Cannes 2026 – Minuto per minuto
Cannes 2026, settantanovesima edizione del festival transalpino, torna alla carica, e porta con sé la prenotazione dei posti in sala (con annesse crisi degli accreditati), e la sua solita struttura formata tra concorso, Un certain regard, film fuori dalla competizione, sezioni collaterali. Due settimane di cinema, gioie e dolori, stanchezze assortite, in attesa di scoprire su quale titolo si concentreranno le attenzioni della giuria. Come sempre cercheremo di raccontarvi quello che accade sulla Croisette, tra accenni critici sui film, note sparse, impressioni e aneddoti. Buona lettura, e buon divertimento!
Sabato 23 maggio 2026
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22.00
La festa è finita, gli amici se ne vanno. Coi premi, attesi o forse no, si chiude questa edizione del Festival di Cannes. Qualcuno è rimasto fuori (ad esempio, Paper Tiger e Hope), altri devono ringraziare gli astri. Mungiu ha fatto effettivamente un gran film. Avanti così.
Palme d’or: Fjord di Cristian Mungiu.
Grand prix: Minotaur di Andrej Zvyagintsev.
Prix de la mise en scène: La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi e Fatherland di Pawel Pawlikowski.
Prix du jury: The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach.
Prix d’interprétation féminin: Virginie Efira e Tao Okomato, Soudain.
Prix du scénario: Notre Salut di Emmanuel Marre.
Prix d’interprétation masculine: Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, Coward.
Caméra d’or: Ben’imana di Marie-Clémentine Dusabejambo.
Palme d’or du court métrage: Aux adversaires di Federico Luis.
…à la prochaine! [e.a.]
13.46
Si inizia a fare il conto alla rovescia per l’assegnazione dei premi, e in molti si lanciano in previsioni. A quanto pare i più papabili per la conquista della Palma d’Oro dovrebbero essere Minotaur di Andrej Zvyagintsev, Fatherland di Paweł Pawlikowski e Soudain di Ryūsuke Hamaguchi, con Javier Bardem come miglior attore. Più combattuta la battaglia per la migliore interpretazione femminile, con moltissime attrici in lizza. Si vedrà… [r.m.]
10.00
Tornando a ieri, ultima giornata in cui sono stati presentati film in concorso sulla Croisette, non si può non ripensare a Histoires de la nuit, cupissimo thriller rurale con cui per la prima volta partecipa alla bagarre per la Palma d’Oro la brava Léa Mysius, svezzata a Cannes dapprima dalla Semaine (Ava) e quindi dalla Quinzaine (Les cinq diables). Questa sua nuova e brillante incursione dietro la macchina da presa vede protagonista una coppia con la propria figlioletta alle prese con una minaccia esterna che li segrega in casa. Guardando dalle parti del David Cronenberg di A History of Violence, la trentasettenne regista bordolese conferma le sue doti nel trasmettere la tensione e nel concentrare lo sguardo su un romanzo di (de)formazione. Poco applaudito, purtroppo, da una stampa forse stanca a fine festival. [r.m.]
Venerdì 22 maggio 2026
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16.00
Alla terza partecipazione a Cannes, seconda in concorso dopo Close e il felicissimo esordio in Un Certain Regard con Girl, il belga Lukas Dhont alza di parecchio l’asticella produttiva: pur privo di mirabolanti scontri a fuoco, Coward è un film di guerra, immerso tra fango e sangue nelle trincee della primo conflitto mondiale. Con la morte che incombe oggi dannato giorno e ogni dannata notte, ai due protagonisti Pierre e Francis viene offerto un paradossale limbo, una sorta di zona franca: lì, sul palco di un teatro improvvisato, lontani dal girone dantesco della trincea, sono liberi di amarsi. Attaccato ai corpi, ai volti, ai sentimenti, Dhont dimostra di trovarsi a proprio agio anche nella messa in scena dei teatri di guerra, tra soldati dilaniati, filo spinato e ordigni esplosivi. Il suo minimalismo sa essere anche ansiogeno, spettacolare e trascinante (si veda la sequenza della canzone nel finale). [e.a.]
12.44
Ieri Un certain regard si è illuminato dei colori oscuri dell’horror per accompagnare la visione di Victorian Psycho, già autore di The Heart Machine e Sanctuary. Qui il regista statunitense prende di petto il gotico ottocentesco britannico, ma non sa resistere alla tentazione di mescolare al tutto (in)sane dosi di commedia, che finiscono col fiaccare l’insieme, e fargli perdere struttura e senso. Il cast, dominato dalla presenza scenica di Maika Monroe e Thomasin McKenzie (ma attenzione alla diciassettenne Evie Templeton già vista in Return to Silent Hill e nel seriale Wednesday), fa la sua parte e ci si può divertire, ma la sensazione è quella di una mezza delusione. [r.m.]
11.19
Le leggende narrano di scroscianti e commossi applausi durante la proiezione ufficiale al Grand Theatre Lumière: la stampa non ha reagito allo stesso modo, questo è certo, nella sala Debussy dove La bola negra del duo Javier Ambrossi e Javier Calvo non pare aver raccolto poi tanto entusiasmo. Gli spagnoli, registi soprattutto televisivi, approdano molto a sorpresa in Concorso a Cannes con un film prodotto dai fratelli Almodovar e in cui raccontano diverse generazioni di omosessuali: ci sono gli anni Trenta, in procinto di franchismo, e il contemporaneo fortunatamente ben più libero e assai meno repressivo. Il messaggio contro la discriminazione e soprattutto per il pieno diritto di essere chi e come si desidera e ci si sente è chiaro; il film però è grossolano, pacchiano, sadicamente lungo. Può andare a premio un lavoro del genere? Ovviamente sì. Ma sarebbe bello di no. [e.b.]
Giovedì 21 maggio 2026
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20.45
Chi invece di spunti proprio non ha intenzione di donarne è Bertrand Mandico, che con Roma elastica fellineggia come se non ci fosse un domani, partendo da Toby Dammit per raccontare l’ultimo delirante set di una star del cinema – Marion Cotillard – malata di tumore e alle prese con un assurdo film fantascientifico prodotto a Roma. Citazioni infinite, da Fulci/Bava fino a Possession, passando per Antonioni, 1997: Fuga da New York, Videodrome e chi più ne ha più ne metta, ma davvero ben poco da dire, e a dir la verità anche assai poco interessante. Sfoggio sterile di tecnica, purtroppo. [r.m.]
20.07
Gli ultimi giorni di festival si rischia sempre di perdersi dei pezzi per strada. Arriviamo dunque lunghi a scrivere due righe su Notre salut, il nuovo lungometraggio per il quarantaseienne Emmanuel Marre a cinque anni di distanza da Generazione Low Cost, che era sempre sulla Croisette ma nella Semaine de la critique. Qui l’ambizione sale decisamente, visto che Marre decide di portare sullo schermo la storia del suo bisnonno, che lavorò alacremente e con piglio perfino ideologico per il governo fascista di Vichy. Un tema scottante per i transalpini, che qui viene affrontato con piglio volutamente dimesso, per raccontare la feroce voglia di emergere di un uomo mediocre, e pronto ad accettare ogni dogma padronale. Alcuni vezzi registici impestano un po’ la visione (le musiche contemporanee utilizzate per raccontare il passato iniziano a stufare, per dirne una), ma nel complesso ci sono molti spunti su cui riflettere, e non è mai scontato. Ieri sera invece si era visto sempre in concorso The Man I Love, con cui Ira Sachs traccia un racconto accorato, anche se non privo di prevedibilità, della comunità omosessuale newyorkese degli anni Ottanta alle prese con il diffondersi tragico dell’AIDS: protagonista un Rami Malek che, nonostante si sforzi assai, non riesce mai davvero a convincere. [r.m.]
18.25
Ed eccoci, quantomeno sul fronte animato, al capolinea. Complessivamente la selezione dei lungometraggi d’animazione, mai così rilevante dal punto di vista numerico (quanto durerà?), si è rivelata gustosissima anche dal punto di vista qualitativo. Oggi abbiamo recuperato gli ultimi due titoli: Le Vertige di Quentin Dupieux, scelto per chiudere la Quinzaine, e il documentario Les survivants du Che di Christophe Dimitri Réveille, con corposi inserti animati. Interessanti, anche se non all’altezza dei vari film passati nei giorni scorsi: in ogni caso, la conferma delle infinite possibilità espressive del cinema d’animazione, puro o ibridato che sia. Il solito imprevedibile e folle cinema di Dupieux gioca qui una carta alla Matrix, ma in versione super-cheap e ovviamente intrisa di bizzarra ironia. L’utilizzo della motion capture, con l’animazione 3D generata poi da Blender, è decisamente controcorrente, indubbiamente coerente, anche se a scricchiolare un po’ è l’ispirazione generale. Réveille invece ricorre all’animazione per dare corpo ai racconti dei tre guerriglieri cubani, alle varie testimonianze, al ricordo dei caduti e del Che, nel giorno della sua cattura ed esecuzione. Un documentario diligente e didattico, senza particolari slanci ma che restituisce un sempre utile affresco storico.
10.22
Per chi è rimasto dalle parti del Marriott, dopo la masterclass di Dumont è stata la volta del discreto I See Buildings Fall Like Lightning diretto dalla britannica Clio Barnard: tratto da un romanzo e adattato per lo schermo dalla regista assieme a Enda Walsh, il film racconta la vita non semplice di un gruppo di trentenni a Birmingham e, con loro, la devastazione delle aspettative di una generazione, stritolata da un capitalismo avanzato che, come spiega bene uno di loro in una scena, ha rotto anche il patto minimale che aveva mantenuto per alcuni decenni. Ossia restituire agli sfruttati una piccola parte della torta, tanto da renderli sfruttati-piccolo-borghesi. Ora il capitalismo ha deciso che non deve niente agli sfruttati quindi è rimasta la pura sopraffazione dei lavoratori, privati di diritti e dignità: hanno vinto il nuovo, il futuro. E, mentre tutto crollava, anche parte delle classi popolari applaudiva lo smantellamento, alla fine degli anni Novanta (europei e di certo britannici: ricordate Tony Blair?), come avanzamento progressista. Il film non è indimenticabile, ma il messaggio è inappuntabile. [e.b.]
09.55
Mercoledì la Quinzaine des Cinéastes ha ospitato una bella conversazione di oltre un’ora con il grandissimo cineasta Bruno Dumont, dopo aver presentato il suo nuovo film Les roches rouges. Il regista nativo di Bailleul, estremo Nord della Francia quasi al confine con il Belgio, ha parlato del perché ha voluto lavorare con bambini molto piccoli e ragionato sulla sua ricerca di “semplicità” nella messa in scena e nella narrazione. Al momento Dumont pare interessato a un lavoro che non sia preordinato o preordinabile ed è rimasto affascinato da quanto riprendere bambini molto piccoli e assolutamente non professionisti costringa a un approccio di messa in scena che poco ha a che vedere con il modo in cui di solito si girano i film. Affermando che il suo cinema non è ideologico né politico, Dumont ha però ovviamente ammesso che la semplicità e l’essenzialità implicano la manifestazione ancora più chiara della sua idea dello sviluppo antropologico e sociale: avercene, di registi così. Eppure il regista-filosofo (laureato nella materia, l’ha anche insegnata vari anni) non ha trovato gran sostegno in Francia per Les roches rouges, nato infatti da una cordata produttiva prevalentemente iberico-portoghese-italiana. [e.b.]
Mercoledì 20 maggio 2026
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22.05
Ancora animazione. E ancora conferme di una fase ispiratissima dell’animazione transalpina. Oggi è il turno di un’altra doppietta: Le Corset di Louis Clichy (Asterix e il Regno degli dei, Asterix e il segreto della pozione magica), passato all’animazione tradizionale e a suggestive sfumature acquerello, e Lucy Lost di Olivier Clert, dai colori e dalle linee più nette ma altrettanto suggestive. Ci si appassiona. E si piange. Il target è ampio, questa volta è anche per bambini, magari non troppo piccoli. Avventura, buoni sentimenti, la centralità della famiglia (non per forza quella classica) e sagaci detour narrativi. Musica e fantasmi. Storie e Storia. C’è persino un po’ di Winsor McCay, in un certo senso… [e.a.]
19.30
Ricca giornata alla Quinzaine des cinéastes, dominata dalla presenza del nuovo film di Bruno Dumont con tanto di masterclass annessa. Ma di questo si parlerà più tardi: verso mezzogiorno si è invece visto nella sezione parallela La muerte no tiene dueño, il nuovo film del regista venezuelano Jorge Thielen Armand che mostra un “ritorno nel suol natio” per un’italiana a cui è morto il padre e deve prendere possesso dell’enorme magione in cui è nata e cresciuta. Misterico, un po’ faticoso, a tratti troppo “semplice” (anche nella rappresentazione del Venezuela come terra divisa tra folklore e corruzione: si poteva osare di più, in tutta onestà), ma è sempre un piacere vedere sullo schermo Asia Argento. [r.m.]
10.46
Ieri sera, nel ricco palinsesto delle opere fuori dalla competizione, è stato presentato 黒牢城, cioè a dire Kokurojo (in inglese il titolo è The Samurai and the Prisoner), il nuovo film del grande Kiyoshi Kurosawa, jidaigeki che si concentra su un passaggio chiave della Storia giapponese del periodo Sengoku: l’assedio del castello di Arioka da parte di Oda Nobunaga. Concentrandosi quasi esclusivamente dentro il castello stesso, il film riflette sul suo padrone (Araki Murashige) e si trasforma da opera belligerante a straordinaria speculazione sulla pietà, sul tentativo concreto e pratico di evitare ogni spargimento di sangue possibile e immaginabile. Ne viene fuori un lavoro che parla in modo evidente al contemporaneo, e che conferma – qualora mai qualcuno ne avesse sentito la necessità – la potenza registica di Kurosawa. Avrebbe meritato il concorso, nonostante sia adatto soprattutto a chi ha almeno una infarinatura di storia del Giappone. [r.m.]
08.47
Scavallata ampiamente la metà dell’edizione, per quanto riguarda il Concorso martedì 19 maggio è stata soprattutto la giornata del ritorno di Andrej Zvyagintsev a distanza di nove anni da Loveless, presentato sempre sulla Croisette. Il suo nuovo film, Minotaur, racconta ancora una volta la Russia di Putin, ma con la guerra in Ucraina in corso. Purtroppo, pur comprendendo le scelte estetiche del cineasta siberiano, questa volta Zvyagintsev dilata in maniera smisurata un racconto metaforico semplicissimo, persino trito, consegnando allo spettatore due ore e venti in parte soporifere (tranne un paio di sequenze, tra cui quella centrale comunque ben gestita). Non è escluso però che il film possa assai piacere alla giuria: chissà se il ritorno del regista avrà lo stesso esito de Il ritorno, ossia il suo lungometraggio d’esordio che gli fece vincere il Leone d’Oro? E sempre a proposito di leoni d’oro, martedì 19 è anche la giornata del nuovo film di Almodóvar, che segue appunto il riconoscimento veneziano (e che sarà in sala in Italia questa settimana). Che dire? Tra marchi Loewe, Ysl, Vuitton, Prada, Max Mara (solo per citare quelli riconoscibili a occhio nudo) anche in Amarga Navidad si parla di morte ed elaborazione del lutto. Ma ormai il product placement, nel cinema del grande iberico trionfa, sulla vita e sulla morte. E forse non è neanche troppo di buon gusto. [e.b.]
Martedì 19 maggio 2026
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23.40
Bava, Argento, De Palma, il sesso, la famiglia, uno stallo creativo che affonda a piene mani tra horror, fantascienza e una messa in scena cristallizzata come la propria poetica e le relative ossessioni. Nicolas Winding Refn torna al grande schermo dopo dieci anni, dopo The Neon Demon (nel mezzo soprattutto le due serie Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy), con Her Private Hell. Un film conturbante, forse anche respingente, non tanto distante da una videoinstallazione, da una sciccheria pubblicitaria, da un lunghissimo reel di un raffinatissimo designer. Refn gira su se stesso, si nutre del proprio immobilismo, riuscendo un po’ paradossalmente a essere ancora propositivo, fertile – quelle mani, quel legame, quel taglio: che sia definitivo, per tornare indietro o andare avanti. [e.a.]
15.40
Altro giro, altro regalo. Forse la sorpresa del festival, considerando soprattutto l’elevata qualità della selezione animata: destinato a un pubblico adulto o almeno già grandicello, con delle scelte grafiche che potrebbero suggerire un target diverso, Jim Queen di Nicolas Athane e Marco Nguyen è un musical trascinante, è un coloratissimo manifesto gay, è una commedia spassosissima, è un atto politico e culturale, è una storia d’amore e liberazione, è una fiumana pop, è il pride ogni pomeriggio. A ribadire lo stato di salute dell’animazione francese ci pensa anche Carmen, l’oiseau rebelle di Sébastien Laudenbach: qui nessuna sorpresa, solo gioiose conferme, a partire dallo stile impressionista del regista, sceneggiatore e animatore di Arras, già autore de La Jeune Fille sans mains e Linda e il pollo. Laudenbach torna al classico, dimostrandoci ancora una volta che la poesia non passa solo attraverso le parole… [e.a.]
15.24
In Concorso al Festival di Cannes anche L’inconnue, il nuovo film di Arthur Harari, regista e sceneggiatore premio Oscar per Anatomia di una caduta, il film di Justin Triet che vinse la Palma d’Oro nel 2023. E, dopo Gentle Monster, secondo titolo che vede in scena come protagonista Léa Seydoux. La vicenda è folle e il film, a quanto pare, destinato a dividere: un fotografo ha un rapporto sessuale con una donna che ha ritratto e si risveglia nel corpo di lei, che nel frattempo è fuggita col corpo di lui. Che succederà? Qualcuno dirà che è brutto e pretenzioso, qualcuno che è un bel film: chi scrive fa parte della seconda squadra. Tratto da una graphic novel del fratello del regista, L’inconnue è un lavoro di grande intelligenza: non a caso ci recita anche quel geniaccio di Radu Jude. Il che basta come garanzia. [e.b.]
Lunedì 18 maggio 2026
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21.38
In concorso è stato presentato nel pomeriggio Fjord, il nuovo film di Cristian Mungiu che racconta la dura vicenda di una famiglia (padre rumeno, madre norvegese, cinque figli) evangelista che viene separata dai servizi sociali norvegesi, convinti che i genitori abbiano picchiato i ragazzi. Lucida e spietata radiografia di un occidente “civilizzato” che utilizza il progressismo a mo’ di dogma in modo esattamente speculare ai religiosi che leggono la Bibbia come una legge, Fjord conferma la straordinaria statura autoriale di Mungiu e si pone sulla scia del precedente, splendido, Animali selvatici, sempre in corsa per la Palma d’Oro nel 2022. [r.m.]
15.09
Fin dall’epoca di The Impossible Picture, nel 2016, fu possibile rendersi conto del talento di Sandra Wollner, evidente perfino nel suo saggio di diploma. Se la prima conferma avvenne già con il primo film “professionale”, vale a dire The Trouble with Being Born – selezionato alla Berlinale 2020 -, l’esplosione definitiva per la cineasta austriaca arriva ora con Everytime, presentato nel concorso di Un certain regard. Il racconto di un’elaborazione del lutto che si muove tra realismo e misterico, e che Wollner delinea con una regia sorprendente, in grado di sequenze mozzafiato – come quella dalla quale prende il via tutto l’ingranaggio narrativo – ma anche di una sincerità straziante nel suo persistere sui personaggi, il loro vissuto, il loro dolore. Applausi meritatissimi al termine della proiezione, con l’impressione netta che un film così potente non avrebbe sfigurato in concorso. [r.m.]
13.10
Una tigre? Un mostro? Un alieno? Hope di Na Hong-Jin (The Chaser, The Wailing) irrompe sulla Croisette e manda all’aria le consuetudini del concorso cannense. Per certi versi, siamo dalle parti di Mad Max: Fury Road, ma questa volta si corre all’impazzata verso la Palma d’oro… al di là di premi possibili o impossibili e di reazioni critiche e spettatoriali (con una doverosa premessa: Hope è solo il primo capitolo, quindi non finisce), la scelta di piazzare in concorso l’ennesima perla del regista sudcoreano Na è dirompente e ha un gradevolissimo retrogusto politico. In attesa di scoprire il sequel, vale la pena sottolineare la trascinante spettacolarità di questa prova muscolare dell’industria sudcoreana, l’intreccio di azione, fantascienza, dettagli splatter, toni farseschi, comicità splapstick, effetti speciali (qui non tutto torna, ma ci si passa sopra, anche perché la mdp viaggia che è un piacere) e memorabili entrate in scena – ma anche uscite, decisamente definitive. Eroismo sconclusionato, quozienti intellettivi non sempre elevatissimi, forza d’animo, coraggio e paura, mostri che proprio mostri non sono, astronavi abnormi e prospettive apocalittiche. Chi vivrà, vedrà… [e.a.]
10.25
A 87 anni suonati e dopo quasi dieci dall’ultimo film, Volker Schlöndorff torna a girare e presenta a Cannes Heimsuchung, tratto dal libro di Jenny Erpenbeck. Il film racconta un luogo, sulle rive di un lago non lontano da Berlino, nella storia del Novecento tedesco: tre famiglie ci vivranno dagli anni ’30 fino alla caduta del Muro; un architetto nazista (grande ammiratore di Speer) costruirà una bellissima dimora che poi passerà in mano a una famiglia comunista, fuggita dall’Unione Sovietica per vivere nella DDR. Heimsuchung fa parte della riflessione sul tormento della Germania, sulla sua colpa inemendabile nel XX secolo ed è un film in un certo senso di “prammatica”. Ma è un bel vedere, c’è poco da dire. E la maestria si manifesta aggraziata e senza dover sgomitare in alcun modo. Nella sezione Cannes Première. [e.b.]
09.37
Un altro bel ritratto femminile in Concorso e un’altra grande attrice transalpina diretta da una regista: con Garance di Jeanne Herry, Adèle Exarchopoulos si conferma un mostro di bravura, un’interprete straordinaria. Se sulla Croisette la lotta per il premio alla miglior interpretazione femminile sarà all’ultimo fotogramma, il film di Herry è un interessante racconto di un’attrice teatrale dotata di grande talento ma completamente alcolizzata. Riuscirà l’ottima Garance (il nome proprio della protagonista del film… Uguale a quello della protagonista di Amanti perduti di Marcel Carné) a riprendere in mano la propria vita allo sbando? Il film è tutto qui, ma il tocco del racconto è di qualità. [e.b.]
07.13
Tra i film presentati ieri in concorso c’è stata l’occasione di vedere anche Moulin, nuovo lavoro per il regista ungherese László Nemes a neanche un anno di distanza da Orphan, presentato a Venezia nel settembre 2025. Dopo aver concluso la sua trilogia sull’identità degli ebrei-ungheresi trasmigra produttivamente in Francia per raccontare gli ultimi giorni di vita di uno degli eroi della Resistenza transalpina, Jean Moulin. Lontano dal rigore autoriale dei primi due film Nemes si adopera a un lavoro mainstream, via crucis a suo modo anche spettacolare di un uomo che non cede di fronte ai sempre più sadici interrogatori nazisti. A fronte di una prima parte molto convincente Moulin però si trasforma nella seconda metà in un lavoro assai più canonico, colmo di cliché e dal finale anche di cattivo gusto nella sovrapposizione metaforica tra il fuoco della caldaia del treno e quello dei forni nei campi di sterminio. [r.m.]
Domenica 17 maggio 2026
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23.55
Quali sono i confini etici e morali del sogno americano? Quanto è alta l’asticella di questo immaginario apparentemente vincente? Muovendosi tra la tragedia greca e un cinema hollywoodiano limpidamente classico, così solido e accurato da apparire monumentale in ogni singolo fotogramma, James Gray continua a sventolare il vessillo di un cinema straordinariamente ambizioso nella forma e nel contenuto: una grandeur visiva e produttiva che è conditio sine qua non della tragedia, di questa rappresentazione titanica e a suo modo tombale dei sentimenti, dei valori e delle miserie umane. Sul cinema di Gray, anche su Paper Tiger, incombono sempre il Fato e l’assoluto. [e.a.]
18.15
La famiglia, l’infanzia, l’elaborazione e accettazione del lutto, un mondo e vite altre. Non manca quasi niente in Sheep in the Box, ultima fatica di Hirokazu Kore-eda, autore amato, premiato, baciato dal box office internazionale: eppure, a parte qualche slancio vitale, qui la poetica del regista e sceneggiatore giapponese sembra procedere col pilota automatico, per accumulo, affastellando forse troppi temi e meno idee, anche di messa in scena. Poi, certo, l’incipit con droni che prendono quasi il posto delle cicogne (i bambini robot non nascono sotto un cavolo, ma vengono comunque consegnati) o le parabole emotive dei due genitori funzionano, emozionano, ma complessivamente il film resta sulla carta, tra le buone intenzioni e le ipotetiche riflessioni – come se l’eccentricità e le proiezioni futuribili di Air Doll oggi non funzionassero più, estranee a una fase della sua produzione di più ampio successo ma anche di normalizzazione. [e.a.]
17.36
Ci siamo recati al Théâtre Croisette, quartier generale delle proiezioni della Quinzaine des cinéastes, per il nuovo film del grande cineasta argentino Lisandro Alonso, al ritorno nella sezione che lo lanciò a quasi venti anni dalla presentazione di Liverpool. Lo stile ieratico è sempre quello, e si applica alla perfezione al racconto minimale di un boscaiolo solitario la cui quotidianità viene sconvolta dal ritorno a casa della sorella Micaela, costretta a lasciare il nosocomio in cui si trovava perché la casa di cura è costretta a chiudere per mancanza di fondi. Sguardo sempre proteso al totale, all’orizzonte, alla ricerca della natura: eppure l’impressione è che il tutto sia meno a fuoco del solito, o comunque prorompa sullo schermo con minore potenza espressiva. [r.m.]
09.56
La giornata inizia con il nuovo film di Quentin Dupieux, ospite oramai abituale della Croisette. Full Phil, presentato tra le “proiezioni di mezzanotte”, oltre a proporre un gioco di parole nel titolo (il Phil interpretato da Woody Harrelson è sempre più pieno durante lo sviluppo della narrazione, nonostante a mangiare sia solo la figlia – Kristen Stewart -, ma il film ruota attorno al concetto di adempiere al compito genitoriale) si pone alla medesima altezza degli altri film del folle cineasta francese, che qui si diverte a citare da un lato Il mostro della laguna nera e dall’altro il signor Creosoto reso immortale dai Monty Phyton. Si resta nel campo del divertissement puro, ma come di consueto la brevissima durata (neanche un’ora e un quarto) aiuta a godersi il tutto. [r.m.]
Sabato 16 maggio 2026
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23.28
Il Sentimental Value di questa edizione è spagnolo e si intitola El ser querido. A dirigerlo è Rodrigo Sorogoyen che regala al Concorso di Cannes un film più appassionato e radicale di quello, pur bello, di Joachim Trier. Anche qui ci sono un padre regista (Javier Bardem) e una figlia (Victoria Luengo). E un film da realizzare. Ma la figlia, cui il grande cineasta blasonato offre una parte, non è mai stata riconosciuta dal genitore. E la questione dunque è molto complicata. I film sono tutti figli “bastardi” di esseri bizzarri, generati per ragionare e sentire diversamente, o le mancanze della vita sono la necessità di cui si nutre il cinema? Un incipit magistrale (quasi venti minuti di campo e controcampo su primi e primissimi piani dei due protagonisti), un paio di sequenze da brivido e mille dolorosi interrogativi. Notevolissimo. [e.b.]
17.28
Dopo Il corsetto dell’Imperatrice, presentato nel 2022 in Un Certain Regard, Marie Kreutzer approda nella competizione principale con Gentle Monster, storia di una coppia che esplode perché il marito viene indagato per reati legati alla pedopornografia: il film offre vari elementi di interesse, a ben vedere, ma nessuno di essi riesce a elevarlo al di là di un dignitoso lavoro su un tema importante. Léa Seydoux è brava, nel ruolo della moglie dilaniata dai dubbi, ma ha di certo affrontato progetti più importanti; il lavoro occhieggia qua e là alla Palma 2023, Anatomia di una caduta di Justine Triet. Il risultato è senza infamia e senza troppa lode e forse la sua collocazione nel Concorso cannense è fin troppo generosa. [e.b.]
14.20
Da Peninsula a Colony il passo purtroppo è breve. Rimasto imbrigliato dal successo di Train to Busan (da recuperare prontamente insieme al prequel Seoul Station), Yeon Sang-ho cerca vanamente di infondere nuova linfa al genere zombesco: qualche spiegazione scientifica per offrire una (superflua) variante, dei personaggi tagliati con l’accetta, una messa in scena davvero poco rilevante – siamo lontanissimi dal ritmo e da alcune spettacolari sequenze di Train to Busan (ma anche dalla spietatezza e lucidità di Seoul Station). Gancio per il sequel nel finale e quel retrogusto amaro per le traiettorie produttive e creative di un regista che aveva iniziato con The King of Pigs e The Fake. [e.a.]
07.39
Difficile, sempre rimanendo alla giornata di ieri, trovare invece le parole per descrivere un’operazione produttiva come John Lennon: The Last Interview di Steven Soderbergh, presentato nella sezione Séances spéciales. Il regista statunitense che sulla Croisette vinse giovanissimo la Palma d’Oro con l’esordio Sesso, bugie e videotape, prende l’abbrivio dall’ultima intervista radiofonica del co-fondatore dei Beatles ma l’impressione è che non sappia elevarsi molto al di sopra di questo. Se è sempre emozionante ascoltare la voce di Lennon – qui in compagnia di Yoko Ono -, anche se le affermazioni lasciate non è che siano così indispensabili, sotto il profilo registico Soderbergh mostra una sciatteria inusuale, mancando di ingegno e limitandosi a una sequela di fotografie della coppia, qualche spezzone beatlesiano dal passato e delle animazioni in CGI di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. In sala era presente tra il pubblico anche Peter Jackson, che solo pochi anni fa portò a termine il monumentale e imperdibile Get Back. Chissà cosa avrà pensato del lavoro del collega texano. [r.m.]
07.17
Occorre tornare per un momento alla giornata di ieri, resa convulsa dalla presenza del titolo più “lungo” dell’intero concorso, vale a dire All of a Sudden (in Francia Soudain, in originale Kyū ni guai ga waruku naru) di Ryūsuke Hamaguchi: il regista giapponese, per la prima volta di stanza in Francia, architetta un discorso attorno alla crisi ‘inevitabile’ del capitalismo, con la perdita di rapporti umani e di relazioni tese a sostenersi gli uni con gli altri. Per farlo tira in ballo l’assistenza medica ai malati di Alzheimer, Franco Basaglia, il teatro, il cancro, la bolla speculativa giapponese e la crisi dei subprime, la Parigi da attraversare di notte e chi più ne ha più ne metta. La carne al fuoco è così tanta che Hamaguchi finisce di quando in quando per perdersi, e il film non possiede il nitore de Il male non esiste o l’afflato checoviano di Drive My Car, per restare agli ultimi due film di finzione; eppure ci sono momenti di estasi poetica che colpiscono in profondità, in particolar modo durante la lunga sequenza notturna in cui gli animi della dottoressa Marie-Lou (Virginie Efira) e della drammaturga Mari Morisaki (Tao Okamoto) si scoprono affini. [r.m.]
Venerdì 15 maggio 2026
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23.55
Grazie alla generosa sezione ACID atterrano sulla Croisette degli oggetti non ben identificati, volanti o meno, sicuramente indipendenti. In questo caso, con Blaise di Dimitri Planchon e Jean-Paul Guigue, danziamo nuovamente tra gli sconfinati territori dell’animazione. La natura e fattura di questa commedia nonsense dall’estetica volutamente kitsch, tratta da una striscia dello stesso Planchon, è davvero distante dagli altri titoli selezionati (in attesa di una possibile affinità col lavoro del vulcanico Dupieux) e si autoposiziona tra la nicchia e il cult: per farsi un’idea, anche se la versione cinematografica è decisamente più curata sul piano grafico, basta dare un’occhiata alla prima trasposizione televisiva, una trentina di episodi da tre minuti. Il film ne dura ottantadue: le disavventure della famiglia disfunzionale reggono e alla fine tutto torna. Non era così scontato… [e.a.]
15.20
Iniziamo a sentire la mancanza dei Teletubbies… no, ovviamente no, però sulla Croisette a farci scendere più di una lacrima è proprio l’animazione, qui felicemente destinata a un pubblico adulto (certo, tra i prossimi lungometraggi ritroveremo produzioni con un altro target e magari con un taglio un tantinello più solare). Dopo In Waves e We Are Aliens, ecco Tangles della canadese Leah Nelson, altro esordio degno di nota, altra immersione nelle difficoltà della vita. Qui, come per In Waves, il motore narrativo è la malattia, il contesto è la famiglia, l’orizzonte si allarga – la comunità queer, gli equilibri interpersonali, l’ascesa artistica. La base di partenza è nuovamente un fumetto o, come direbbero a Cannes e dintorni, un roman graphique, e Nelson cerca di non snaturare troppo le scelte grafiche di Sarah Leavitt, optando per il bianco e nero e per un character design quantomeno accostabile dall’originale (poco adatto a un lungometraggio, sempre che non si vogliano percorrere i sentieri estremi di Don Hertzfeldt). Attraverso il punto di vista della protagonista Sarah, fin da un incipit troppo felice per poter durare (troviamo qui il colore, usato con sagace e significativa parsimonia), siamo messi di fronte soprattutto alle conseguenze della malattia sulla famiglia, sugli affetti. Amore, morte, anche sana ironia. E l’inevitabile commozione. Grazie Annec… ops, Cannes. [e.a.]
14.25
La Quinzaine des cinéastes torna a ospitare in selezione un film di uno dei massimi geni del cinema contemporaneo, vale a dire il rumeno Radu Jude che però per l’occasione per la prima volta gira fuori dal paese natale: Le journal d’une femme de chambre, revisione totale del testo originale che venne realizzato a suo tempo anche da Luis Bunuel, permette a Jude di ragionare con sarcasmo sul capitalismo, lo sfruttamento di classe, e il mondo bo-bo. Splendido. [r.m.]
11.45
La mattina si è inaugurata con Sanguine, con cui la cineasta francese Marion Le Coroller si confronta con il body-horror, sgraffignando un po’ e un po’ là da Julia Ducournau e Coralie Fargeat, senza però mostrare alcuna intuizione o idea particolarmente interessante. Anche il punto di partenza, vale a dire la pretesa dell’iper-performance per i giovani che entrano nel mondo del lavoro, viene sprecata in quattro e quattr’otto. Qualche effetto sanguinolento vagamente disgustoso e poco più. Non si invidia chi ieri sera è rimasto fino all’una e mezza di notte per vederlo alla proiezione ufficiale. [r.m.]
Giovedì 14 maggio 2026
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23.55
Ancora animazione. Ancora Francia, ma questa volta a sostegno di una (co)produzione giapponese. La mente torna a Ghost Cat Anzu di Nobuhiro Yamashita e Yōko Kuno, un po’ per la questione coproduttiva, un po’ per l’afflato autoriale, un po’ per una declinazione non molto mainstream del canone anime. Però We Are Aliens del wonder boy Kohei Kadowaki è un film profondamente diverso, duro, spietatamente reale, anche violento, tanto da avere qualche punto in comune col sudcoreano The King of Pigs, anche se qui il bullismo è il riflesso di altri meccanismi. Molto interessante, sia sul piano grafico sia su quello narrativo, la scelta del character design, dall’utilizzo del rotoscopio alle deformazioni dei volti, specchio di un crescente malessere interiore. Un po’ Kōji Yamamura, un po’ Masaaki Yuasa. Infanzia nerissima. [e.a.]
22.59
La seconda giornata del Concorso ha visto due titoli che, in maniera che più diversa non si può, parlano di rapporto tra scrittura, realtà, immaginazione e simboli. Asghar Farhadi torna a girare in Francia e realizza il suo miglior lavoro, probabilmente, girato fuori dall’Iran: Histoires parallèles, ispirato al Decalogo 6 di Kieslowski (Non commettere atti impuri, poi divenuto anche film a sé col titolo Non desiderare la donna d’altri), è un lavoro a tratti giocoso e a tratti drammatico, con un cast eccellente su cui spicca inevitabilmente il carisma di Isabelle Huppert, scrittrice un po’ folle e un po’ guardona, che darà vita a una serie di eventi latenti nell’esistenza di tre vicini di casa. La logica del film è meno meccanica di quella degli ultimi, un po’ stanchi titoli di Farhadi e il risultato ne beneficia. Il colpo al cuore è però il bellissimo lavoro che Paweł Pawlikowski ha dedicato al viaggio di Thomas Mann in una Germania, già divisa, nel 1949, dopo 16 anni di esilio: Fatherland è un lavoro folgorante, di grandissima profondità politica, artistica e morale. Che, tra le altre cose, ricorda un dato forse troppo dimenticato: in 80 minuti – si tratta del lavoro più breve della competizione cannense – si può fare un grande film. Magnifico. Con Hanns Zischler nel ruolo del grande scrittore premio Nobel e Sandra Huller in quello della figlia Erika. [e.b.]
14.09
Per i più mattinieri la giornata è iniziata in Salle Debussy con la proiezione dell’atteso Teenage Sex and Death at Camp Miasma, follia meta-slasher ordita da Jane Shoenbrun e che ha aperto in modo ufficiale la sezione Un certain regard. Di sguardo ne ha da vendere Shoenbrun, che si diverte a maciullare insieme gli slasher più variegati – c’è anche un evidentissimo rimando a Reazione a catena di Mario Bava – per ragionare sulla forma umana, sul desiderio, e ancor più precisamente sull’orgasmo femminile. Divertente, già destinato a divenire un cult-movie, può essere anche letto come controcanto o corollario di Final Girl di Tyler Shields. [r.m.]
13.10
Confezione lussuosa, patinata, due voci narranti da grandeur hollywoodiana (Demi Moore e Woody Harrelson), un giro del mondo senza sosta, tra paesaggi abbacinanti, ralenti a pioggia e una fiumana di buoni propositi e brillanti progetti per salvare la Terra (attraverso la terra): Groundswell di Josh e Rebecca Tickell è un documentario dagli intenti promozionali, pensato per promuovere e diffondere l’agricoltura rigenerativa come salutare e benefica alternativa alla distruttiva agricoltura industriale. Scienziati, contadini, allevatori e via discorrendo: testimonianze di un movimento che vuole cambiare e salvare il nostro pianeta. Non il cinema, questo è sicuro. [e.a.]
Mercoledì 13 maggio 2026
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23.35
Probabilmente non troverà molti estimatori il minimalismo gentile di Nagi Notes\Quelques jours à Nagi di Kōji Fukada (Love Life, Love on Trial), così trattenuto nel mettere in scena elaborazioni del lutto, separazioni dolorose, scelte di vita e amori – forse – impossibili. Un film di contrapposizioni a tratti quasi invisibili, di conflitti rimossi per eccesso di pudore, di corteggiamenti nemmeno sussurrati. Un film di fantasmi, di ricordi, di immagini sfuocate (la bellissima sequenza della dichiarazione d’amore dei due ragazzi), profondamente nipponico per scrittura e indole. La campagna non come luogo ideale ma come parentesi momentanea, come piccola fuga, forse qualcosa di più… [e.a.]
19.47
Subito a seguire, sempre nella stessa sala – la Debussy – si è invece visto il film in concorso La Vie d’une femme, secondo lungometraggio per la quarantenne francese Charline Bourgeois-Tacquet: un lavoro raffinato, di grande intelligenza nella messa in scena di un personaggio femminile che rivendica ostinatamente il suo diritto a esistere con le proprie regole, rispettando l’identità che si è costruita indosso nel corso del tempo. Narrativamente spezzato in piccoli capitoli, e dominato dalla strepitosa presenza scenica di Léa Drucker, che dopo le prove impeccabili per Catherine Breillat (L’Été dernier) e Dominik Moll (Dossier 137) si candida di nuovo al premio per la migliore interpretazione femminile. Riuscirà nell’intento? [r.m.]
19.36
È stata, è e sempre sarà la mano de dios. I gol (il primo truffaldino, il secondo che ridisegna il senso stesso del gioco) che decisero il quarto di finale tra Argentina e Inghilterra al Mondiale messicano del 1986 sono lì, immagine indimenticabili e di straordinaria potenza evocativa che interrogano ogni essere umano, sportivo o meno. Da qui parte The Match, il documentario diretto a quattro mani da Juan Cabral e Santiago Franco che è tra le “Cannes première”: un’ora e mezza che rilegge sì la partita ma anche e soprattutto il conflitto durissimo tra due nazioni che non riescono a trovare una riconciliazione. Didattico, un po’ televisivo, ma con quel materiale visivo è difficile non emozionare, e non sfiorare il sublime. [r.m.]
13.49
L’inevitabile e tragica circolarità di Tilaï, presentato in versione restaurata nella sezione Cannes Classics, ci riporta al nitore narrativo e morale del cinema di Idrissa Ouedraogo, tra i più influenti (e premiati) autori del cinema africano. Una parabola morale che ci mette di fronte a conflitti generazionali, alla dirompente forza dell’amore ma anche alle sanguinose conseguenze di un insensato senso dell’onore, al perdurare di dinamiche che si tramandano dalla notte dei tempi. Premiato nel 1990 sulla Croisette con il Gran Prix, Tilaï ha i contorni di un cinema senza tempo, antico quanto attuale. [e.a.]
12.44
L’apertura di una ghiotta edizione della Quinzaine des cinéastes viene affidata al talentuoso regista russo Kantemir Balagov, al suo terzo lungometraggio e alla sua prima sortita fuori dai confini patri (che il trentaquattrenne ha lasciato anche nella vita dopo l’invasione dell’Ucraina). Butterfly Jam, ambientato nel New Jersey, è anche, a differenza dei due precedenti lavori di Balagov, il suo primo film “maschile” o, come ha detto lui stesso presentandolo in mattinata, “una fiaba sulla mascolinità”. Titolo a tratti affascinante, forse però è il lavoro meno compatto e ficcante del regista di Tesnota. [e.b.]
11.00
Arrivati al terzo anno, persino in crescita numerica, possiamo oramai guardare ai lungometraggi d’animazione presentati sulla Croisette come a una sorta di sezione trasversale. Le scelte del Palais, della Quinzaine, della Semaine e di ACID, tutte sotto lo stesso cappello, confluiscono in questa versione anticipata di Annecy. Ad aprire le danze, per questo 2026, è la Semaine con In Waves di Phuong Mai Nguyen, ennesimo esempio della ricchezza espressiva dell’animazione francese – qui si pesca a piene mani, e con coerenza grafica, dal fumetto (aka graphic novel) di AJ Dungo, illustratore e surfer. Il film, svicolando abilmente dalle pastoie del melodramma, affronta malattia e lutto, surf e arte, morte e vita, passioni, speranze, disillusioni: un teen movie che allarga lo sguardo, che scandaglia la vita in punta di piedi, sorretto da uno stile grafico lineare, pulito, esemplare nella sua preziosa semplicità. [e.a.]
Martedì 12 maggio 2026
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23.01
L’edizione numero settantanove del Festival di Cannes si apre ufficialmente con La Vénus électrique, nuova commedia firmata da Pierre Salvadori che è stata selezionata come d’abitudine fuori concorso e da oggi è anche in distribuzione nelle sale francesi. Partendo da un soggetto firmato a quattro mani da Rebecca Zlotowski e Robin Campillo, Salvadori si diletta con la commedia romantica, gioca con qualche cliché, ma soprattutto dimostra di saper come narrare, cambiando in modo repentino punto di vista e osservando il mondo e le miserie umane come un lungo, infinito, spettacolo circense. In questo viene aiutato da un cast in splendida forma che vede uno accanto all’altra Pio Marmaï, Anaïs Demoustier, Gilles Lellouche, Vimala Pons e Gustave Kervern. [r.m.]
12.04
Come ogni anno la comunità cinefila inizia a palesarsi timidamente sulla Croisette: ci si inizia a scambiare impressioni (preventive, e dunque destinate spesso alla smentita) anche via social o Whatsapp. In fin dei conti il mondo dei festival cinematografici somiglia alle fiere di paese, quando le carovane si spostano. E non è una sensazione spiacevole. [r.m.]
10.24
Il vento è il protagonista di questo inizio festival: un mistral caparbio pronto a sospingere in sala le frotte di accreditati che da qualche giorno puntano la sveglia per accaparrarsi i posti per le proiezioni, con la solita sarabanda di gioie e contumelie. A inaugurare le danze, prima ancora del film d’apertura di Pierre Salvadori, sarà nel primo pomeriggio Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro, presentato in versione “restaurata” (rivivificata sarebbe più corretto) in Cannes Classics a vent’anni dalla sua presentazione in concorso. [r.m.]

Cannes 2025 – Minuto per minuto
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