Intervista a Ivan Ostrochovský e Pavol Pekarčík

Intervista a Ivan Ostrochovský e Pavol Pekarčík

Ivan Ostrochovský e Pavol Pekarčík sono gli autori di Photophobia, presentato alle ultime Giornate degli Autori, che si è aggiudicato l’Europa Cinemas Label. I due filmmaker slovacchi hanno debuttato insieme con il documentario Velvet Terrorists (2013), da loro co-diretto insieme a Peter Kerekes. Pavol da solo ha realizzato Silent Days (2019), presentato a Karlovy Vary, mentre Ivan ha diretto Koza (2015), che ha avuto l’anteprima a Berlinale Forum, e poi Servants (2020), sempre alla Berlinale, nella nuova sezione Encounters. Ivan è autore e cosceneggiatore 107 Mothers (2021), di Peter Kerekes, che ha ottenuto il Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura. Abbiamo incontrato Ivan Ostrochovský e Pavol Pekarčík a Venezia, alle Giornate degli Autori.

Mi potete raccontare la genesi di Photophobia? Come siete venuti a conoscenza di quella stazione del metrò di Charkiv, usata come rifugio?

Ivan Ostrochovský: Abbiamo fatto un viaggio difficile a Charkiv, perché avevamo tanti amici là. Abbiamo viaggiato in treno e abbiamo trovato quella stazione del metrò. C’era circa un migliaio di persone e ognuno di loro avrebbe avuto una bella storia da raccontare. Dovevamo scegliere. Lo sapevamo e abbiamo iniziato. Non volevamo puntare su una situazione di depressione per la guerra. Volevamo andare contro il senso di depressione. I bambini erano un’ottima chiave. I bambini vogliono giocare, correre, divertirsi, hanno una loro vitalità. E poi vedi gli adulti, che hanno problemi reali e sentono la noia. Tra i bambini abbiamo scelto i protagonisti. A quel punto avevamo i personaggi e lo spazio. Abbiamo scritto una storia, con le cose che succedevano, le persone che si incontravano. Abbiamo cominciato a girare cercando di trovare situazioni che conducessero il film dall’inizio alla fine. Qualcosa era buono, qualcosa non lo era. Succede quando giri senza attori veri, non è facile.

Pavol Pekarčík: Era la cosa più interessante che abbiamo trovato a Charkiv. All’inizio stavamo seguendo un altro soggetto, quello dell’evacuazione da uno zoo vicino al confine a un altro. Avevano cominciato a trasferire i carnivori, tigri, leopardi, orsi. Avevamo cominciato a seguire il trasferimento di una tigre. Dovevano fare molto in fretta, c’erano dei minuti cruciali in cui il convoglio poteva essere avvistato dai soldati russi dall’altra parte. Stavamo cominciando con questo progetto ma, mentre eravamo lì, in due settimane, cinque persone coinvolte in quelle operazioni erano morte. Così l’esercito ci disse di non proseguire. Per fortuna non siamo rimasti là, avremmo potuto non tornare più indietro.

Interessante è anche l’interazione tra il vecchio cantastorie e i bambini.

Pavol Pekarčík: Lui era molto amichevole con tutti. Lui ha una vita speciale: dorme durante il giorno e di notte canta. In molti nella stazione non lo sopportano. Era un obbligo farlo diventare una delle chiavi del film. Anche un don Giovanni.

Torniamo ai bambini. Perché è importante il punto di vista dei bambini, come anche in Servants?

Ivan Ostrochovský: Come dicevamo prima, tramite loro hai un modo di interpretare il mondo. Attraverso loro vedi indirettamente la guerra, nella loro energia. Come in un teatro hai pochi elementi e devi immaginare il resto. Erano davvero sorprendenti. Dopo tre giorni, eravamo esausti, dopo molti problemi. Ma i ragazzini erano sempre arzilli, avevano una grande forza. Non potevi fermare la loro energia. Davvero difficile pensare che siano stati lì per cinque mesi.

I bambini sono quelli che alla fine si affacciano all’uscita. È un messaggio di speranza?

Ivan Ostrochovský: Certo, soprattutto con quella musica. Volevamo trovare un momento bello durante la guerra, in quel contesto di depressione, con le scene catastrofiche in tv. Non volevamo fare un film deprimente.

Parliamo ora di un punto centrale del film, ovvero i filmati in super 8 che guardano i bambini. Perché inserirli nel film?

Ivan Ostrochovský: Abbiamo girato questi film famigliari come immagini di archivi di famiglia. Vacanze, matrimoni. Quando pensi a questo formato, hai un’immagine piacevole, che ti connette alla vita e alle speranze. I bambini non vedono nulla di quello che succede fuori, della guerra. I bambini immaginano. Volevamo rendere questo loro sguardo. Abbiamo cercato, con questi filmati in super 8, di fare un ritratto di queste persone, sempre evitando la dimensione depressiva. Le persone nella vita normale, che ridono: una situazione ordinaria all’interno di una condizione che ordinaria non è.

C’è una sostanziale fissità nelle vostre riprese, a differenza dei filmati amatoriali. Come mai?

Pavol Pekarčík: Abbiamo cercato di fare solo inquadrature fisse, magari con degli zoom, ma non è stato possibile perché i bambini sono elementi fluidi. Se corrono non puoi che mettere la camera su un treppiede e dopo due secondi spostarla. È molto difficile. Abbiamo fatto del nostro meglio. All’inizio queste inquadrature fisse servivano a delineare la situazione.

Ivan Ostrochovský: Abbiamo imparato molto dalle riprese militari, per le quali è necessario un treppiede, così puoi inseguire la scena e sei in una posizione esterna al conflitto. Se hai una macchina a mano invece combatti con quella, come un’arma.

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