The Man I Love

The Man I Love

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Giunto al decimo lungometraggio in trent’anni di carriera, Ira Sachs torna con The Man I Love in concorso al Festival di Cannes a sette anni di distanza da Frankie, che segnò con ogni probabilità il punto più basso della sua filmografia. Qui, come nel recente Peter Hujar’s Day l’attenzione si concentra sulla scena artistica newyorchese a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, e in particolare sulla comunità omosessuale falcidiata dall’espandersi dell’AIDS. Un lavoro discreto, cui non giunge in soccorso lo scarso carisma del suo protagonista, Rami Malek.

Tu mi fai girar come fossi una bambola

New York, fine anni Ottanta. Jimmy George, figura iconica del panorama teatrale, vive con un compagno tenero e premuroso, che si prende cura di lui durante la sua lotta contro l’AIDS. Ma di fronte all’imminente morte, il desiderio di vivere e creare, di desiderare e amare, un’ultima volta, si fa più forte di ogni altra cosa. [sinossi]

C’è un momento, in The Man I Love, che possiede la forza necessaria per installarsi nella memoria: il protagonista Jimmy raggiunge la casa natia per festeggiare i genitori. È presente tutta la famiglia, la sua adorata sorella Brenda con il marito Gene e il loro figlioletto Billy, e molti altri parenti. Per ringraziare e “salutare” i genitori – sa bene che sarà l’ultima volta che li potrà vedere – Jimmy George prende la chitarra e, accompagnato anche da un suonatore di fisarmonica, si lancia in una personale rilettura di Look What They Did to My Song, Ma, il brano del 1970 a cui deve buona parte della sua notorietà la cantautrice statunitense Melanie Safka: nell’avanzare metodico del brano, con quelle strofe reiterate tipiche del country e del folk, progressivamente si avverte il disequilibrio interiore di colui che la sta cantando, la voglia disperata che quel brano non finisca mai, che le strofe non debbano concludersi. Una sequenza struggente, di semplicità adamantina eppure di grande espressività, che esalta le qualità attoriali di Rami Malek, in una delle rare occasioni in cui il personaggio sembra effettivamente vivo, e non la “recita” di qualcosa che era già presente su carta. In effetti è abbastanza evidente come uno dei problemi principali del decimo lungometraggio diretto in trent’anni da Ira Sachs (l’esordio The Delta è del 1996) sia la scelta del suo protagonista: per quanto Malek si impegni nel trasmettere empatia e credibilità a un uomo che sta affrontando la certezza della morte, cogliendo ogni occasione gli capiti sotto mano per sentirsi ancora “vivo”, non riesce a uscire dai suoi birignao abituali, dai suoi tic, dalla smorfia che gli attraversa con costanza il volto. In questo modo non si ha mai davvero l’impressione di trovarsi a tu per tu con questo Jimmy George, ed è un peccato che non si sia potuta protrarre la sinergia artistica tra Sachs e Ben Whishaw, già al lavoro insieme in Passages e Peter Hujar’s Day (Malek ha sostituito all’ultimo sul set il collega britannico).

Anche perché un lavoro come The Man I Love non può che appoggiarsi in modo quasi assoluto sulla scelta dei suoi attori, visto che Sachs predilige il lavoro con loro alla edificazione di un impianto visivo personale e perfettamente riconoscibile. Il dramma procede con intensità, evitando quasi del tutto le scene madri e tenendosi alla larga dal cascame mélo che in questi casi prende presto il sopravvento. Fin dalle primissime battute, quando Dennis – il compagno di Jimmy, un trattenuto e un po’ dimesso Tom Sturridge – rientrando a casa conosce il nuovo inquilino che abiterà sotto di loro, il bel giovanotto Vincent, ci si rende conto di come Sachs ricerchi nell’immagine stille di verismo, riproducendo al meglio possibile la grana della pellicola a basso costo degli anni Ottanta e tentando di restituire l’anima perduta di una città che era all’epoca il crogiolo di culture tra loro anche distanti, con lo sguardo aperto verso l’Europa (si parla un po’ di francese, si cita Pier Paolo Pasolini a cena) più che concentrato sul proprio ombelico. Un crocevia continuo di idee, istanze, in cui la comunità omosessuale riuscì a scavare un proprio solco riconoscibile: non è casuale che i momenti più ispirati del film riguardino, più che il triangolo scaleno amoroso tra Jimmy, Dennis e Vincent, le prove e le riunioni per portare in scena uno spettacolo teatrale che ricalchi fedelmente la sequenza di Il était une fois dans l’Est del québécois André Brassard (anno domini 1974) in cui Sophie Clément, nel ruolo di Carmen, rimbrotta la band con cui si esibisce perché non riesce a tenere il ritmo del country. Sachs comprende bene, e in fondo, il senso della rappresentazione, e si ritrova nei tentativi infiniti di Jimmy di ricordare bene la parte, ora che la malattia insidia anche la più eccellente dote di chi recita, la memoria. Lo sguardo minimale in cui è avvolto The Man I Love è una coperta nella quale si avvolge bene la mestizia di un resoconto pre-mortem, ma allo stesso tempo non consente a Sachs di elaborare fino in fondo i vari traumi che si annidano nelle relazioni tra i personaggi: anche la due giorni nella Grande Mela della sorella di Jimmy con la sua famiglia – splendida Rebecca Hall – evapora con troppa semplicità, incapace di sedimentare davvero. Quel che ne viene fuori è un film sentito, sincero, poco incline a rapire lo sguardo e l’attenzione ma a suo modo tenero nell’accompagnare il suo protagonista, e con lui un’intera generazione, verso la tomba e l’oblio. Tutto, nel presente di The Man I Love, è passato: è passato il teatro di Michel Tremblay che fu alla base del film di Brassard; è passato il country di Melanie Safka; è passato Pier Paolo Pasolini; sono del passato le esibizioni in inglese di Rita Pavone e La bambola di Patty Pravo che fanno la loro irruzione in colonna sonora. Eppure, lascia intendere il finale, c’è ancora tempo per una danza d’amore con uno sconosciuto incontrato in un bar. Il tempo della vita, e forse della morte.

Info
La scheda di The Man I Love sul sito del Festival di Cannes.

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