Intervista a Kiyoshi Kurosawa e Atsuko Maeda

Intervista a Kiyoshi Kurosawa e Atsuko Maeda

Alla loro terza collaborazione (dopo Seventh Code e Before We Vanish), Kiyoshi Kurosawa e Atsuko Maeda sono i grandi protagonisti della serata finale in Piazza Grande del 72esimo Locarno Film Festival, con lo straordinario film To the Ends of the Earth, che vede protagonista una troupe televisiva giapponese al lavoro in Uzbekistan. Kurosawa compie così una pausa dal cinema di genere di cui è grande maestro, in quanto storico protagonista dei j-horror, mentre nelle ultime due opere era approdato alla fantascienza. Atsuko Maeda, oltre che essere attrice, ha una carriera importante come cantante, prima nel Team A del gruppo idol delle AKB48 e poi come solista. Abbiamo incontrato Kiyoshi Kurosawa e Atsuko Maeda a Locarno.

Siete alla vostra terza collaborazione. To the Ends of the Earth mi sembra ricalchi lo schema del vostro primo film, Seventh Code, anche quello ambientato in un paese straniero, in un contesto che genera insicurezza, in quel caso la Russia a Vladivostok, qui in Uzbekistan, Entrambi i film poi si concludono con una performance canora di Atsuko Maeda. Possiamo dire che quel film abbia posto le basi di quest’ultimo?

Kiyoshi Kurosawa: In verità è stato un caso fortuito, in fondo è così che vanno le cose e sì, in entrambi i casi ho girato in due differenti paesi. Seventh Code l’abbiamo girato in Russia. Ero stato avvicinato per fare un lavoro per promuovere l’ultima canzone di Atsuko Maeda, che è anche una cantante oltre ad attrice, proprio la canzone alla fine del film. Ora invece sono stato contattato da un produttore, per girare il film in Uzbekistan, paese di cui non conoscevo praticamente nulla prima di questa proposta. Ciononostante, ho accettato e in qualche modo la storia si è dipanata da sé con la musica e le circostanze. È stata una coincidenza in un certo senso che io abbia lavorato con Atsuko Maeda in entrambe queste occasioni dove giravo all’estero. Ma forse in un certo senso è stato anche un po’ il destino.

Importante anche in questo caso la musica come momento catartico finale, proprio come succedeva in Tokyo Sonata, altra tua parentesi dal j-horror e dal cinema di genere. In quel caso c’era il ragazzino che suonava il pianoforte, dopo che aveva preso lezioni di nascosto. Puoi dirmi qualcosa sull’importanza dei momenti musicali in questi due film?

Kiyoshi Kurosawa: È interessante che tu abbia menzionato Tokyo Sonata, non avevo assolutamente pensato a una connessione tra questi due film prima d’ora. E, come hai detto, c’è per l’appunto una performance, un’esibizione al pianoforte alla fine di Tokyo Sonata. Di solito questi tipi di momenti non esistono nei film j-horror. Sono due mie storie originali e in tal senso voglio che il pubblico guardi liberamente questi film, in modo da interpretare scene e momenti come preferisce. Nei miei film horror invece la musica è utilizzata come indicatore di determinati momenti. Se voglio spaventare il pubblico, mi aiuto con la musica in modo che abbia veramente paura. Beh, questo non è propriamente un film j-horror in tal senso, perlopiù non utilizzo assolutamente la musica per tutto il film. L’ho tenuta per gli ultimi momenti. In questi film sei libero di dare l’interpretazione che ritieni più appropriata: puoi ridere, aver paura. La musica non ti guida in tal senso. Quando non utilizzi la musica per tutta la durata del film, ritengo che avere una canzone o comunque qualcosa di musicale alla fine dia un senso di liberazione. Mentre in Tokyo Sonata c’è un intero brano eseguito al pianoforte, qui invece è cantato. Quindi sì, in un certo senso è un mio tocco personale e in un certo senso mi piace includere questi momenti nei miei film.

Ora una domanda per Atsuko. La tua carriera di cantante riguarda la musica pop. Qui, in questo film, ti esibisci invece in un repertorio operistico con Puccini e poi in una canzone comunque lontana dal tuo stile, l’Hymne à l’amour di Édith Piaf nella versione giapponese. È stata una prova difficile per te?

Atsuko Maeda: Quando il regista mi ha contattato per questo progetto mi ha detto che gli sarebbe piaciuto se avessi cantato Hymne à l’amour. Ero molto sorpresa ma ho accettato. In verità, nella vita quotidiana, sento di essere una persona che se non prova qualcosa, non potrà mai sapere cosa accadrà. Per eseguire una canzone, specialmente una classica come questa, ho pensato: «non posso semplicemente prepararmi come faccio di solito, devo prepararmi sul serio per questa esibizione». Perciò quando è arrivato il momento di cantare, e di cantare davanti alla camera, sentivo la forza di questa canzone e cercavo semplicemente di dare il meglio di me stessa senza cedere, senza farmi trasportare dal magnetismo di questo brano. Si tratta di un genere molto differente rispetto ai pezzi che canto abitualmente.

Atsuko, sembra che il tuo personaggio sia a proprio agio solo davanti alla telecamera della televisione, mentre al di fuori, in quel contesto, è come sperduto. È un’interpretazione corretta?

Atsuko Maeda: Mi avevano spiegato di non sorridere quando camminavo da sola in Uzbekistan. Quindi forse questo si riflette nell’interpretazione che hai dato al mio personaggio. Yoko è una persona che ama il suo lavoro, ma allo stesso tempo si domanda se tutto ciò che ha e che fa sia abbastanza. Spero che questo si sia percepito dalla mia interpretazione. Penso che nella vita quotidiana tutte le persone abbiano differenti espressioni facciali quando stanno lavorando, in particolare credo che i comici sentano molto questa dualità.

Perché questo titolo, To the Ends of the Earth?

Kiyoshi Kurosawa: In verità c’è una leggera differenza tra il titolo giapponese e quello internazionale. Il titolo internazionale, in inglese, To Ends of the Earth, riflette il titolo originale che avrei voluto inizialmente in giapponese. Ci sono due motivi per cui ho scelto questo titolo. Il primo è perché Hymne à l’amour, la canzone in chiusura, contiene nel testo una frase che, parafrasando, dice «Vorrei andare agli estremi della Terra». Il secondo motivo è perché c’è un famoso programma televisivo che tratta di viaggi in Giappone, il cui nome dal giapponese si può tradurre proprio con «Agli estremi della Terra». Per queste due ragioni ho deciso di utilizzare questo titolo. Tuttavia, alla fine, per la versione giapponese sarebbe stato troppo simile al programma televisivo, molto conosciuto in Giappone, e sarebbe stato troppo facile associarli. Perciò abbiamo deciso di cambiare quello giapponese. Ora il titolo giapponese tradotto risulta come “La fine del viaggio, l’inizio del mondo”.

Nel tuo cinema usi spesso l’elemento acquatico. Penso soprattutto a Retribution, ma compare in tutte le tue opere e anche in questo film ci sono le scene nel lago, alla ricerca del pesce. Eppure si fa presente che l’Uzbekistan non abbia sbocchi al mare, all’opposto del Giappone che è un arcipelago. Quale significato ha l’ambiente acquatico nel tuo cinema?

Kiyoshi Kurosawa: Chi vive in Giappone, vive costantemente con l’idea che, non importa in che direzione cammini o viaggi, arriverà sempre all’oceano. E questo si può leggere in due modi: uno che è come se ci fosse un muro, e quindi devi fermarti; l’altro è che di lì inizia un mondo di infinite possibilità. Quindi, in questo senso, quando lavoro ai miei personaggi, loro si muovono in modo da incontrare la vastità dell’oceano e questo spesso ha il doppio significato di arresto momentaneo ma anche di infinite possibilità future.

To the Ends of the Earth è un film che tratta di una piccola troupe televisiva. Immagino la lavorazione del film, con le due troupe, quella di finzione, e quella vera, che li riprendeva. Come è stato lavorare in questo modo?

Kiyoshi Kurosawa: Come hai evidenziato avevamo una sorta di doppia situazione, dove la troupe cinematografica riprendeva la troupe televisiva. E questa è stata la prima volta che mi sono trovato in una situazione simile. È stato molto strano, ma allo stesso tempo un’esperienza interessante. Era interessante perché di solito quando giri un film, ciò che i personaggi indossano di fronte alla camera è differente rispetto a chi è dietro. In questo caso solitamente le persone utilizzavano gli stessi vestiti, non c’era quella differenza. Non solo questo. C’erano anche persone di fronte alla camera che tenevano altre camere e si creavano situazioni in cui qualcuno gridava “Cut!” e tutti si fermavano. Quindi, in questo senso i confini tra attori e troupe collassavano, non c’era una gerarchia e tutti erano nella stessa situazione, tutti erano uguali. In tal senso si creava un forte sentimento di collaborazione, uno spirito collettivo che è emerso da questa situazione unica.

Info
La scheda del film di Kiyoshi Kurosawa sul sito del Festival di Locarno.

Articoli correlati

  • Locarno 2019

    To the Ends of the Earth recensioneTo the Ends of the Earth

    di Film di chiusura in Piazza Grande del 72esimo Locarno Film Festival, To the Ends of the Earth rappresenta il terzo film di Kiyoshi Kurosawa ambientato fuori dal Giappone, dove l'inquietudine malsana da j-horror si trasferisce nei paesaggi incontaminati, montuosi e lacustri, dell'Uzbekistan.
  • Festival

    Locarno 2019

    Dal 7 al 17 agosto, la 72esima edizione del Locarno Film Festival, che segna l'esordio alla direzione della quarantaduenne francese Lili Hinstin. Il concorso, la Piazza Grande, la retrospettiva che si focalizza sul cinema "black": tutti i nostri articoli dal Canton Ticino.
  • Festival

    Locarno Festival 2019 - PresentazioneLocarno Festival 2019 – Presentazione

    Si tiene dal 7 al 17 agosto la 72esima edizione del Locarno Festival, sotto la nuova direzione di Lili Hinstin. Pardo d'onore quest'anno al “papa del trash” John Waters.
  • Berlinale 2018

    Foreboding RecensioneForeboding

    di Presentato a Panorama Special della Berlinale il nuovo film di Kiyoshi Kurosawa, Foreboding, un ritorno alla tematica dell'invasione aliena e agli ultracorpi, come il precedente Before We Vanish, con cui costituisce un ideale dittico. Il terrore è quantomai domestico, legato ai concetti di amore e famiglia.
  • Cannes 2017

    Before We Vanish

    di In Before We Vanish Kiyoshi Kurosawa torna a utilizzare i codici del genere per cercare di raccontare l'umanità, le sue pulsioni, le domande senza risposta che la agitano. In questo caso lo schema è quello dell'invasione aliena, per uno sci-fi contemplativo ma non privo di deflagrazioni improvvise. In Un certain regard a Cannes 2017.
  • Torino 2016

    Daguerrotype

    di Presentato nella sezione Onde del Torino Film Festival, Daguerrotype segna l’approdo francese di Kiyoshi Kurosawa. Una nuova ghost story per il regista nipponico, calata nel contesto europeo; ma ancora una volta i fantasmi di Kurosawa ci parlano della vita, dell’assenza e del lutto e dell’anelito all’immortalità.
  • Far East 2016

    CreepyCreepy

    di Titolo di punta del Far East 2016, Creepy di Kiyoshi Kurosawa ci trascina in fondo a un buco nero, a una voragine che nella vita reale potrebbe aprirsi a un passo da noi, sotto i nostri occhi e il nostro naso. Inquietante, ipnotico, narrativamente spregiudicato.
  • Cannes 2015

    Journey to the Shore

    di Kiyoshi Kurosawa torna alle sue ossessioni principali: l'elaborazione del lutto, il viaggio verso la morte come accettazione della perdita della propria materialità. In Un certain regard a Cannes 2015.
  • Roma 2013

    Seventh Code

    di Una turista giapponese a Vladivostok. Ma è davvero una turista? Kiyoshi Kurosawa firma una piccola gemma.
  • AltreVisioni

    Penance

    di Penance, la versione cinematografica della mini-serie televisiva di Kiyoshi Kurosawa, presentata alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2012.
  • AltreVisioni

    Retribution

    di Il cinema di Kiyoshi Kurosawa torna a interrogarsi sul senso di colpa, e sul castigo a cui l'umanità è eternamente dannata. Alla Mostra di Venezia 2006.
  • Archivio

    Pulse RecensionePulse

    di L'opera più celebre di Kiyoshi Kurosawa, passata fugacemente in sala in Italia nell'estate del 2006. Un thriller ectoplasmatico dai risvolti filosofici.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento