No Direction Home: Bob Dylan

No Direction Home: Bob Dylan

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Con No Direction Home: Bob Dylan, Martin Scorsese prosegue la sua mappatura enciclopedica dell’immaginario statunitense, cimentandosi con la metamorfica personalità di un’icona senza tempo, né direzione certa.

Il poeta è un autarchico

Martin Scorsese prosegue la sua mappatura enciclopedica dell’immaginario statunitense, cui i suoi film più celebri appartengono a pieno diritto, ma che l’autore in questi primi anni 2000 ha catalogato in cicli di documentari che rileggono, con appassionata dedizione, ora il cinema che lo ha plasmato (Martin Scorsese: Viaggio nel cinema americano, Il mio viaggio in Italia), ora la musica che ha accompagnato la sua formazione (The Blues) e dunque, in ultima istanza, una porzione di Storia d’America. Se nei documentari di argomento cinematografico il racconto, quasi per un’urgenza ineluttabile, è in prima persona, già quando si ritrova ad affrontare le radici della musica blues Scorsese lascia che la sua voce lentamente si dissolva: solo un episodio è infatti da lui diretto e raccontato, mentre gli atri, che l’autore ha voluto e prodotto, prevedono differenti registi e voci.

Nel caso di No Direction Home: Bob Dylan, che appartiene alla serie American Masters della PBS, Scorsese si fa programmaticamente da parte e lascia che il suo oggetto d’elezione si racconti per la maggior parte da solo. Ma l’autoritratto gradualmente si fa contraddittorio e caleidoscopico, mentre altre narrazioni, quelle degli amici del passato, a tratti smentiscono, a tratti ampliano, il resoconto di una personalità irriducibile a racconto lineare. La coerenza è infatti un limite che Dylan non ha mai voluto imporsi, perché “volgare”, coercitiva. E di conseguenza, anche il senso di appartenenza a una “patria” (termine che in inglese si traduce con “home”, casa dunque) è esso stesso passibile di mille riscritture e delocalizzazioni. Per cui non sorprende che l’unico status accettabile, per Bob Dylan, sia quello di non avere una direzione né, proprio come la protagonista di Like A Rolling Stone (brano da cui il film trae il suo titolo) un’identità acquisita una volta per tutte e con essa un qualsiasi confine, che sia geografico o creativo.

Tradire le aspettative è pertanto l’unico obiettivo, necessariamente effimero e “mobile”, in grado di soddisfare l’ego di Dylan, un piacere autoreferenziale e narcisista da rinnovare di continuo. Questo status nomadico della sua soggettività, conduce Bob Dylan ad assumere tutte le forme, accettare le etichette con sarcasmo, strapparsele via di dosso con sadico piacere, essere uno zelig o una “spugna”, come lo definiscono, nelle interviste raccolte da Scorsese, i suoi sodali di un tempo, intenti a ritrarre l’inafferrabile con la loro testimonianza, necessariamente parziale.

No Direction Home: Bob Dylan ricostruisce il primo periodo della formazione di Bob Dylan: dalla sua nascita in Minnesota all’arrivo nella New York degli anni 60, dal peregrinare nei bar del Greenwich Village, fucina di talenti e ritrovo dei giovani intellettuali, all’impegno politico, presto sconfessato. Il percorso si conclude poi cronologicamente con quel drammatico e misterioso incidente stradale che lo costrinse ad uscire dalle scene. Ma, cronologia a parte, quello che emerge dal lavoro di Scorsese è lo studio incessante e la ricerca spasmodica di nuovi percorsi, musicali e di vita, che hanno caratterizzato il lungo viaggio finora compiuto dal menestrello statunitense: dal folk al blues, da Hank Williams a Muddy Waters, dall’amore sconfinato per Woodie Guthrie alle canzoni di protesta, poi il “dramma” del successo e le conseguenti etichettature della stampa specializzata. Strepitosa in tal senso la scena della conferenza stampa in cui gli viene richiesto il computo esatto dei cantanti politicamente impegnati. Il percorso di No Direction Home: Bob Dylan è inoltre intervallato da un perpetuo ritorno a quella storica tournee in Inghilterra (nel 1966), che segnò l’inizio del riottoso dissenso dei suoi fans, che da allora ad oggi ascoltano la sua musica e non riescono ad amarla perché sfuggente, imprevedibile, nonconciliante. La sequenza ambientata nel Regno Unito si chiude poi con un lungo pedinamento della band che abbandona rapidamente il teatro tra i fischi del pubblico; ed è incredibile quanto questo piano sequenza “rubato”, sembri firmato dallo stesso Scorsese (non può non venire alla mente il piano sequenza di Quei bravi ragazzi), la cui presenza si percepisce dunque, anche se non è il suo l’occhio dietro alla macchina da presa.

Complesso e stratificato, No Direction Home: Bob Dylan ci rivela come il suo protagonista non sia, come banalmente potrebbe raccontarci un biopic hollywoodiano, il classico self made man americano, nessuna cronologia gli renderebbe infatti giustizia e forse nemmeno un attore con numerose maschere intercambiabili o dal volto sottoposto ad un perpetuo morphing. Non è un caso che un’altra pellicola che lo riguarda, quella firmata da Todd Haynes con I’m Not There, lo veda interpretato da ben sette attori, di aspetto e genere d’appartenenza differente, che forse non sveleranno mai il mistero celato dietro questo pezzo di storia vivente della musica americana, ma di certo puntano a restituire le metamorfiche evoluzioni della sua natura inquieta.
Dylan, d’altronde, da anni riscrive completamente la sua “parte” con la stessa solerzia con cui riarrangia le sue canzoni, anche le più celebri, per ogni concerto, con una punta di sadismo, questo è innegabile, verso il suo pubblico, ma anche sospinto dall’urgenza insopprimibile di assumere una personalità illimitata, in perpetuo movimento.

Info
Il trailer di No Direction Home: Bob Dylan.
La pagina dedicata al film sul sito di American Masters.
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