The Chaser

The Chaser

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Il devastante esordio alla regia di Na Hong-jin, The Chaser: un thriller teso, cupo e iperviolento in una Corea del Sud livida e turbolenta.

Datemi un martello

Jung-ho è un ex-poliziotto, volgare e dai modi violenti, che si è riciclato come gestore di un giro di ragazze squillo. Alcune di queste hanno iniziato a sparire senza risolvere i propri debiti con il loro capo; ma quando anche Mi-jin scompare, Jung-ho inizia a sospettare che sotto ci sia qualcos’altro, e si attiva per scoprire la verità. Questa verrà a galla, in tutta la sua atrocità, subito. Ma a quanto pare nella Seul degradata e malgestita di The Chaser neanche una confessione può fermare un serial-killer… [sinossi]

Ci sembra giusto aprire questa recensione facendo notare come The Chaser (Chugyeogja è il titolo originale coreano) segni l’esordio alla regia di Na Hong-jin. A fronte di una serie di critiche, più o meno negative, che si sono soffermate sul film, a nostro modo di vedere è a dir poco assurdo che nessuno – o quasi – si sia preso la briga di sottolineare un dettaglio così importante; perché potrà anche non convincere The Chaser (e sul valore dei “difetti” solitamente portati a galla ci permettiamo di nutrire ben più di un dubbio), ma è innegabile che la sua messa in scena risulti sorprendente in mano a un regista alla prima esperienza. Ma torniamo rapidamente alle critiche negative cui accennavamo poc’anzi: la verità è che The Chaser parla di un serial killer e di segregazione, il che in Corea del sud equivale automaticamente a tirar fuori dalle rattoppate stanze della memoria due titoli del calibro di Memories of Murder e Old Boy. Un confronto non proprio alla portata di tutti, converrete con noi… I film di Bong Joon-ho e Park Chan-wook hanno di fatto segnato in profondità il mercato cinematografico di Seul e dintorni, tanto è vero che non è stato difficile, nel corso degli ultimissimi anni, imbattersi in opere che in maniera più o meno aperta si confrontassero con loro o cercassero di ripercorrerne le piste; qualora vi steste perdendo per strada, andatevi a recuperare Our Town di Jeong Gil-yeong e Bittersweet Life di Kim Ji-woon.
Insomma, è in un sentiero fin troppo battuto che arriva a inserirsi The Chaser: il rischio che Na Hong-jin si adagiasse sulla prammatica di genere senza pretendere null’altro, e accontentandosi di nutrirsi delle briciole lasciate dai suoi illustri predecessori, era forte. Fortunatamente le cose sono andate in modo diverso.

Ma andiamo per gradi.
Il primo grande punto di forza di The Chaser è quello di non essere una detection-story dura e pura, tutt’altro: lo spettatore scopre la verità fin dalle prime scene, e l’intero film diventa dunque una snervante e ansiogena corsa contro il tempo. Un gioco costruito per trabocchetti in cui di volta in volta cadono tanto gli spettatori quanto i protagonisti stessi della pellicola: edificato sotto certi aspetti più come un horror che come un thriller – soprattutto nell’utilizzo del sangue, e in un certo sadismo della messa in scena – il film di Na è allo stesso tempo un interessante studio sull’angoscia (riuscirà Jung-ho a salvare da morte certa Mi-jin?), uno sguardo sull’evoluzione del cinema coreano contemporaneo e un sardonico spaccato della società coreana dei giorni nostri. Senza riuscire a raggiungere la profondità politica che ci aveva donato Bong con Memories of Murder, Na riesce infatti a sposare gli elementi di satira sociale, come il dileggio nei confronti del sindaco della città, con l’apparato più puramente d’azione della vicenda. Per far questo il regista non si lascia prendere la mano dal furore del genere, estraendo dal cilindro una messa in scena quasi raggelata, minimale, che fa della sua immobilità il suo punto di forza. Laddove un cineasta esordiente ragionerebbe solitamente su un montaggio frenetico, una macchina da presa sempre in movimento e una colonna sonora pressante e coinvolgente, Na fa sì che le inquadrature di The Chaser siano così lavorate, così estenuanti da finire inevitabilmente per esplodere sullo schermo. La colonna sonora è pressoché assente, e nel momento stesso in cui il film raggiunge il climax, Na coraggiosamente arriva a escludere qualsiasi suono, regalandoci una delle più belle sequenze viste nel corso del 2008 cinematografico. Probabilmente non ha tutti i torti chi ha visto nella regia di The Chaser tracce insistite di manierismo cinematografico, ma francamente non ce ne crucciamo più di tanto: finché essere di maniera significa produrre un materiale così interessante, non vediamo quale colpa possa essere attribuita al povero Na. Che ha anche il merito di produrre un thriller capace di farti stare incollato sulla poltrona per due ore senza riuscire a staccare gli occhi dallo schermo, e di regalarci un personaggio, quello del protagonista, solo apparentemente legato a dei cliché narrativi. Nel finale (assolutamente non consolatorio, e anche su questo sarebbe giusto riconoscere il coraggio di Na, per quanto sia un tratto distintivo dell’intera produzione sudcoreana), mentre riscopre finalmente il suo lato più tragicamente umano, Jung-ho ci appare finalmente per tutto ciò che rappresenta, e ci strazia il cuore. In questo riesce, c’è da dirlo, anche per merito di Kim Yun-seok, qui sommo interprete che potreste aver visto in All for Love di Min Kyu-dong, Running Wild di Kim Sung-su, Tazza di Choi Dong-hun e The Happy Life di Lee Jun-ik.

Info
Il trailer di The Chaser.
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