Coward

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Presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, Coward del giovane regista belga Lukas Dhont non si limita a mettere in scena l’inferno e la mattanza della guerra di trincea, ma si insinua tra le pieghe di un amore, impossibile in tempo di pace, paradossalmente libero tra sangue e fango. L’arte come via di fuga dall’orrore, come antidoto all’annientamento morale, come scoperta di sé. Al terzo film dopo Girl e Close, già vincitore della Caméra d’or e del Grand Prix Speciale della Giuria, Dhont si candida a un altro premio e si dimostra all’altezza di una produzione più articolata e ambiziosa.

Images de brutalité

1916. Prima guerra mondiale. Fronte belga. Pierre si è appena arruolato, desideroso di mettersi alla prova. Nelle retrovie, nella squadra addetta ai rifornimenti di cibo e attrezzature, Francis organizza spettacoli per tenere alto il morale dei soldati. Mentre i combattimenti infuriano, tutti cercano di sfuggire alla brutalità della guerra, anche solo per un istante… [sinossi]
C’est plus un questionnement qu’un jugement.
– Lukas Dhont.

Alla terza partecipazione al Festival di Cannes, seconda in concorso dopo Close e il felicissimo esordio in Un Certain Regard con Girl, il belga Lukas Dhont alza di parecchio l’asticella produttiva: pur privo di mirabolanti scontri a fuoco, Coward è un film di guerra, immerso tra fango e sangue nelle trincee della primo conflitto mondiale. Con la morte che incombe oggi dannato giorno e ogni dannata notte, ai due protagonisti Pierre (Emmanuel Macchia) e Francis (Valentin Campagne) il destino offre un paradossale limbo, una sorta di zona franca: lì, sul palco di un teatro improvvisato, lontani dal girone dantesco della trincea, sono liberi di amarsi. Attaccato ai corpi, ai volti, ai sentimenti, Dhont dimostra di trovarsi a proprio agio anche nella messa in scena dei teatri di guerra, tra soldati dilaniati, filo spinato e ordigni esplosivi. Il suo minimalismo sa essere anche ansiogeno, spettacolare e trascinante – si veda la sequenza dell’ultima canzone dei soldati, un crescendo di esaltazione collettiva, patriottismo gridato a pieni polmoni, una forma di autoconvincimento collettivo, quasi taumaturgico per il morale. Quantomeno fino al sibilo di un proiettile, al prossimo ferito o morto. Al prossimo compagno di reparto sventrato da una bomba.

La scelta del titolo, ancora una volta una sola parola, ancora una volta un termine con più valenze, ci porta dritti al punto: Coward mette in scena la guerra ma anche l’arte, due teatri; indaga le sfumature della mascolinità, quella machista esibita dai soldati e quella che è libera e liberata nelle rappresentazioni itineranti di Francis e Pierre; soppesa due tipi di codardia e coraggio, quello più evidente richiesto – anche con la forza, con lo spauracchio della pena capitale – ai soldati e quello quasi utopistico dell’amore omosessuale, di una vita altra, della fuga dai binari già tracciati da una società patriarcale (come l’esemplare prospettiva di Francis, destinato a lavorare nella sartoria di famiglia, a sposarsi, a sfornare degli eredi e così via).
Se la stratificazione e l’attenta osservazione della realtà e dei personaggi non è certo una novità nel cinema di Dhont, e se anche aver trovato e guidato degli interpreti all’altezza di ruoli non banali non ci sorprende (scelta e direzione degli attori sono la base fondante di Girl e delle successive fortune del cineasta belga), Coward evidenzia la non scontata capacità di gestire una produzione importante, di ampio respiro.

Autore che non ha bisogno di mostrare fino in fondo, che sia un campo di battaglia o un letto a due piazze, Dhont sa essere efficace senza dover essere forzatamente spettacolare. In fin dei conti, il suo è un cinema che parte dai toni bassi (come Pierre\Macchia), che deflagra raramente, non smettendo mai di insinuarsi tra i minimi dettagli, le sfumature, i gesti. Una scelta, non un limite, come dimostrano le sortite oltre la trincea o la già citata sequenza della canzone, ultimo momento di sfogo prima della battaglia (quella sul campo e quella dei due amanti). Più in generale, Dhont mette in scena temi, contesti e personaggi LGBTQIA+ senza la facile e ricattatoria retorica di titoli come La bola negra. Basterebbe già questo.

Info
La scheda di Coward sul sito di Cannes.

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