Minotaur

Il regista russo Andrej Zvyagintsev torna con Minotaur, coproduzione franco-lettone-tedesca che mescola il privato e il politico per raccontare una volta di più le distonie della Russia contemporanea. Peccato che risalendo nei “piani alti” del regime il film progressivamente perda forza e vigore. In concorso al Festival di Cannes 2026.

Un uomo, una donna oggi. In Russia

In una città di provincia in Russia, poco dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, un imprenditore di successo, importante membro della comunità, deve obbedire alle incombenze politiche che la sua posizione richiede. Mentre a casa deve risolvere una grossa crisi coniugale. [sinossi]

Ci sono due sentieri che convergono in Minotaur, ritorno dopo nove anni alla regia del russo Andrej Zvyagintsev: quello privato e quello politico. E poiché il privato è politico, ma soprattutto il politico conforma il privato, la convergenza non sorprende affatto. Il problema, forse, è che entrambi i tracciati sono esattamente come te li aspetti e conducono esattamente dove è ovvio che portino. C’è senza dubbio un’intrigante sentore di Stephane, una moglie infedele di Chabrol – o di Unfaithful di Lyne – nella trama che vede la bella e sinuosa sposa Galina (Iris Lebedeva) tradire il ricco marito Gleb (Anatoly Bely) con uno squattrinato fotografo che la immortala in pose osé; eppure Galina non ha mai in mente, neppure per un istante, di lasciare la sua casa di lusso, i suoi vestiti e le sue borse, le sue creme e il suo boudoir, per stare con il giovane amante che abita in un appartamento anonimo e popolare. La donna è però arrabbiata col marito che la trascura e si è macchiato di qualche colpa. E, come Galina dice in una scena, vorrebbe “Vivere”… sebbene non sappia bene cosa vuole dire, “vivere”, essendo lei del resto totalmente vacua. Il marito, d’altro canto, ha le sue grane sul lavoro che lo tengono occupato poiché che il sindaco della cittadina in cui vive ha chiamato i principali imprenditori del luogo affinché selezionino, con criteri di utilità su vari fronti, i dipendenti che possono essere sacrificati per andare in Ucraina a combattere dunque, anche, eventualmente morire: cose che capitano, alla gente comune. Galina, che mai se ne andrebbe di casa, vuole forse che il marito torni a fare l’uomo forte, come in fondo piace a lei; Gleb, Ceo aziendale in un Paese in cui l’unica legge è il potere, deve invece gestire la “cernita” del personale da mandare a schiattare in qualche posto nel Donbass, probabilmente. Ma deve anche dimostrare alla consorte di essere un esemplare virile della specie, ossia degno delle sue non banali grazie.

Se nel bellissimo Leviathan (premio alla sceneggiatura a Cannes 2014) l’ottimo Zvyagintsev costruiva un meccanismo implacabile sull’abominio e l’ingiustizia nella Russia di Putin e in Loveless (Premio della giuria a Cannes 2017) portava in scena la progressiva indifferenza della classe media del suo Paese di fronte a una società ferale e priva di avvenire, in Minotaur il regista mostra l’abuso continuo del potere su chiunque non faccia parte dell’ “eletta schiera” di chi conta ossia di chi ha denaro e prende decisioni sulla pelle degli altri, che sono solo carne da macello. La scelta paradossalmente conduce a una reiterazione continua, per oltre due ore, delle stesse dinamiche anche perché i protagonisti non sono particolarmente complessi e agiscono mossi da pulsioni più che da psicologie. Se la mano registica non si discute – eccellente per esempio la scena al ristorante in tripla coppia, con tre mariti ricchi e due mogli più un “ricambio” nuovo e giovane che non piace a una delle consorti (che potrebbe, immagina forse, un giorno essere “sostituita” da seni più sodi) – Minotaur mostra fin dall’inizio, con una sequenza già eccessivamente lunga, una famiglia in cui la donna ben si abbiglia e tanto le basti (davvero numerose anche le immagini in cui Galina riordina la cucina, comunque suo regno) e un marito detentore di un certo peso comunitario, consultato dai vertici cittadini per mandare la gente al massacro: il film, sostanzialmente, è tutto qui. Perché non c’è mai un vero dilemma morale, mai un conflitto reale o che non sia evanescente: al di là di qualche incidente di percorso, questa famiglia russa alto borghese sta benissimo nel proprio privilegio e nell’impunità, nel proprio orrore e nell’appoggiare l’omicidio. Non c’è un minuto del film che mostri una possibilità differente: che questo abisso etico fosse quanto volesse sottolineare Zvyagintsev (andato via dalla Russia non solo per la guerra, ma per una forma gravissima di Covid curata all’estero dove poi è rimasto) è ben comprensibile, eppure ribadendo monoliticamente che l’uomo forte è quanto cercano in verità i benestanti del Paese (rappresentati da Galina, più che da Gleb), il regista reitera dinamiche, concetti e dilata i tempi. Se è vero che il cinema del nativo siberiano è sempre stato ampiamente riflessivo, qui si rischia il manierismo di una ripetizione inesausta ma non ossessiva, che culmina in una scena madre girata ovviamente molto bene ma che non sposta un asse che in verità è sempre stato fermo, statico, fin da principio. In sostanza, in Minotaur non c’è mai vero conflitto, ma solo qualche increspatura nella vita agiata di una famiglia conformista. La quale non risente minimamente della guerra in Ucraina, a differenza (altro bel momento di cinema) dei poveracci che devono partire per il fronte e delle madri che già li piangono preventivamente. In breve: la mano di Zvyagintsev riesce a dare vita a scene notevoli, ma la storia è priva di sfumature (la moglie non vuole lasciare il marito; lui obbedisce alle autorità e manterrà i privilegi) e vere scelte. Perché Galina e Gleb sono due personalità inerti, dedite alla cura della bellezza lei e al potere lui: questi sono l’uomo e la donna russi di successo oggi, sembra dire il regista, in quella che è una società assolutamente patriarcale e maschilista.

Il Minotauro è il mostro che abita il labirinto di Cnosso, sull’isola di Creta, e che essendo figlio di Zeus riceve ritualmente vittime sacrificali. Se Galina e Gleb, ben poco casualmente, vanno in vacanza proprio a Creta, il Minotauro ovviamente abita in Russia e, in qualche maniera, è Vladimir Putin, entità che tiene prigioniero un intero Paese e che ha conformato una società nel segno dell’omicidio e del terrore. Questi concetti, sia chiaro, non sono nuovi in Zvyagintsev poiché già i suoi precedenti lavori erano feroci affreschi contro la Russia putiniana dunque sarebbe sbagliato e riduttivo vedere Minotaur come un lavoro “conseguente” alla guerra in Ucraina. Ma, nel contesto bellico, un “Minotauro” è nel suo piccolo però anche Gleb e con lui tutti i beneficiari obbedienti del regime che consegnano giovani da mandare al fronte. Zvyagintsev non è alieno inoltre a certi dettagli palesati con mano un po’ pesante: sul finale di Loveless la protagonista indossava una felpa con scritto “Russia” mentre correva sul tapis roulant nella sua nuova e bella dimora, “pagata” con la rimozione di un figlio morto; sul finale di Minotaur vediamo un cartellone di orrenda propaganda bellica dove scopriamo che un personaggio del film, che ha aiutato Gleb ma di cui l’imprenditore ora si vuole e deve sbarazzare (mandandolo a combattere) è morto in Ucraina ed è dichiarato “eroe del popolo”. Il film di Zvyagintsev è, in sintesi, in totale continuità e armonia sia stilistica che poetica con il lavoro precedente del bravo cineasta. Semplicemente ci pare che, risalendo nei “piani alti” del regime, il racconto perda forza e vigore perché, in fondo, quel che ci racconta il film è che ai “piani alti” senza morale e coscienza, come Gleb e la sua vacua sposa, non ci siano poi tanti problemi con l’ingiustizia omicida o fascista. E questo, tra l’altro, vale ovunque.

Info
Minotaur sul sito del Festival di Cannes.

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