Vokaldy Paralelder

Vokaldy Paralelder

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L’immaginifica opera-concerto di Rustam Khamdamov, Vokaldy Paralelder, in cui si mescolano avanguardia e documentario, finzione e ripresa del reale. A Venezia 2005 nella sezione Orizzonti.

Chi sta uccidendo i migliori soprano del Kazakistan?

Parlami dell’esistenza di mondi lontanissimi
di civiltà sepolte
di continenti alla deriva.
Franco Battiato, 1985
La voce lirica è un dono di Dio fondamentale per garantire la sopravvivenza della memoria culturale che si sta quasi perdendo. Questo è ciò che spiega la sceneggiatrice Renata Litvinova, che scrivendo una storia della musica lirica, ci fa ripercorrere arie d’opera di Puccini, Brahms e Verdi eseguite da cantanti lirici kazaki e, passeggiando nella steppa, disserta sul rapporto società-arte mentre il regista ci mostra corrispondenti immagini metaforiche. [sinossi]

Alle spalle dell’inserimento, all’interno della sezione doc di Orizzonti, di un film come il kazako Vokaldy Paralelder ci deve essere per forza un cortocircuito critico: a meno che la forma del documentario non sia diventata, negli ultimi anni, la salvifica valvola di sfogo da azionare quando si perdono le direttive di analisi tradizionale. In pratica ciò che da sempre accade con l’ancor più rischioso termine avanguardia. Perché non è possibile rintracciare in Vokaldy Paralelder (in italiano “parallele vocali”) non solo la prassi documentaria, ma la sua stessa essenza, la sua logica razionale. Definito fin dai titoli di testa “film concerto”, è più che altro un movimento libero all’interno di due civiltà destinate alla sepoltura, alla deriva (e da qui la citazione di Battiato che apre questo articolo): da una parte il mondo classico della lirica, posticcio residuo di un cosmo che sembra sempre più vicino alla scomparsa, dall’altra la memoria storica di ciò che fu l’impero sovietico. Due presupposti che potrebbero, effettivamente, dar luogo a uno sviluppo documentario che viene nella realtà però svilito nella forma, ricondotta a uno sfavillante sfoggio di surrealismo visivo e concettuale. L’apparenza della documentazione è data casomai dal pedinamento, con la macchina da presa esemplare spia dell’oggetto osservato, mai partecipe all’azione eppure sempre perennemente incollata ai volti delle cantanti, ai loro movimenti, apparentemente svuotati dal loro senso originario – come i passi indecisi delle ballerine in tutù – dal crollo della civiltà.
E la memoria dell’URSS torna non solo nella rievocazione diretta della storia patria, ma anche nei gesti e nelle parole, come nel termine artista del popolo che accompagna il nome del soprano Rosa Djamanova o nella traslazione in kazako del testo della Madama Butterfly pucciniana.

Ma al di là di questo Vokaldy Paralelder convince soprattutto per la sua analisi, originale e sufficientemente spavalda, dell’arte (e per estensione diretta degli stessi sentimenti umani): nello specifico la voce, unico dono divino che non può essere comprato, è la base per una guerra autofaga fra soprano e mezzosoprano, destinati a uccidersi fra di loro – e la messa in scena torna a farsi asse portante dell’insieme anche nella rappresentazione della morte, tra nobili vestiti di carta di giornale dati alle fiamme e lapidazioni a forza di mele marce –, costretti in una regola non scritta che vuole che “l’arte sia cibarsi degli altri”, come afferma sibillino il personaggio guida. In un percorso indefinito e senza reali binari da percorrere, in cui i personaggi si muovono tra deliri post-industriali e retaggi di vita rurale, Rustam Khamdamov cosparge il sentiero di metafore, visive e uditive più o meno palpabili. Per arrivare a comprendere come il vero parallelismo sia da fare tra la civiltà in decadenza e gli animali in via d’estinzione, anche loro succubi dell’arte umana – nel senso più estremo che si può dare a questo termine. Resta la perplessità nell’approcciarsi a questa pratica altra cercando a forza di ricondurla all’interno dei codici visivi ed etici del documentario; ma qualora si intendesse questo termine nella sua accezione di apertura degli occhi allora, forse, ci troveremmo d’accordo anche noi.

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