Only Beautiful Things to Look At
di Ivan Ostrochovský
Ivan Ostrochovský torna a occuparsi di una delle pagine buie della Cecoslovacchia socialista, ovvero di quella rappresentata dalle campagne di sterilizzazione massicce portate avanti dalle autorità nei confronti delle donne rom. Il tema è trattato in Only Beautiful Things to Look At, che non si limita alla denuncia ma tratteggia ritratti femminili a tutto tondo, considerando la donna come essere umano prima che fattrice, oltre la sua biologia della riproduzione. Nella Crystal Globe Competition del 60° Karlovy Vary International Film Festival.
Un affare di donne cecoslovacche
Cecoslovacchia metà anni Ottanta. Ingrid è un’ambiziosa ginecologa, la cui missione consiste nel far nascere bambini, interrompere gravidanze indesiderate e partecipare alla sterilizzazione delle donne rom. Questa donna malinconica nutre maggiori dubbi riguardo alla propria vita privata che non a quella professionale, almeno finché una nuova amicizia con Agáta, una carismatica ausiliaria ospedaliera rom, non la coglie completamente di sorpresa. Con la sua spontaneità, Agáta mostra a Ingrid il volto umano di una minoranza nazionale che il regime comunista aveva ridotto a un semplice problema demografico. [sinossi]
Nella storia delle democrazie occidentali la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza arriva negli anni Settanta, a seguito dei movimenti femministi, dovendo superare la forte resistenza della chiesa cattolica. Nei paesi del blocco di Varsavia, dove vigeva l’ateismo di stato, la situazione è stata un po’ diversa e l’aborto è stato legalizzato molto prima. Già nel 1920 nella primordiale Unione Sovietica, ma poi vietato con Stalin per tornare a essere permesso e normato nel 1955, in ossequio a quei principi bolscevichi secondo i quali la maternità dovesse essere una scelta e non un obbligo. In Cecoslovacchia l’aborto fu legalizzato nel 1957, con autorizzazione di commissioni mediche, e successivamente reso più accessibile. Più o meno lo stesso succedeva negli altri paesi dell’Est tranne che in Romania dove Ceaușescu vietò quasi completamente l’aborto. In Cecoslovacchia poi questa politica si accompagnava a quella delle sterilizzazioni coercitive esercitata nei confronti delle donne rom. Si tratta di una pagina molto dolorosa e per lungo tempo poco conosciuta. Tra gli anni Sessanta e la fine del regime comunista in Cecoslovacchia (1989), talvolta anche negli anni successivi, molte donne rom furono sterilizzate senza un consenso libero e informato. Le modalità erano diverse. C’erano leggi paragonabili a quella del figlio unico in Cina, in base alle quali si ricorreva alla sterilizzazione imposta alle donne che avessero già partorito un determinato numero di figli. In altri casi si ricorreva a incentivi economici, che per famiglie molto povere rappresentavano una pressione difficilmente rifiutabile; spesso la sterilizzazione veniva eseguita senza un consenso realmente informato, per il basso livello culturale delle donne, il fatto che non parlassero la lingua. Le autorità ritenevano che le famiglie rom avessero una natalità troppo elevata cui si sarebbe dovuto porre freno. Oggi queste motivazioni sono riconosciute come discriminatorie ed eugenetiche. Solo di recente le autorità hanno fatto il mea culpa: il governo della Repubblica Ceca presentò scuse ufficiali nel 2009; nel 2021 il Parlamento ceco approvò una legge che prevede un risarcimento per le donne sterilizzate illegalmente tra il 1966 e il 2012; anche la Slovacchia ha riconosciuto la gravità della vicenda e ha presentato scuse ufficiali.
Su questa pagina della storia cecoslovacca torna il regista slovacco Ivan Ostrochovský, non nuovo a rivangare momenti oscuri del periodo sovietico, fatta salva chiaramente la Primavera di Praga, come già nel suo precedente Servants sui collaborazionisti governativi nella chiesa cattolica. Lo fa con il film Only Beautiful Things to Look At (il titolo originale è Prameň, una parola slovacca che significa “sorgente” o “fonte”), presentato nella Crystal Globe Competition del Karlovy Vary International Film Festival 2026. Il film comincia con dei volti femminili, spauriti, una galleria umana da cinema del reale. Sono proprio le donne rom che stanno per essere esaminate, valutate da una commissione, che rimane fuori campo, se ne sente solo la voce, che può decidere della loro maternità, della loro capacità riproduttiva. Una frase pomposa illustra i principi alti, socialisti che presiedono a questi provvedimenti. Le gitane sono omologate come tutte le donne, e viene riconosciuto che possano essere buone madri solo con un numero chiuso di prole. Questo schema visivo tornerà nel film, anche nei volti dei tanti bambini, per sottolineare la dimensione decisionale da comitato, da commissione esaminatrice, da bureau, da ufficio politico di partito che rappresentava un mattone dell’architettura burocratica dei sistemi sovietici. Ma anche pone l’accento su quella situazione di continuo sentirsi giudicati, essere sottoposti a prove, provini, audizione. Interessante come queste situazioni siano ricorrenti anche nel cinema del grande regista nazionale cecoslovacco Miloš Forman anche nella sua fase hollywoodiana. Infine, queste situazioni richiamano alla pervasività del Partito nelle vite private, nella facoltà di intervenire nella vita biologica riproduttiva delle donne e finanche di quella coniugale. Presentata ancora in questo modo, esaminata da un comitato per affidarle un prestigioso incarico, è la protagonista Ingrid, una bella donna di mezz’età, fiera e preparata che porta il nome di dive importanti del cinema, Ingrid Bergman, Ingrid Caven. Il suo sorriso davanti al comitato è indice della sua consapevolezza di ottenere quel ruolo dirigenziale, nel dipartimento di ginecologia di un ospedale, nonostante sia donna e non sia iscritta al Partito, ma le nuove direttive lo permettono. Sarà quindi una donna a decidere delle donne, della loro vita riproduttiva e sentimentale.
Only Beautiful Things to Look At è un affare di donne, un nuovo Donne di Cukor, dove i personaggi sono prevalentemente femminili e la donna, con i suoi cicli di vita, la sua fisiologia, è sempre al centro di tutto. Tutto questo nell’affresco di un’epoca, gli ultimi scampoli del socialismo, in un film multilinguistico dove si parla ceco e slovacco, ma anche altre lingue dei paesi satelliti, per venire incontro alle gitane. Quella concezione eugenetica che stava alla base delle politiche governative di pianificazione famigliare, di uno stato che si definiva socialista, è raccontata, evocata, spiegata nel film in modo lineare e didattico, anche con l’ausilio di alcune scene forti. C’è per esempio quel momento in cui due medici che stanno procedendo a un intervento di sterilizzazione, scherzano in modo cinico su un errore fatto in una simile operazione precedente, per il quale la donna operata è poi nuovamente rimasta incinta. Il film comunque esula dal semplice pamphlet di denuncia o dall’opera a tesi, per sviluppare una narrazione che metta sempre al centro le donne. A mettere in discussione la funzione sociale di Ingrid, che rappresenta anche la sua convinzione, è l’amicizia che la legherà a una giovane collega infermiera, Agáta, diplomatasi di recente, di origine rom, di cui si verrà a sapere il passato con l’infanzia in orfanotrofio. Tra le due donne nasce un’amicizia a tratti morbosa – vedi il momento in cui la ragazza rimane con gli indumenti intimi – che, si suggerisce, possa comprendere anche altri sentimenti latenti. Sono entrambe impegnate. Ingrid è sposata con un uomo che dirige dei cori scolastici, Agáta ha un fidanzato che si è appena arruolato. Il loro è un flirt inespresso che si snoda tra paesaggi naturali, boschi, spiagge, immagini di insetti, coleotteri, farfalle, cinema e videogiochi, per culminare nella suggestiva immagine di loro due che si riflettono in una palla di vetro. Ostrochovský è ancora una volta alla ricerca di un linguaggio poetico, non senza forzature come quella rappresentata da quel magico fiore gigantesco della fine. Contrappunta il film con canzoni dell’irlandese Róisín Murphy, tra cui una discutibile cover di Pensiero stupendo. Ma, alla fine, i fluidi ormonali, la chimica dei corpi e dei sentimenti tra le donne, vengono dominati da quella che, per disposizione del Politburo, governa i corpi e le relazioni femminili. Così quando la giovane donna le annuncia di essere incinta, lei risponde beffardamente che non può esserlo. E così la “sorgente” evocata dal titolo originale, Prameň, finisce per essere il luogo in cui nasce la vita, ma anche quello in cui il potere decide arbitrariamente chi abbia il diritto di generarla. Ivan Ostrochovský ha evocato un passato politico dove solo apparentemente vigeva una parità di diritti, mentre era un sistema che ha trasformato la maternità in una questione amministrativa, in una burocratica pianificazione demografica, lasciando che fossero i corpi delle donne a pagare il prezzo dell’utopia socialista.
Info
Only Beautiful Things to Look At sul sito del KVIFF.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Prameň
- Paese/Anno: Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria | 2026
- Regia: Ivan Ostrochovský
- Sceneggiatura: Ivan Ostrochovský, Marek Leščák
- Fotografia: Juraj Chlpík
- Montaggio: Josef Krajbich, Martin Malo
- Interpreti: Aňa Geislerová, Attila Mokos, Éva Bandor, Eva Mores, Simona Boledovičová, Vlad Ivanov
- Colonna sonora: Michal Novinski
- Produzione: Negativ, Punkchart Films
- Durata: 90'




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