Intervista a Ivan Ostrochovský

Intervista a Ivan Ostrochovský

Slovacco, nato nel 1972 a Zilina. Ivan Ostrochovský, dopo alcuni corti documentari, realizza il suo primo lungometraggio documentario, Velvet Terrorists (2013), presentato alla Berlinale 2014. Il suo esordio nella fiction avviene l’anno successivo con Koza, sempre presentato alla Berlinale, e candidato nazionale all’Oscar al miglior film in lingua straniera. Ivan Ostrochovský è anche co-autore di Censor, l’ultimo progetto di Peter Kerekes, presentato nelle sezioni Works in Progress di Karlovy Vary IFF e Odessa IFF, risultando il miglior progetto in entrambi i festival. Ostrochovský è anche produttore in due società, Sentimentalfilm e Punkchart Films.
Il suo ultimo film, Servants, è stato presentato nella sezione Encounters della 70 Berlinale, dove l’abbiamo incontrato.

Puoi inquadrare il contesto storico in cui è ambientato Servants, il clima cultura e politico nella Cecoslovacchia socialista dei primi anni Ottanta? E perché hai voluto fare un film su quel periodo?

Ivan Ostrochovský: Il periodo comunista in Cecoslovacchia è durato anni, dal 1948 al 1989. Questo regime già negli anni Cinquanta perseguitava i cattolici, era molto opprimente, alcuni preti finivano in prigione, altri venivano addirittura uccisi. Era tutto proibito, fino al clima liberale degli anni Sessanta, dove si viveva un senso di rivoluzione in ogni cosa, con la Primavera di Praga. È stato un breve periodo, che forse poteva anche andare meglio. Ma poi c’è stata la repressione sovietica e i nuovi governanti comunisti non hanno ripreso in mano il sistema di potere precedente, ma ne hanno creato uno corrotto. Non si trattava del fatto che se non collaboravi andavi in prigione, semplicemente se non collaboravi allora ti ritrovavi con un pessimo lavoro, una pessima casa, i tuoi figli non sarebbero potuti andare a scuola, e così via. Tutti pensavano che il comunismo sarebbe durato almeno cento anni, negli anni Ottanta nessuno credeva che sarebbe giunto al termine a breve. Quindi se prendevi una decisione sbagliata, e se avevi 18 o 20 anni, avevi ancora tanto tempo davanti e rischiavi di avere problemi tutta la vita. Non si trattava di uccidere, e il sistema era ancora più devastante per i cattolici rispetto a tutti gli altri. Questo film si inserisce in quel periodo, con sistema di corruzione e, come nei paesi sovietici, con la polizia segreta che uccideva alcuni di questi preti nascosti. Ma erano situazioni estreme, non era come negli anni Cinquanta. Quello che volevamo fare con il film era catturare quell’emozione di paura che si ha quando non sai bene quello che ti succederà, sotto quel regime. Quando abbiamo fatto ricerche e abbiamo incontrato le persone che andavano a scuola in quegli anni, tutti parlavano della paura e della paranoia perché, nonostante una persona potesse avere amici, c’era sempre il dubbio che il tuo amico potesse lavorare con la polizia segreta e dire tutto di te. Per cui non c’era mai davvero apertura verso il prossimo, era una situazione assurda e abbiamo voluto utilizzare questi sentimenti nel film, anche per cercare di realizzare un horror cattolico, un film di genere. Sergio Fant ha dato un’ottima definizione del film, quella di “moral noir”. Mi è piaciuta davvero molto. Volevamo che questi sentimenti fossero la base per il film.

Si percepisce in effetti la paura, l’angoscia.

Ivan Ostrochovský: Abbiamo utilizzato la musica e tutto il resto per aiutarci in questo. Il protagonista non è un attore professionista, è una persona che io conoscevo, e che di solito non mostra emozioni e quindi neanche la paura nelle sue sfumature. Tutto contribuiva a creare quell’atmosfera, quelle emozioni.

C’è anche un momento grottesco, quello in cui i due preti parlano attraverso un tubo per non essere ascoltati.

Ivan Ostrochovský: Era una situazione reale, c’era un vescovo in Slovacchia, appartenente alla chiesa clandestina, e lui era a conoscenza della polizia segreta, sapeva che mettevano dei microfoni e quindi c’erano sempre molte precauzioni per essere sicuri di non essere ascoltati. Per questo motivo, quando doveva parlare di qualcosa di importante, utilizzava questo tubo, per non essere ascoltato da eventuali cimici.

Anche il metodo di far fuori gli oppositori e occultare il cadavere come si vede, si basa su eventi reali?

Ivan Ostrochovský: Sì. Ci siamo ispirati a una persona reale che è stata uccisa. Ovviamente il modo in cui rappresentiamo il tutto nel film è pura finzione, ma era stata assassinata una persona in carne e ossa.

Come mai la fotografia in bianco e nero, così ricercata, a l’aspect ratio di 4:3?

Ivan Ostrochovský: Ci sono molte ragioni. Io insegno cinema, mi occupo dei vecchi film cecoslovacchi. Abbiamo visitato e fatto ricerca in quei luoghi, siamo andati nella scuola, ed è come se tutto fosse naturalmente bianco e nero, ad esempio i muri che sono bianchi, non c’è alcun colore. C’erano alcuni momenti in cui pensavamo di non girare in bianco e nero, ma tutto sarebbe stato comunque così monocromatico. Solo i volti sarebbero stati del colore naturale della pelle, ma avevamo scelto il bianco e nero perché a livello grafico, nell’ottica di un film horror, è più espressivo, più personale. Serviva ad aiutare questi attori non professionisti a creare la loro emotività. Per quanto riguarda la proporzione 4:3 e considerando che almeno l’80% del film è girato in spazi chiusi, volevamo rendere meglio il senso della verticalità. C’è un film cecoslovacco di Stefan Uher intitolato Organ, del 1965, è importante per le teorie del cinema sviluppate in Slovacchia, che lavora con le linee verticali, ad esempio c’è l’organo, lo strumento musicale, e poi ci sono gli alberi e tutto si sviluppa praticamente in verticale. È stato una fonte di ispirazione per me.

Usi più volte quell’inquadratura dall’alto del cortile del seminario, dove gli studenti giocano a calcio o stendono i panni. Come hai costruito quell’inquadratura?

Ivan Ostrochovský: Abbiamo trovato questa location tra le nostre ricerche e credo che il tutto sia una sorta di metafora generale. Sono piccole figure all’interno di un gioco che noi osserviamo, come se fossero in un gioco da tavolo, come pezzi in una scacchiera, e poi c’è questo grande potere della Chiesa alle spalle che muove il tutto.

Ci sono spesso questi momenti ludici dei ragazzi. Cosa rappresentano?

Ivan Ostrochovský: Sono ancora dei ragazzi e anche durante il seminario avrebbero fatto quello che fanno normalmente giovani della loro età. È solo una nostra idea, un preconcetto, il fatto che passino tutto il loro tempo a pregare. Ma nonostante ciò ho voluto mostrare che anche qualcosa di così naturale come giocare diventasse una sorta di anomalia in quell’ambiente. Quindi questi ragazzi non giocano, per loro non è normale, è meccanico, non è divertente. Ad esempio, si bloccano prima di iniziare la battaglia di palle di neve, oppure prima di iniziare a ballare. Quindi c’è qualcosa di anomalo in quelle particolari scene, perché dovrebbero portare gioia ma in realtà non va così.

Hitchcock diceva di non aver voluto girare Psycho a colori per evitare gli effetti gore del sangue. Ho pensato a ciò quando si vede la chiazza di sangue che si allarga, nel letto a castello, una scena estremamente drammatica.

Ivan Ostrochovský: Credo che in quella scena, il sangue rappresentato in nero possa sembrare addirittura più spaventoso, quasi un buco nero dentro al quale tutto si dissolve ed è perduto. E la luce del film, sempre che ce ne sia, sembra quasi scomparire in questo buco nero. È come nello spazio, quando un buco nero assorbe la luce, qui invece c’è questo sangue che consuma tutto quanto. Ma poi torna a essere nuovamente luce perché quel sangue viene bruciato.

Rientra nei meccanismi del film di genere anche il flash forward molto lungo?

Ivan Ostrochovský: Siccome ci sono molti film precedenti che parlano o ritraggono il periodo comunista in molti modi diversi, non volevo realizzare l’ennesimo film uguale su qualcosa che è già stato detto. Volevo spingere il film all’interno di un genere specifico, per portare qualcosa di nuovo. Forse non si tratta di un genere ben preciso, più una sorta di accenno, ma è comunque un nuovo approccio a qualcosa che è già stato visto.

Info
La scheda di Servants sul sito della Berlinale.

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