The Samurai and the Prisoner
di Kiyoshi Kurosawa
A settant’anni suonati Kiyoshi Kurosawa si confronta per la prima volta con il jidai-geki in The Samurai and the Prisoner (il titolo originale 黒牢城, vale a dire Kokurōjō, è traducibile come “Prigione nera”), con cui partendo da un romanzo di Honobu Yonezawa racconta uno dei fatti storici più rilevanti del medioevo giapponese, l’assedio del castello di Arioka. Quella che può apparire una mera rievocazione storica nasconde però una profonda e accorata riflessione sui codici della violenza da smantellare, sul concetto di pietà e sulla necessità fondamentale della dialettica.
Non uccidere
Quando il daimyō Araki Murashige si ribella al tirannico Oda Nobunaga, si ritrova assediato tra le mura del suo stesso castello. Isolato, deve affrontare una serie di misteriosi crimini che sconvolgono il fragile ordine della sua corte, gettando la fortezza nel panico e nel sospetto. [sinossi]
I nomi di Araki Murashige, Oda Nobunaga e del clan Mōri sono pressoché sconosciuti alla stragrande maggioranza della popolazione italiana, europea e occidentale nel suo complesso. Non che più familiari risuonino termini come “Periodo Sengoku o degli Stati belligeranti” o eventi quali l’assedio di Itami noto ai più anche come assedio del castello di Arioka. Si brancola poi nel buio anche quando ci si trova a tu per tu con termini quali daimyō, e perfino di quelle parole entrate nel lessico condiviso quali ad esempio samurai si ha nella realtà dei fatti una visione molto parziale, del tutto distante dalla complessità di cui sono intessute. Partendo da queste premesse non ci si è affatto stupiti, al termine della proiezione serale nella sala Debussy del Festival di Cannes, di leggere smarrimento nel volto dei più che uscivano dalla proiezione di The Samurai and the Prisoner, il nuovo film diretto da Kiyoshi Kurosawa che sulla Croisette è stato ospitato fuori competizione nella sezione Cannes Première; pur ammirando la splendida messa in scena del grande cineasta giapponese in molti si sono dichiarati spaesati, in difficoltà di fronte a una narrazione che dà effettivamente per scontate cognizioni di causa che da questa parte del mondo sono appannaggio solo degli storici e degli appassionati cultori della materia nipponica in generale. È interessante notare come solo tre anni fa nella stessa identica collocazione festivaliera si fosse visto l’ottimo Kubi di Takeshi Kitano, ambientato praticamente nello stesso periodo – i fatti del film di Kurosawa si concentrano tra il 1578 e il 1579, quelli narrati da Kitano avvennero nel 1582 – e a sua volta “responsabile” di un’uscita sala disorientata da parte del popolo degli accreditati. Opere che senza dubbio sfidano la resistenza del pubblico occidentale, ma che vanno intesi come prodotti che in patria parlano una lingua condivisa e studiata da tutti, visto che tanto l’Incidente di Honnō-ji citato da Kitano quanto l’assedio di Itami al centro del film di Kurosawa sono momenti storici che fanno parte dei libri di testo che ogni studente giapponese si trova a dover maneggiare nel corso della sua vita.
Il titolo originale giapponese del film di Kurosawa è 黒牢城, vale a dire Kokurōjō, ed è traducibile come “Prigione nera”: se in inglese si è scelto, come già scritto, per il didascalico The Samurai and the Prisoner in francese si è optato per Le Château d’Arioka. Tre titoli per tre visioni diverse ma complementari di ciò che sta prendendo corpo in scena. Chi sono in effetti i protagonisti di questo jidai-geki che riflette filosoficamente sulla cosiddetta “via del samurai”, sull’uso della forza e sul senso della pietas cristiana e della diplomazia? Sotto il profilo strettamente umano i protagonisti sono Araki Murashige, samurai e daimyō del castello di Arioka e Kanbei Kuroda, fedelissimo di Oda Nobunaga che venne fatto prigioniero da Murashige quando Kuroda si fece latore dell’ambasciata da parte del suo signore. Invece di permettere all’uomo di compiere il suicidio rituale noto come seppuku, e contrario alla messa a morte, Murashige rinchiuse Kuroda nelle segrete del castello, spiazzando i suoi stessi samurai, sorpresi da una scelta così radicale e lontana dai diktat imposti alla loro regola di vita. È protagonista dunque anche la prigione nera del titolo originale, il luogo in cui si cela il nemico invece di privarlo della vita. Ma è protagonista, forse più d’ogni altro, il castello di Arioka, con le sue segrete, le feritoie da cui colpire a morte qualcuno facendo finta che si tratti di una volontà divina, e la sua corte di samurai, attendenti e via discorrendo. Per la prima volta alle prese con un dramma d’ambientazione storica, e anche con un racconto che si articoli attorno alla risoluzione di un giallo (chi ha ucciso con una freccia il giovane erede di uno dei traditori di Murashige, che lui aveva espressamente vietato di toccare?), Kurosawa sceglie di interrogarsi sul senso stesso della violenza, portando in scena Murashige e tratteggiandolo a mo’ di rivoluzionario del suo ruolo, sia nel rifiuto di ogni messa a morte sia e ancor più nel rapporto del tutto lontano dalla rappresentazione canonica con la moglie Chiyoho, a sua volta sfuggita a una carneficina in giovane età.
L’epica samurai viene del tutto smitizzata anche nella scelta della location, visto che The Samurai and the Prisoner si svolge quasi interamente all’interno della mura del castello, posto sotto assedio dall’esercito di Oda e da altri clan a lui vicini. Gli esterni sono pochissimi, e non vi sono presenti scene di battaglia. Tutto è all’interno di una comunità chiusa, ma che può benissimo rappresentare in forma metaforica l’intero Giappone, e anche il mondo esterno. Le speculazioni verso cui si lancia Kurosawa sono infatti di carattere compiutamente contemporaneo: in che modo si può evitare di generare un conflitto? E ancor più, quand’anche esso fosse del tutto impossibile da evitare, non è forse dovere di ogni essere umano evitare qualsivoglia spargimento di sangue? In tal senso è interessante notare come le religioni in campo – in particolar modo il buddismo e il cristianesimo da poco introdotto in Giappone, visto che i gesuiti erano approdati sulle coste solo nel 1549; ma c’è spazio anche per riflessi di shintoismo – vengano messe in scena come uno strumento personale che può però diventare arma nel momento in cui l’altro non ha gli strumenti per comprenderne il senso. L’elemento storico serve a Kurosawa una volta di più per interrogarsi sulle relazioni umane e la loro disgregazione, in tal senso dimostrando un’affinità forte con le modalità che il regista applica all’horror o alla fantascienza, e The Samurai and the Prisoner sa scavare in profondità, a meno di non lasciarsi sopraffare dalla propria ignoranza rispetto ai fatti trattati. Ma il cinema è nell’immagine, e bastano l’inquadratura iniziale e quella finale per rendersi conto di ciò che Kurosawa vuol raccontare, e dei modi che sceglie per farlo. Una lezione di cinema e politica che sarebbe criminoso non cogliere.
Info
The Samurai and the Prisoner sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: jidai-geki, storico
- Titolo originale: Kokurōjō
- Paese/Anno: Giappone | 2026
- Regia: Kiyoshi Kurosawa
- Sceneggiatura: Kiyoshi Kurosawa
- Fotografia: Yasuyuki Sasaki
- Montaggio: Koichi Takahashi
- Interpreti: Ōshiro Maeda, Bandō Shingo, Ikkei Watanabe, Joe Odagiri, Kōchi Yamato, Kiyohiko Shibukawa, Masahiro Motoki, Masaki Suda, Masatoshi Kihara, Mitsuo Yoshihara, Munetaka Aoki, Mutsuo Yoshioka, Ryota Bando, Ryota Miyadate, Shusaku Kamikawa, Tasuku Emoto, Toshihiro Yashiba, Yūsuke Santamaria, Yoshimasa Kondo, Yoshiyoshi Arakawa, Yuriko Yoshitaka
- Colonna sonora: Yoshihiro Hanno
- Produzione: Shochiku, Tokyo Broadcasting System (TBS)
- Durata: 147'




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