Nagi Notes

Nagi Notes

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Primo tra i film presentati in concorso al Festival di Cannes 2026, destinato probabilmente a non raggranellare molti estimatori tra critica e pubblico, Nagi Notes di Kōji Fukada (Love Life, Love on Trial) mette in scena la vita attraverso dialoghi e silenzi, dettagli e gesti sfuggenti, ricordi e fantasmi: un minimalismo dal tocco leggiadro – ma anche ironico – che cerca di indagare amicizie e amori, di esorcizzare separazioni e lutti. Un film di contrapposizioni a tratti quasi invisibili, di conflitti rimossi per eccesso di pudore, di corteggiamenti nemmeno sussurrati.

La donzelletta vien dalla campagna

Yuri, un’architetta divorziata, fa visita alla sua ex-cognata Yoriko, una scultrice che vive a Nagi, una cittadina nella prefettura di Okayama. Quella che inizialmente doveva essere una breve sosta, prende una piega inaspettata quando Yuri accetta di posare per lei. Man mano che le sedute si susseguono, i silenzi si riempiono di ricordi e un legame profondo e a lungo sopito riemerge tra le due donne. Lontana dal trambusto di Tokyo, Yuri è affascinata dalla quiete della vita rurale e dalle abitudini degli abitanti del villaggio. I giorni scorrono come se qualcosa in quel luogo la invitasse a restare… [sinossi]

Tratto dalla pièce teatrale Tokyo Notes di Hirata Oriza, Nagi Notes prende forma – un po’ come le sculture della coprotagonista Yoriko – dallo sguardo acuto sulla realtà e quotidianità, da novello entomologo del cinema nipponico, di Kōji Fukada, autore oramai di casa sulla Croisette. Rovesciando le premesse del testo teatrale (e quindi le premesse del monolite Viaggio a Tokyo di Ozu, fonte d’ispirazione per Oriza), Fukada immagina una traiettoria inversa: dalla grande città, centro di tutto, alla solitudine e alle poche occasioni offerte della campagna. E se nella pièce di Oriza i protagonisti scoprivano un museo di Tokyo, sul grande schermo e anche nella realtà esiste un importante museo d’arte contemporanea proprio a Nagi, a stretto contatto con la base militare e il terreno d’addestramento – creazione e distruzione coesistono, così come la guerra che, anche se lontana (vediamo in televisione il conflitto in Ucraina), da qualche parte è sempre presente.

Ricordi, fantasmi, immagini sfuocate e camere oscure (la toccante sequenza della dichiarazione d’amore dei due ragazzi, costruita per sottrazione) battono il tempo dilatato delle lunghe giornate di provincia. La contrapposizione tra città e campagna, molto marcata nel Sol Levante, non scade mai nel cliché, non diventa pretesto comico, non mitizza: a emergere pian piano sono invece spazio e tempo, cura e ascolto. La nuova transitoria (ma non sarà così breve) dimensione permette alla protagonista, Yuri, di immergersi anima e corpo nel lavoro di Yoriko e quindi, di conseguenza, di lavorare su se stessa – come Yoriko plasma e poi scolpisce le sue sculture, così Fukada interagisce coi suoi attori per dare forma ai personaggi.
Autore che guarda sovente al cinema francese, da Rohmer (si veda Au revoir l’été, 2013) a Rivette (Fukada cita espressamente La bella scontrosa come fonte d’ispirazione), il regista e sceneggiatore di Koganei riversa anche se stesso nei propri lavori, le scoperte, le riflessioni: modus operandi e esperienze ci restituiscono sul grande schermo non solo sagaci suggestioni narrative – si veda la sequenza del fantasma che si rivela poi essere un sogno – ma anche appunti sociologici non banali, come la parabola amorosa dei due ragazzi e, di riflesso, la vita sentimentale celata di Yoriko. Con afflato quasi poetico, pur tenendo saldamente i piedi per terra, Fukada affronta il tema dell’invisibilità dell’omosessualità nelle piccole comunità di provincia, rovesciando (ma senza cataclismi) l’immagine idilliaca del villaggio rurale. Da un lato, quindi, la dimensione più umana della campagna; dall’altra, forse inevitabilmente, il perdurare di certe dinamiche patriarcali, che emergono anche attraverso il rinnovato rapporto tra Yuri e Yoriko.

Nagi Notes sposa un modo di essere e porsi che è davvero altro rispetto ai costumi occidentali. Il tempo della narrazione, mai tonitruante nel cinema di Fukada, si adatta alle necessità di un doppio binario: quello della creazione artistica e quello dello scavo interiore. In entrambi i casi, la parola chiave è cura. E la cura richiede tempo. E il tempo, in fin dei conti, è la più preziosa delle opportunità.

Info
La scheda di Nagi Notes sul sito di Cannes.

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