Notre salut
di Emmanuel Marre
A cinque anni di distanza da Generazione Low Cost, che aveva codiretto con Julie Lecoustre, Emmanuel Marre torna alla regia con Notre salut andando a pescare nella sua storia famigliare per tracciare un amaro ritratto della mediocrità umana all’interno del Governo di Vichy. Qualche vezzo stilistico fuori contesto, ma un lavoro senza dubbio affascinante. In concorso al Festival di Cannes.
Life is Life
Nel settembre del 1940, si instaurò il regime di Pétain. Henri Marre, a 49 anni, partì per Vichy senza il figlio, senza alcun contatto, lontano dalla moglie e dai figli. Nel nuovo governo intravide la possibilità di trovare il suo posto. Nacque così il suo manifesto politico, “La nostra salvezza”, in cui difendeva le sue convinzioni patriottiche e i suoi metodi ingegneristici. Credo: “per ottenere efficienza” e tirare fuori la Francia dalla debacle. Ma Henri, guardando al futuro, stava già vivendo la sua rovina. [sinossi]
In Rien à foutre, il film del 2021 con cui Emmanuel Marre esordì al lungometraggio in co-regia con Julie Lecoustre (da noi ribattezzato Generazione Low Cost), la giovane hostess Adèle Exarchopoulos cercava di elaborare il lutto per la morte della madre confrontandosi ogni giorno con un mondo del lavoro balcanizzato, privo di reale struttura, di senso, di prassi. È a suo modo ironico, e con ogni probabilità intenzionale, che in un passaggio di Notre salut il personaggio protagonista – che fa parte della squadra che collabora con il ministro del Lavoro per occuparsi delle persone alle prese con la disoccupazione sotto il Governo di Vichy – si ritrovi a un incontro di discussione con i sindacati, o ciò che resta di loro all’interno di un quadro statale fascista. Lì un altro funzionario spiega come il ministro abbia una proposta ragionevole da portare, visto che nella regione ci sono molti inoccupati che in realtà hanno alle spalle studi universitari e dunque rigettano l’idea di doversi trasformare in minatori: ognuno ha diritto di rinunciare due volte alle proposte lavorative portate dallo Stato, ma al terzo rifiuto si viene estromessi definitivamente dal campo degli “occupabili”. In pratica la stessa ricetta trovata in questi anni di crisi da parte dei governi “democratici” che afferiscono al libero mercato. Non è l’unico tassello del nuovo film di Marre, il primo in cui si occupa completamente da solo della messa in scena, che sembra suggerire di leggere ciò che sta prendendo corpo sullo schermo al presente, e non solo come pur interessante rivisitazione storica; purtroppo talvolta, affidandosi a una abitudine contemporanea che si rifà in parte ai Jesus and Mary Chain di coppoliana memoria in Marie Antoinette, prorompono in scena musiche moderne che oltre ad apparire come un puro vezzo autoriale finiscono con il distaccare lo sguardo dello spettatore, visto che per quel che concerne l’estetica si cerca invece un verismo pregno di credibilità. Ma è comunque salutare che il Festival di Cannes, dove Marre approda in Concorso (Rien à foutre fu collocato nella Semaine de la critique dell’assurda edizione del 2021, svoltasi a luglio per sfuggire alle insidie del COVID-19), mostri il coraggio di aprire le porte della competizione a nomi nuovi, a volte quasi sconosciuti perfino a parte non indifferente delle platee festivaliere. Ed è in questa prospettiva che va inserito il nome di Marre, che d’altronde l’ambizione non la nasconde di certo sotto il tappeto.
Per lavorare a Notre salut il quarantacinquenne nato in una cittadina del bacino parigino nella Val-d’Oise è partito da una storia del tutto personale, e famigliare, facendo in modo che la sceneggiatura fosse puntellata dal carteggio che si sviluppò tra i suoi bisnonni paterni nel 1940: il bisnonno Henri Marre decise infatti di abbandonare moglie e figli nella Francia occupata dalle truppe naziste e di installarsi a Vichy, con il sogno di mettere ben più di un piede nelle questioni ministeriali. Avventuriero spericolato, il signor Marre si lasciò dietro non solo la famiglia – cui continuava comunque a scrivere promettendo un ricongiungimento nel sud del Paese – ma anche l’infinita serie di fallimenti che aveva praticamente ridotto sul lastrico la consorte, ricca di nascita ma il cui patrimonio era stato dilapidato dal marito per lanciarsi in imprese prive di reale senso economico. Il suo bisnipote riparte dunque da sé, dalla sua eredità, dalla “colpa” del suo avo, e ne racconta la vita quotidiana nella Francia di Philippe Pétain, tra feste in cui ci si scola lo champagne e un grigiore burocratico assoluto. Henri Marre pensa di poter fornire un contributo essenziale alla “Nuova Francia” anche perché ha scritto e fatto pubblicare un pamphlet politico dal titolo Notre salut, dove ha condensato le sue idee morali e di economia politica basandosi sui principi della destra a parole nazionalista ma ben pronta a collaborare attivamente con l’invasore tedesco. Marre pedina il suo progenitore senza alcuna partecipazione emotiva, facendo emergere l’aura mediocritas di un mondo privo di prospettive che si agita solo attorno agli strumenti del potere, ma soprattutto mette al centro il suo protagonista – straordinario Swann Arlaud, che è in pratica in scena dal primo all’ultimo minuto ed è il motore reale dell’intero impianto scenico – mentre si affanna disperatamente ad acquistare il riconoscimento che crede di poter meritare.
Se la questione famigliare, che deflagrerà definitivamente quando Marre sarà raggiunto effettivamente dalla moglie e dai figli – come gli aveva consigliato il principale del suo dicastero, anche per donare “stabilità” alla sua immagine pubblica –, si articola assecondando degli schemi narrativi più prevedibili, Marre è bravo nel tratteggiare un’epoca grigia, dove il rosso di un murales del CGT (il sindacato dei lavoratori, illegale ovviamente sotto l’egida di Pétain) deve essere coperto e sostituito con anonimi pannelli che inneggiano al “maresciallo”. È lì, in quel cromatismo che non ruba l’attenzione dello sguardo, che si cela il senso più profondo di Notre salut, che come molto cinema contemporaneo si dilunga eccessivamente – oltre due ore e mezza di durata sono poco giustificabili per una narrazione così lineare e volutamente dimessa – ma ha la forza e il coraggio di prendere di petto una questione politica cruciale. Il cinema francese per troppo tempo ha dimenticato la vergogna di Vichy, preferendo altri racconti, ed è quantomeno rilevante che nella Cannes del 2026 ben più di un film si sia invece premurato di ricordare come la Francia venne spezzata in due dall’invasione nazista, e si sia ricompattata grazie a una Resistenza composta da tutte le forze democratiche (liberali, centristi, marxisti, socialisti, comunisti e via discorrendo): oltre a Notre salut in concorso si è visto il pur retorico Moulin di László Nemes – e il nome dell’eroe della resistenza viene citato en passant anche nel film di Marre –, mentre fuori dalla competizione c’è stato spazio per La Troisième nuit di Daniel Auteuil e La Bataille de Gaulle: L’âge de fer di Antonin Baudry.
Info
Notre salut sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: drammatico, storico
- Titolo originale: Notre salut
- Paese/Anno: Belgio, Francia | 2026
- Regia: Emmanuel Marre
- Sceneggiatura: Emmanuel Marre
- Fotografia: Olivier Boonjing
- Montaggio: Nicolas Rumpl
- Interpreti: Alexandre Steiger, Ann-Élodie Sorlin, Claudine Barthel-Fournier, Colombe Schmidt, Emmanuel Salinger, Florian Surrier, Franck Williams, Harpo Guit, Jean-Baptiste Marre, Jules Grange, Laetitia Spigarelli, Laurent Poitrenaux, Léon Guetta, Manon Kneusé, Mathieu Perotto, Mathilde Abd Del Kader, Maxime Driesen, Nicolas Anthomé, Paul Garatte, Pierre Bess, Raphaël Thiéry, Sandrine Blancke, Swann Arlaud, Thierry de Peretti, Vincent Lecuyer
- Produzione: Kidam, Michigan Films
- Durata: 155'



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