del muto, come La bambola di carne (Die Puppe, 1919, Ernst Lubitsch), La bambola vivente (1924, Luigi Maggi) e ovviamente Metropolis (1927, Fritz Lang), fino ai recenti Lars e una ragazza tutta sua (Lars and the Real Girl, 2007, Craig Gillespie) e Ex Machina (2014, Alex Garland), passando per La fabbrica delle mogli (The Stepford Wives, 1975, Bryan Forbes) e il suo brutto remake del 2004 (La donna perfetta, Frank Oz). Ultimamente, com’era lecito e anche giusto aspettarsi, il tema è passato in mani femminili, come sta a testimoniare Barbie (2023) di Greta Gerwig. Per il suo esordio alla regia nel lungometraggio, Sophie Beaulieu sceglie di affrontare questo tema e lo fa con una commedia che si vorrebbe allegramente irriverente e pungente, senza però essere eccessivamente polemica o misandrica. A volte, un incipit può già farsi rivelatore (nel senso di un monito) di ciò che lo spettatore sta per affrontare. Ecco quindi la scena di apertura, accompagnata da Creep dei Radiohead in versione jazzata anni ’50, come se a cantarla fosse uno spassionato Frank Sinatra. Il senso, nella mente della regista, anche autrice della sceneggiatura, è presumibilmente quello di presentare il mood della storia: che parla, sì, di un freak/weirdo, ma con i tratti bonari di Vincent Macaigne. Di lui, quindi, più che della “bambola”.
Rémi (Macaigne) ama Audrey (Zoé Marchal) e, come proclama ai suoi colleghi di lavoro, si sente amato da lei così com’è. Tutti vorrebbero conoscerla, ma lui la custodisce gelosamente in casa. In effetti, lei non può muoversi, dato che è una bambola in silicone a grandezza naturale, dalle fattezze di una bella ragazza bionda. La si vede una prima volta sdraiata sul letto, a pancia in sotto. Poi di spalle, al tavolo della cucina, immobile. Il momento più spassoso arriva quando Audrey, all’improvviso e senza apparente motivo, prende vita. La prima volta accade mentre è seduta a tavola, ma lui non se ne accorge, preso dai suoi monologhi; poi a letto, quando lei si alza a sedere, ancora mezza addormentata, infastidita dal russare di Rémi. Stavolta però lui se ne accorge e, in preda al panico, corre al piano di sotto, afferra un coltello e telefona alla polizia. Una scena esilarante, che però è destinata anche a rimanere fra i pochi momenti realmente coinvolgenti del film. Da qui in poi ci aspetteremmo infatti tutta una serie di gag fisiche e psicofisiche basate sulla nuova e sconosciuta (per lei) natura di Audrey: quella cioè di un vero essere umano. E c’è da dire che Zoé Marchal si sforza e anche riesce a mostrare il lato naïf di un oggetto inanimato che divenga inspiegabilmente vivente, ma che non può giocofrza conoscere le “regole”, sia ersonali che sociali. Tuttavia la cosa sorprendente, oltre che deludente, è che lo spazio concessale per raccontare e mostrare questa metamorfosi è assai limitato, rispetto a quello concesso alla controparte maschile, ovvero a Macaigne, qui mattatore assoluto. Il suo Rémi vive in una dimensione fittizia: a partire dall’erba finta venduta dall’azienda per cui lavora, per finire con una donna finta, comprata per sopperire alla dolorosa fine di una relazione dalla quale non si è mai ripreso e che lo ha portato ad avere paura di rapporti veri con donne vere. Sorprendente, si diceva, proprio perché la regista è una donna: ci si aspettava dunque che lo sguardo portante fosse quello di Audrey, la sua prospettiva, cioè, su quest’uomo pavido e ridicolo, anche se non cattivo, che preferisce vivere in una finzione anziché nella realtà; invece il focus rimane su Rémi, sul suo rapporto con la sorella Domi (Adèle Journeaux) e l’immancabile madre oppressiva Rosi (Marianne Basler, in un ruolo che è poco più di una macchietta). E, per finire, con la sua nuova collega, Patricia (Cécile de France), unica donna della ditta, di cui a poco a poco s’innamora, la qual cosa traghetta il film verso una rom-com alquanto prevedibile e didascalica. Sicché, paradossalmente, la bambola Audrey, nonostante la bravura e la simpatia di Zoe Marchal, non conquista mai il proscenio e non riesce quindi a mettere in discussione la distorsione relazionale di cui essa stessa è il punctum, oltre che il fructus, essendo nata appunto come oggetto/proiezione del desiderio maschile.
Alla fine La bambola si riduce a pochi elementi che sembrano calcolati a tavolino per riscuotere un buon successo di cassetta: una favola metaforica e bonaria sul rapporto tra i sessi, un attore simpatico e oramai molto conosciuto e apprezzato anche fuori dalla Francia, una sorella androgina e “fluida”, una collega di lavoro più intelligente di tutti gli uomini dell’azienda (ed è anche l’unica a saper parlare non solo l’inglese ma persino l’arabo). E per finire, una bambola di carne che, contro ogni previsione, non prende mai davvero vita sullo schermo: se ne resta lì a snocciolare qualche facile ironia, qualche sberleffo basso-corporeo ai danni dei canoni d’idealizzazione del femminile (la scoreggia a letto, le tracce di mestruazioni lasciate su una sedia…). Tutto un po’ troppo schematico, innocuo, finanche poco divertente. Davvero un’occasione sprecata.
Info
La bambola, un trailer.
- Genere: commedia, fantasy, sentimentale
- Titolo originale: La Poupée
- Paese/Anno: Francia | 2025
- Regia: Sophie Beaulieu
- Sceneggiatura: Sophie Beaulieu
- Fotografia: Yann Maritaud
- Montaggio: Jean-François Elie
- Interpreti: Adèle Journeaux, Cécile de France, Gilbert Melki, Marianne Basler, Souleymane Sylla, Victor Bonnel, Vincent Macaigne, Zoé Marchal
- Colonna sonora: Alexis Delong
- Produzione: 31 Juin Films, Atelier de Production, Borsalino Productions, Les Films du Parc, Novoprod, Paprika Films
- Distribuzione: No.Mad Entertainment
- Durata: 80'
- Data di uscita: 15/10/2026





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