Photophobia

Presentato tra gli eventi speciali delle Giornate degli Autori 2023, Photophobia, firmato dalla coppia di filmmaker slovacchi Ivan Ostrochovský e Pavol Pekarčík, è un film che vede il conflitto ucraino sotto un profilo inedito, quello di bambini, e adulti, che vivono la loro vita in un rifugio rappresentato da una stazione metropolitana. Un film dove il cinema del reale e la fantascienza distopica combaciano.

I bambini che fuggirono dal futuro

In una fredda mattina di febbraio, il dodicenne Niki e la sua famiglia arrivano alla stazione della metropolitana di Kharkiv per trovare un riparo dalla terrificante guerra che imperversa fuori da quelle mura. La luce del giorno è sinonimo di pericolo mortale, perciò al ragazzo non è permesso lasciare i locali della stazione. È costretto a vivere sotto il costante bagliore dei neon. Mentre vaga senza meta tra i vagoni abbandonati e le piattaforme occupate, Niki incontra l’undicenne Vika e gli si apre un nuovo mondo. Mentre il loro legame si rafforza, i bambini trovano di nuovo il coraggio di sentire il sole sul viso. [sinossi]

Se vedessimo Photophobia, ora tra gli eventi speciali delle Giornate degli Autori 2023, senza conoscere la vicenda del conflitto ucraino, penseremmo di essere di fronte a un film di fantascienza distopica, sullo stile di un classico come L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138) di George Lucas: un’umanità costretta a vivere nel sottosuolo che si riscatta, nel finale, quando qualcuno riesce a emergere e ad abbagliarsi dalla luce del sole. La triste realtà del conflitto invece ci porta a classificare il film come documentario, è la sua corretta connotazione. Gli autori, i filmmaker slovacchi, che lavorano sia singolarmente che in coppia, Ivan Ostrochovský e Pavol Pekarčík, si sono trovati di fronte a questa realtà una volta giunti a Kharkiv, a seguito di un convoglio umanitario. Un gruppo di sfollati che usano come rifugio una stazione della metropolitana. Una prima lunga inquadratura fissa, che registra tutto quello che succede dentro la sua cornice, un edificio sventrato ancora fumante in mezzo a una strada, funge da prologo, unico momento, prima della fine, alla luce del sole. Il lavoro dei due filmmaker rimarrà improntato a questa estetica del ritratto, delle cartoline, con riprese quasi sempre senza movimento. Fa eccezione quella corsa, seguita dalla mdp, dei bambini che attraversano i vagoni del metrò.

Come i momenti ludici dei bambini facevano parte del film precedente del solo Ivan Ostrochovský, Servants, così il senso di questa operazione è quello di mettere in scena la quotidianità, la vita, tra virgolette, normale, di tutti i giorni. Fare i compiti, giocare con la mappa della metropolitana immaginando impossibili spostamenti, occupare, sempre in chiave ludica, la cabina da conducente del convoglio sotterraneo. Niki e Vika, rispettivamente di 12 e 11 anni, si sono conosciuti lì in quei sotterranei. E hanno fatto comunella, sono diventati amici come se fossero su una spiaggia in villeggiatura, per passare insieme quell’interminabile periodo. Una vera e propria cittadella sotterranea è diventata la stazione metropolitana, con una moltitudine di accampati, tra materassi e sacchi a pelo. Ogni angolo e ogni appiglio sono sfruttati. E anche con una nutrita presenza di animali domestici, coccolati e vezzeggiati. Addirittura, misurano la pressione a un cane. E tra quelle presenze spicca anche quella dell’anziano cantastorie, con chitarra, che instaurerà un rapporto speciale coi bambini. A volte sembra di essere nella casa de L’angelo sterminatore: non si riesce a uscire. Qualcuno si fuma la sigaretta alla base della scalinata d’ingresso, da cui si scorge la luce solare che filtra dall’alto. Ma nessuno osa superare quel varco, e anche la mdp si mantiene a distanza.

Il vero sottotesto di Photophobia è rappresentato dai filmini in super 8 che i bambini sono soliti visionare. Sono immagini aliene, di momenti di felicità famigliare, home movie domestici, scene di vita all’aperto, nel verde, che contrastano anche nella loro definizione da pellicola, con gli spazi algidi, chiusi, i neon rotti, della routine quotidiana. Ed è proprio con il veicolo di uno di questi filmati, con un sole che sorge, che i bambini trovano la luce vera e si avventurano nel punto più estremo affacciandosi, abbagliati dal sole vero, la cui luce permette loro di giocare alle ombre cinesi. Ivan Ostrochovský e Pavol Pekarčík sono riusciti a trasmettere immagini di serenità e speranza all’interno di una terra martoriata.

Info
Photophobia sul sito delle Giornate degli Autori.

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