Millennium Actress

Millennium Actress

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A chiudere un cerchio che era come una ferita aperta, è arrivato il momento di recuperare su grande schermo Millennium Actress, secondo lungometraggio di Satoshi Kon, trascinante omaggio al cinema e ai suoi meccanismi, straordinario esempio delle potenzialità narrative, visive, tecniche e immaginifiche dell’animazione – e del montaggio nel cinema d’animazione. Dopo le uscite di Perfect Blue (1997), Tokyo Godfathers (2003) e Paprika (2006), meglio tardi che mai, possiamo finalmente (in)seguire la storia – le storie! – di Chiyoko Fujiwara.

Controcampo, controcanto

Decisi a ripercorrere la sua vita, un regista e il suo fido assistente ottengono un incontro con Chiyoko Fujiwara, diva del cinema giapponese ormai anziana e ritiratasi a vita privata. Ripercorrendo i suoi ruoli più iconici e la ricerca di un amore mai dimenticato, i due filmmaker “scivolano” attraverso i ricordi di Chiyoko, diventando spettatori di un viaggio onirico in cui i confini tra realtà e finzione si dissolvono… [sinossi – animefactory.it]

In fin dei conti, forse, è giusto così: per recuperare nelle sale italiane Millennium Actress bisogna essere rapidi. Bisogna correre. Il film di Satoshi Kon, come spesso capita per le uscite degli anime nel Bel Paese, resta in cartellone per soli tre giorni. Insomma, una storia già vista. Ecco, anche la storia di Chiyoko Fujiwara è un po’ così, un susseguirsi di ripetizioni, tutte d’un fiato. Di corsa. Un melodramma apparentemente semplice, estremamente lineare: lei, giovane ragazzina appena affacciata alla vita; lui, un misterioso pittore dall’animo avventuroso e dalle idee politiche parecchio pericolose; qualche cattivo, ma forse nemmeno troppo, a gettare ostacoli lungo un cammino che non potrà mai avere una fine. Ecco, un melodramma che tende all’infinito, all’assoluto, alla summa (e anche somma) della Settima Arte. Ed ecco che il melò apparentemente semplice si complica in un batter di ciglia…

Qualunque sia il punto di partenza col cinema di Satoshi Kon, dalla sua prima regia (Perfect Blue), dalla sua pellicola più nota (Paprika), dalla sua unica inarrivabile serie televisiva (Paranoia Agent) o addirittura dall’illuminante sceneggiatura per il primo episodio di Memories, si coglie presto un aspetto fondamentale per la visione\fruizione\comprensione: con le opere di Kon si devono tenere gli occhi ben aperti. Anche un battito di ciglia può risultare fatale. Perché nella filmografia di Kon, già con Memories, soprattutto con Millennium Actress e Paprika, in misura crescente dall’esordio con Perfect Blue, i piani narrativi si intrecciano, si autoalimentano, coesistono e si scambiano a un ritmo spesso vertiginoso, dettato da un montaggio che può e che soprattutto vuole sfruttare il vantaggio dell’animazione sul cinema con attori in carne e ossa – il vantaggio è il tempo, il numero di fotogrammi necessari per catturare e restituire una qualsiasi azione: in uno spazio-tempo inaccessibile per il live action (si veda però Decision to Leave di Park Chan-wook), Kon dilata, moltiplica e intreccia la narrazione, apre portali, porta letteralmente personaggi e spettatori in un altro luogo, in un altro momento, in un’altra storia e in un altro film o set televisivo.

Prima di vedere Millennium Actress, non solo per motivi filologici e\o cronologici, andrebbe visto e digerito Perfect Blue. Le due pellicole, nelle intenzioni di Kon ma anche e soprattutto nei fatti, rappresentano un dittico, uno speculare rovesciamento. Un controcampo. Da un lato, immersa in un incubo sanguinario, la idol Mima; dall’altra, tra le mille luci dell’industria dei sogni e lo scorrere inarrestabile della Storia, l’attrice Chiyoko. Due eroine non così dissimili, calate però in due periodi storici quasi in antitesi. Entrambe seguite come un’ombra da un fan, pedinate dal desiderio, dal voyeurismo, da declinazioni di quella cosa a volte oscura e terribile che è – o forse era, o forse non è stato mai – l’amore. Se Perfect Blue è un thriller dai riflessi argentiani\depalmiani che si inabissa nel mondo in disfacimento dello spettacolo e che guarda alla degenerazione dell’amore in odio, Millennium Actress trova nel cinema, nel passato e in un pudico innamoramento (non solo quello di Chiyoko per il pittore, soprattutto quello del fedele Tachibana per la protagonista) lo slancio verso il riscatto, verso la luce.
Nel passare dalle tenebre della sua opera prima al romantico e sfavillante ottimismo del suo secondo lungometraggio, Kon dilata la riflessione e la manipolazione del confine tra realtà e finzione: largamente supportato dalla MadHouse, sia per la piena libertà creativa concessa sia per il sostanzioso aumento di budget, il regista di Sapporo guarda ai trompe-l’œil non solo come possibile forma della propria narrazione ma anche come strumento ideale per cogliere e rappresentare la magia del cinema, l’arte del falso movimento, dell’illusione. Se lo stesso Kon ha indicato in un ukiyoe di Utagawa Kuniyoshi una sorta di fonte di ispirazione o comunque di esempio chiarificatore, sempre a Kon dobbiamo delle puntualissime e generose letture delle sue opere e delle sue intenzioni: Millennium Actress è un caleidoscopico mosaico umanista che via via ricompone il ritratto sincero di una donna, di un tempo e di un’arte utilizzando anche trucchi e piccole e grandi bugie, illusioni, ricordi confusi. La stessa ostinata ricerca del pittore è pura illusione, puro amore, verità e inganno.

Millennium Actress attraversa i generi cinematografici, pesca a piene mani dal cinema classico (si veda, in tal senso, Tokyo Godfathers, sospeso tra Ford e Capra), da Kurosawa e Ozu, dai grandi e tragici snodi della Storia, spingendosi verso il futuro, persino oltre la morte – la proiezione verso lo Spazio ci porta inevitabilmente a Paranoia Agent, all’anziano saggio, a dimensioni altre; a Lynch, a quei legami anche a lunga distanza tra autori che il cinema lo creano, lo sviscerano, lo manipolano, lo smontano pezzo per pezzo per poi ricomporlo, guardando non solo alla superficie della pellicola ma anche ai meccanismi tecnici e produttivi – si torna a Paranoia Agent, allo svelamento dell’industria degli anime, pensando anche a Mulholland Drive, a INLAND EMPIRE.
Una, nessuna, centomila. Chiyoko è Setsuko Hara, è Hideko Takamine, è (sarà) la vecchia filatrice Roba. Millennium Actress è Il trono di sangue, è Godzilla, guarda ai chanbara tanto quanto a Ozu. Millennium Actress è un melò, è fantascienza, è un film che corre a perdifiato, senza mai lasciarci indietro. Stratificato, costruito a incastri, eppure chiarissimo, limpido. Fruibile anche senza conoscere i classici, senza sapere del terremoto del Kantō, persino senza avere idea delle macerie della guerra – e degli studi della Ginei. Basta tenere gli occhi ben aperti.

Nel ripercorrere a grandi linee il film di Kon è inevitabile sottolineare la centralità delle musiche di Susumu Hirasawa. Le sue note e i suoi ritmi sono un collante emotivo e una guida spettatoriale. Passa anche dal lavoro del compositore di Tokyo questa sorta di rovesciamento di Viale del tramonto, con Chiyoko – non più Mima, che esisteva attraverso il pubblico – che non è raccontata da altri ma (ri)costruisce la propria storia e il suo sogno, l’illusione.
Regista, sceneggiatore, autore del character design (come Miyazaki, Matsumoto e Dezaki\Araki, Kon trova soluzioni grafiche congeniali che accompagneranno tutta la sua filmografia, come se i chara fossero attori ideali quanto fedeli), Kon disseziona la società giapponese, si focalizza sulla condizione femminile, smonta e rimonta il linguaggio cinematografico, facendosi autore ma al tempo stesso anche umile spettatore – si identificava, quantomeno sul versante della Storia, nell’operatore, testimone alle prime armi di fronte a eventi più grandi di lui. Anche questo era Kon. Era, purtroppo. O forse sarà per sempre.

Info
Il trailer di Millennium Actress.

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