Pulse

L’opera più celebre di Kiyoshi Kurosawa, passata fugacemente in sala nell’estate del 2006. Un thriller ectoplasmatico dai risvolti filosofici. Nella sua peculiarità di film informe, inadatto alla catalogazione, è racchiuso l’horror di Pulse, che non ha dunque bisogno delle meccaniche del genere, fin troppo spesso arrugginite, perché non saprebbe come gestirle; lasciandole scivolare via, come la tecnologia fallace racchiusa in Pulse che annulla l’umanità e la fa (dis)perdere negli angoli più bui delle case.

Il cinema (s)comparso

Michi lavora in un vivaio. In seguito al suicidio di un suo collega cominciano a verificarsi misteriosi e inquietanti avvenimenti, che hanno a che fare con un sito internet che chiede ai suoi visitatori se vogliono vedere un fantasma. Anche un altro collega di Michi sparisce misteriosamente, dopo essere entrato in una delle “stanze probite”. Tali stanze sono degli ambienti la cui porta è stata misteriosamente sigillata con del nastro rosso. Mentre intorno a lei spariscono numerose persone, Michi cerca di aiutare l’amica Junko, diventata apatica dopo aver visitato una “stanza proibita”… [sinossi]

Kiyoshi Kurosawa è senza dubbio, tra i tanti autori della “new new wave” giapponese, uno dei nomi meno frequentati nei salotti cinematografici nostrani; meno anche di illustri “invisibili” quali Takashi Miike, Sogo Ishii e Sabu. Risulta dunque oltremodo bizzarro dover fare i conti con l’uscita nelle sale italiane di Kairo, più noto internazionalmente come Pulse o The Circuit, visto che l’opera è del 2001.
Cinque anni di differenza nel corso dei quali Kurosawa ha potuto dirigere altri quattro lungometraggi (gli splendidi Bright Future e Doppelgänger, il bel Loft e Retribution, che vedremo alla prossima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia), il confusionario mediometraggio House of Bugs e il cortometraggio Ghost Cop, a dimostrazione di una prolificità artistica che lo pone secondo solo allo stakanovismo spruzzato di follia del già citato Miike. Ma cosa ci sia nascosta dietro questa paradossale scelta distributiva è fin troppo palese: a settembre uscirà nelle sale della nostra penisola Pulse, il film che Hollywood ha tratto proprio dalla pellicola di Kurosawa affidando lo script niente meno che a sua maestà Wes Craven e arruolando alla regia il misconosciuto ma da tenere d’occhio Jim Sonzero (qualcuno ha memoria dell’interessante War of the Angels?). Sospendendo il giudizio su tale operazione, possiamo però ipotizzare da subito come la creazione dell’atmosfera e l’uso della suspense avranno subito una radicale trasformazione nel passaggio dal Giappone dolente e sconfitto disegnato da Kurosawa agli USA tonitruanti a cui ci ha abituati l’horror targato Miramax.
E già, perché Kiyoshi Kurosawa ha avuto il merito, nel corso degli anni, di lavorare ai fianchi il genere cinematografico senza farvisi mai asservire e senza mai tentare di svilirlo; spogliandolo, c’è da dire, di ogni orpello men che indispensabile e trascinandolo via in una deriva autoriale tra le più affascinanti e indecifrabili degli ultimi decenni.

Di questa scelta poetica Pulse rappresenta senza possibilità di errore uno dei vertici principali, punto di snodo fondamentale per comprendere le sue opere seguenti e azzardare una lettura compiuta su quelle che lo precedettero: il cinema di Kiyoshi Kurosawa è un’arte che si confronta in continuazione, con una caparbietà quasi maniacale, con il mito horror, senza che questo comporti, nello sviluppo narrativo, un’accettazione di dogmi più o meno scritti. Era così già nei fantasmi di Korei – Seance e sarà così, successivamente, nel tema dello sdoppiamento racchiuso in Doppelgänger, nella messa in scena della metamorfosi animale di House of Bugs e nella mummia, immota protagonista di Loft; ed è così, ovviamente, anche e soprattutto in Pulse, dove l’elemento orrorifico di riferimento torna a essere la ghost-story. Come d’abitudine Kurosawa cristallizza l’azione, la congela, lavorando continuamente di sottrazione, eliminando passo dopo passo i passaggi che sembrerebbero obbligati e arrivando a costruire quello che gli spettatori neofiti del suo cinema potrebbero facilmente scambiare per un approccio psicologico.
Affermazione che, pur non essendo errata di per sè, non fa altro che avvalorare l’ipotesi di una lettura solo superficiale e parziale del cinema di Kurosawa, cineasta in grado di comprendere più di ogni altro lo stretto grado di parentela che lega l’horror al dramma (vengono alla mente i nomi di M. Night Shyamalan e, per ragioni completamente diverse, quello di David Lynch, ma non ce la sentiamo di spingerci troppo più in là) e la necessità di una lettura del genere che ne evidenzi, passo dopo passo, l’impossibilità verso cui sta procedendo a passi da gigante la fabula classicamente intesa. È un cinema dell’impossibile, quello di Kurosawa, del non visibile, del vano, un mondo a parte – tanto dissimile dalla reale società nipponica? Abbiamo i nostri seri dubbi al riguardo – nel quale gli uomini sono destinati a scomparire nel momento stesso in cui cercano un contatto con i propri simili: questo perché nella società dell’immateriale (le risposte si cercano in internet, le stesse relazioni umane escludono ormai a priori la possibilità del tatto) l’uomo sta perdendo la propria sfida, schiacciato dalle regole e dalla prassi. Proprio quelle regole e quella prassi che il cinema di Kurosawa elude con fermezza e classe, vincendo la propria sfida al genere.
Non è raro, nè difficile, trovarsi a discutere con persone che accusano il cinema di Kurosawa di “lentezza”: ed è vero, è indiscutibilmente vero che nella tenace ricerca di un annullamento dei codici preesistenti il regista giapponese crei opere di difficile lettura, dall’andamento compassato, sfinente, quasi nullo.

Ma l’aggettivo lento non va in questo caso interpretato in una chiave negativa, perché basta aguzzare la vista per rendersi conto come l’apparente gratuità di determinati piani sequenza nasconda in realtà una serie infinita di segni da decodificare, particolari in grado di far procedere l’azione ben più di un colpo di scena o di un effetto sonoro creato ad hoc per poter sobbalzare sulla poltrona. Nella sua peculiarità di film “informe”, inadatto alla catalogazione, è racchiuso l’horror di Pulse, che non ha dunque bisogno delle meccaniche del genere, fin troppo spesso arrugginite, perché non saprebbe come gestirle; lasciandole scivolare via, come la tecnologia fallace racchiusa in Pulse (ma diffidate profondamente di chi interpreta il film in questione come una reazionaria critica al modernismo) che annulla l’umanità e la fa (dis)perdere negli angoli più bui delle case. Eppure, al di là di ogni estrema scelta estetica, lo scarto definitivo che ci fa considerare Kairo come una delle più belle esperienze puramente cinematografiche degli ultimi anni sta in quella chiazza di dramma cui accennavamo in precedenza: come e forse anche più di Bright Future, Pulse è una sublime storia d’amore. Anch’essa, come il resto dell’opera del cineasta, inclassificabile, ondivaga, fluttuante e inafferrabile, ma nonostante questo (o forse proprio per questo) di una forza travolgente e dirompente; la progressione emotiva degli ultimi venti minuti, quel crescendo inarrestabile che sembra condurre verso la deflagrazione assoluta, con la grigia metropoli desertica invasa dalla cenere e quell’aereo che crolla, in fiamme, nei pressi del molo, sono il colpo di genio di Kurosawa, la dimostrazione di una coerenza e(ste)tica che non può essere messa in discussione ed è, al momento, uno dei veri e propri polmoni verdi che ci sono concessi.
Non perché il cinema industriale si stia incancrenendo – a questa presunta morte del cinema non abbiamo mai creduto e non inizieremo certo a farlo adesso – e neanche perché ci sentiamo in dovere di rimarcare il valore di ciò che ci è (come spettatori italiani, nello specifico) continuamente negato, oscurato, censurato per i più futili e disparati motivi; semplicemente troviamo necessario avere l’opportunità di entrare in contatto con il cinema di Kurosawa, per la sua alterità rispetto a ciò cui i nostri occhi sono abituati.
Cinema che mette in scena l’incomunicabile per permettersi una digressione sull’abuso delle tecniche di comunicazione, che costruisce un horror senza mai mostrare violenza, in un’architettura che fa del paradosso una delle sue armi più efficaci e ci costringe a riflettere sul senso stesso della macchina/cinema. Difficilmente dopo Pulse l’uscita nelle sale italiane dei film di Kiyoshi Kurosawa si tramuterà in pratica, quindi approfittate di quest’occasione. Che finiate per rimpiangere o meno la scelta non sarà mai stato tempo sprecato.

Info
Il trailer di Pulse.
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