Hope

Come una tigre, travolgendo tutto, Hope di Na Hong-Jin irrompe sulla Croisette e manda all’aria le consuetudini del concorso cannense. Per certi versi, siamo dalle parti di Mad Max: Fury Road, ma questa volta si cerca di correre all’impazzata verso la Palma d’oro. Un miraggio? In fin dei conti, non ha importanza: quel che conta è aver innestato nella competizione ufficiale l’idea di un cinema spudoratamente mainstream, fracassone, muscolare e – soprattutto – non hollywoodiano. Venti anni esatti dopo The Host di Bong Joon-ho, sempre a Cannes.

Perfection Valley

I rinforzi sono stati dirottati per combattere gli incendi boschivi e tutte le comunicazioni sono state interrotte. Il capo del posto di polizia di Hope, Bum-seok, e l’agente Sung-ae lottano per difendere un villaggio di anziani, mentre tra le montagne, Sung-ki e gli abitanti del luogo che si mettono sulle tracce della bestia si ritrovano a loro volta braccati. Ciò che inizia come ignoranza getta le basi per un disastro, che si trasforma, attraverso il conflitto umano, in una tragedia di proporzioni cosmiche… [sinossi]

Una tigre? Un mostro? Un alieno? Al di là di premi possibili o impossibili e di reazioni critiche e spettatoriali (con una doverosa premessa: Hope è solo il primo capitolo, quindi non finisce), la scelta di piazzare in concorso l’ennesima perla del regista sudcoreano Na Hong-Jin (The Chaser, The Wailing) è dirompente e ha un gradevolissimo retrogusto politico. In attesa di scoprire il sequel, vale la pena sottolineare la trascinante spettacolarità di questa prova muscolare dell’industria sudcoreana, l’intreccio di azione, fantascienza, dettagli splatter, toni farseschi, comicità splapstick, effetti speciali (qui non tutto torna, ma ci si passa sopra, anche perché la macchina da presa viaggia che è un piacere) e memorabili entrate in scena – ma anche uscite, decisamente definitive. Eroismo sconclusionato, quozienti intellettivi non sempre elevatissimi, forza d’animo, coraggio e paura, mostri che proprio mostri non sono, astronavi abnormi e prospettive apocalittiche. Chi vivrà, vedrà.

Nell’assestare una spallata alle regole non scritte dei grandi concorsi festivalieri, Frémaux e soci danno una bella sgasata rispetto a Venezia (che sul fronte mainstream, figurarsi quello non occidentale, ha fatto purtroppo molti passi indietro) e rimarcano una certa indipendenza dal solitamente dominante cinema statunitense, qui presente in formato numericamente ridotto, anche se più che significativo – ad esempio, l’ottimo Paper Tiger di James Gray. Questa scelta di campo è figlia di due percorsi che hanno richiesto tempo: da un lato, sul fronte festivaliero, il rapporto coltivato nel corso degli anni con l’industria sudcoreana, a partire dal centro nevralgico di Busan; dall’altra, ovviamente ben più importante, l’onda lunghissima del cinema sudcoreano, che pur tra alti e bassi continua a essere dalla fine degli anni Novanta una delle realtà produttive più fertili. La provocazione Hope è figlia di un sistema che ha le spalle abbastanza larghe per mettere insieme un cast lussuoso e internazionale, per ricorrere senza troppi patemi alla computer grafica e per ragionare in grande dal punto di vista della messa in scena, della complessità delle sequenze, della spettacolarità spinta oltre i limiti.

Movimento e azione non sono mai mancati nel cinema di Na Hong-Jin, anche se in altre forme. Pensiamo, ad esempio, al finale di The Wailing con quel momento quasi melò, dilatato nei tempi, della “ragazza senza nome” che cerca di trattenere il protagonista – un poliziotto, come sempre inadeguato all’impresa, tema ricorrente non solo nel cinema di Na ma in gran parte della produzione sudcoreana. In Hope a essere dilatata oltre misura è la durata degli inseguimenti (o delle fughe, dipende dai punti di vista), sequenze che diventano macrosequenze che diventano quasi l’intero film: si veda, dopo l’incipit che gioca invece sull’impasse, l’innestarsi senza più sosta dell’azione, con il capo della polizia che è assoluto protagonista di una sorta di adrenalinica versione di uno sparatutto – volendo restare sul parallelo videoludico, una variante di Doom a cielo aperto, ma con dosi massicce di ironia e grottesco.
Hope gioca sulla reiterazione, sull’accumulo, sul paradossale superamento della dimensione umana e anche di quella cinematografica, quantomeno nelle forme canoniche del mainstream: in tal senso, più dei mostri, che nella prima parte riecheggiano quelli di misura più contenuta de L’attacco dei giganti, a sottolineare lo scavallamento di qualsiasi forma di realismo e coerenza interna è l’impossibile resistenza fisica di alcuni personaggi, fatti volare e schiantare a terra, contro alberi, muri o rocce come fossero le buffe creature dell’Acme Corporation.

Nel ventennale di The Host, la prova di forza di Hope vede gli statunitensi fuori gioco: se nel film di Bong erano gli yankee la causa di tutti i mali, nel blockbuster di Na l’elemento alieno è effettivamente extraterrestre e, salvo future sorprese, degli USA non vi è traccia. A fare capolino sono invece due stelle europee, Michael Fassbender e Alicia Vikander, dal respiro decisamente internazionale e hollywoodiano – sì, c’è anche Taylor Russell, a rimarcare ulteriormente il potere d’acquisto dell’industria sudcoreana. In questa sfida a distanza, forse non casualmente, una sequenza dalle dimensioni ambiziose richiama un passaggio emblematico di Avengers: Endgame.
Sul piano della computer grafica non tutto è perfetto ma, vista l’architettura di Hope, diventa un aspetto quasi secondario: sono gli attori, in primis il sempre straordinario Hwang Jung-min (ma che entrata in scena Jung Ho-yeon!), e il dinamismo irrefrenabile della macchina da presa a caricarsi sulle spalle la spettacolarità di un film che vuole tracciare nuovi confini per i blockbuster sudcoreani. E non solo.

Info
La scheda di Hope sul sito di Cannes.

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